Sarò io, strana questa editoria. Oggi, giornata mondiale del libro

Il 23 aprile ricorre la giornata mondiale del libro e dell’editoria. Non so davvero quanto attiri, né credo sia così particolarmente conosciuta. Questa giornata però merita un minuto per alcune riflessioni sullo stato di salute dell’editoria. Una più di tutte. Per quale motivo si pubblicano così tanti libri a fronte di uno scarso numero di lettori? Libri su libri in una produzione, oserei, bulimica.

Eppure, i lettori stanno facendo la fine del dodo, l’uccello simbolo dell’estinzione. Ora, il dodo era incapace di volare quindi va bene, ci sta, dei lettori, invece, non saprei quale incapacità denunciare.

Nel 2016, l’ultimo dato che mi ritrovo, trentaquattro milioni di italiani non hanno comprato un libro. Trentaquattro milioni si scrive così: 34.000.000. Dei ventitré milioni di lettori – metà dei quali vivono in comuni senza librerie – dieci milioni ne hanno letti 3 all’anno, nove milioni dai 4 agli 11 libri, tre, infine, 1 solo.

Gli stessi lettori forti, una risicata presenza nel territorio – forti perché leggono almeno dodici libri l’anno – ecco, pure loro, sono diminuiti dal 46% al 43%.

Il punto, qui, non è indagare su questo handicap nazionale ma perché, nonostante questo, le case editrici continuino a produrre libri e a soffocare inutilmente il mercato.

Riprendendo la lingua dei numeri che non si perde in spiegazioni, sappiamo che nel 1919 sono state pubblicate 5.390 novità, nel ‘70 sono salite a 15.414, nell’84 21.063, oggi, – per modo di dire, il dato è del 2016, – i titoli pubblicati sono arrivati a 65 mila.

I lettori, è pleonastico, sono rimasti invariati nel tempo.

Questo inspiegabile stallo mi rievoca una battuta di Sabato, nel suo Tunnel, «è davvero ridicolo il romanzo nel novecento, ora capisco scriverlo, ma cavolo, addirittura, leggerlo”

Nel frattempo le case editrici spopolano, sono quasi cinquemila quelle attive nel paese.

È vero che grazie alla tecnologia, alla possibilità di stampare migliaia di copie a prezzi ridotti, non è difficile intraprendere attività di questo tipo. Gli e-book, poi, sono la dimostrazione che si può fare attività d’impresa e che un prodotto editoriale può trovare un suo pubblico.

Tuttavia è masochista un mercato che vede espandere l’offerta a fronte di una domanda invariata, se non votata al ribasso.

Aldilà del prestigio e della reputazione che stimolano certuni a intraprendere lavori notoriamente “in perdita” c’è da dire che la natura del libro, inteso come prodotto di consumo, è unica e imprevedibile.

Mi spiego.

Anche se venale merce industriale, infatti, il libro non può esser prodotto in serie, come, che so, dei tubetti di dentifricio o delle scatolette di tonno. Ogni libro è diverso dal precedente, la sua dimensione industriale pertanto si assottiglia influentemente perché non c’è alcuna possibilità di fare previsioni. Di che tipo di previsioni parliamo? Quale libro pubblicare, quale avrà maggior riscontro di pubblico, quale genere, quale autore e così via.

Da qui si comprende il motivo per cui molti editori sollecitano il mercato aumentando il numero dei titoli. L’obiettivo, quanto mai aleatorio, è di imbroccare il best seller o, uno più terreno, di fidelizzare il lettore, uscita dopo uscita, pubblicando polizieschi, spy story, noir e via serializzando.

Che poi il problema non è la pubblicazione in sé ma la conoscibilità del prodotto, il settanta per cento delle case editrici (indipendenti) non arrivano nelle librerie. E, quindi, nulla, fuffa!

Il vero motivo, o almeno quello più rilevante, è che questa “sovrapubblicazione” serve a recuperare liquidità.

Cercherò di essere più “masticabile”

Poniamo, infatti, che il prezzo di copertina di un libro sia 14 euro. Stampo così 2000 copie che – 2,5 euro l’una – mi costano 5 mila euro. Consegno allora il mio fresco di stampa al distributore che per il suo lavoro mi chiede il 60% del prezzo di copertina. Quindi, calcolatrice alla mano, 14 x 2000 – 60% (28.000 – 16.800) = 11.2000.

Io, editore, faccio fattura che tuttavia non mi viene saldata se non, come da prassi, almeno a 120 giorni. Nel frattempo devo pagare il pover’uomo del tipografo, al quale devo 5mila euro. Che fare?

Chiedo un prestito alla banca mettendo a garanzia la fattura (11.200). La banca quindi, che fa? Sgancia quello che mi serve.

Adesso ho finalmente i dindini con i quali poter pagare tipografo, redattori, grafico, eventuali traduttori ma anche, e se serve, luce, gas, affitto, internet. Ah, e l’autore, l’ultimo anello della catena editoriale.

La favola non è finita, vediamo cosa succede intanto in libreria. Anche qui un’esasperata corsa contro il tempo.

Il libraio ha comprato i libri dal distributore in conto assoluto (cioè si è impegnato a pagarli entro un certo periodo, indipendentemente dal fatto che riesca o meno a venderli) ma dopo un mese si accorge di aver venduto poco o nulla.

Routine, sì, routine!

Il libraio così si ritrova sugli scaffali libri che occupano inutilmente spazio. Deve pertanto liberarsene per fare spazio ai nuovi arrivi. E cosa fa? Si avvarrà del suo sacrosanto diritto di resa, restituirà cioè il non venduto all’editore il quale gli restituirà i soldi sotto forma di sconti sugli acquisti successivi.

Non dimentichiamo che il diritto di resa in Italia è altissimo, – si aggira intorno al 60/65% – perché è qui che il libraio recupera qualcosa.

Torniamo all’editore.

Scopro, qui, dopo un mese, di aver venduto poco: 1000 copie, invece delle 2000 distribuite. Chi me lo comunica è quella sanguisuga del distributore che mi ricorda altresì che del reso devo deciderne il destino ovvero: me lo faccio riportare (va al macero) o li lascio a lui (finisce in magazzino). In entrambe le ipotesi dovrò pagarlo.

A ogni modo degli 11.200 euro che avrei dovuto incassare me ne ritrovo così solo 5.150.

La banca, a questo punto, mi ricorda del prestito di 11.200.

L’unica possibilità che ho per continuare a campare, quindi, è di ricominciare tutto da capo. Scelgo un nuovo libro, ne stampo duemila copie, che do al distributore al quale farò fattura che metterò a garanzia per pagare tipografo, redattori, grafici etc.

Ecco la ragione per cui si pubblicano così tanti libri, perché durano così poco nelle librerie, ecco perché spesso sono prodotti scadenti, rilegature pessime, con errori redazionali, con refusi e strafalcioni vari perché al netto della loro commerciabilità, danno ossigeno all’editore.

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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