Arte incontra – Giuseppe Colombo

Articolo di Sebastiano Grasso

Detesto novembre, ma quello del 2015 fa storia a parte; in quei giorni Giuseppe Colombo firmò le pareti di Palazzo Moncada (Modica), con quadri di intensa bellezza.
Seduto accanto al camino, osservo i canali del tempo fluttuare attraverso i riflessi del bicchiere; Ardbeg Corryvreckan è un whisky che nasce a nord dell’isola di Islay dove, si dice, che solo le anime più irrequiete osano avventurarsi.

Leggende a parte, bastano pochi vapori per inghiottire la forza del distillato: torrenti di corde catramose ora restituiscono la nera linea degli Iblei, l’eternità che si separa dal sangue, i bassi raggi solari che parlano di tardi tramonti, di campagne dismesse, di memorie dentro gli umidi solchi e poi, le nubi limacciose, gli aranci, i rossi e gli azzurri siderali. Se anche il buon ascolto concilia i sensi, al punto da regalare una memoria di profumo, ripenso al cd di quel viaggio, «Ainda», dei portoghesi Madredesus.

L’album ha la calda fragranza delle note ambrate, lievemente speziate: i suadenti accordi mediterranei, profondi, eterei e la voce cristallina di Teresa Salgueiro, si insinuano lenti nella mente, liberano il pensiero dalla morsa del torpore con cui il destino ci costringe alla terra. La traccia di «Milagre», malinconica consapevolezza che il paradiso non abita in questo oceano, ricorda che la via dell’uomo è un incauto delirio di onnipotenza, una parentesi che si brucia nel volo di una falena. Ciò che resta, credo, sia bellezza pura! Benché assorto, nella penombra del tempo, rivedo l’ultimo lampo di quel tardo tramonto accendere tutte le sfumature che l’arancio nascondeva tra i morbidi capelli della mia compagna di viaggio; con una grazia capace di rallentare il tempo in fotogrammi, la giovane donna ne scostò qualche ciocca fin sopra la nuca, così da svelare il candore dell’esile collo. Ricordo, indossava un orecchino: un filo d’argento tratteneva una lacrima azzurra, il sospiro lo fece pulsare. L’incanto di un istante! Pochissime persone hanno il dono di catturare il buon istante, così da non lasciarlo depositare nella polvere del tempo.

Giuseppe Colombo è uno di questi: aria da bravo ragazzo della porta accanto, capace di regalare il garbo di un baronetto inglese, o il complice sorriso di un caro amico d’infanzia. Eppure. Quest’uomo sembra nascondere, o proteggere, qualcosa che lo rende diverso dal comune mortale sfiorato per strada; ho spesso pensato a lui come un angelo trattenuto alla terra. Giuseppe Colombo, classe 1971, si forma all’Istituto d’Arte di Comiso e di Urbino (dove frequenta i corsi di incisione), quindi all’Accademia di Belle Arti di Roma. In Sicilia, alla fine degli anni 90’, il talento del giovane artista modicano andrà all’attenzione dell’implacabile giudizio di Piero Guccione, il quale di Giuseppe scriverà:-…arriva alla ribalta con i suoi pochi, piccoli, ma gioiosi quadri: gioiosi non perché allegri, ma perché ci danno gioia rivelandoci ancora una volta l’inconfondibile, felice presenza del «mistero della pittura».

E’ un’affermazione monumentale. Infatti, nel 1999, il maestro di Scicli, oltre a presentare una personale di Colombo, invita il giovane collega a realizzare il «Tondo per il Teatro Garibaldi di Modica » (opera che impegnò anche lo stesso maestro di Scicli). Giuseppe farà parte dello storico Gruppo di Scicli. Nel 2003, con l’opera «San Giorgio», l’artista modicano entra nella collezione permanente del Senato della Repubblica. Gli anni a venire consacrano il suo talento con un susseguirsi di mostre che lo vedono presente nel resto dell’Italia (tra l’altro a Venezia, per la 54^ Biennale), in Europa ed oltre Oceano. Se, forse, il giudizio di Stefano Malatesta può sembrare eccessivo, quando egli scrive …credo che Giuseppe sia uno dei migliori disegnatori italiani in assoluto (2015), di certo non si allontana molto dalla verità.

Il suo segno, la sua pittura, la sua costruzione, sono tratti precisi, puntuali, lievi, che svelano il male, il bene, in maniera, oserei dire, inesorabile; anela indistintamente vastità o angusti luoghi, relegando lo spazio e il tempo in un limbo ossimorico. Ciò che resta è l’idea di bellezza pura. La sua pittura descrittiva è solo un’introduzione (un raffinato stratagemma) a ben altro. «I pensieri di Lolita», per esempio, uno stupefacente dipinto del 2011. Il soggetto ripreso, colto nell’istante in cui sembra osservare dentro se stesso, ha un’intensità che non concede alcuna via di fuga a chi osserva il quadro; nulla di strano, se non fosse per il fatto che Lolita è un cane. L’opera in epigrafe è «Vaso di fiori nel paesaggio» (olio su tela, del 2007). L’impatto visivo/emotivo di questo quadro (considerata anche la dimensione, 170×140 cm) è notevole. Non sto qui a dirvi quanto sia ben calibrata la temperatura della luce, con quale maestria sia stata trattata l’esposizione e non è mia intenzione disquisire sulla complessità costruttiva.

Piuttosto, mi limito ad assegnarvi lo sguardo al vaso di fiori. Partendo da lì l’attenzione condurrà oltre l’orizzonte; qui accade qualcosa, una sorta di processo maieutico, non saprei dire altro. Lo sguardo poi si contrae collocandosi nuovamente sul vaso: l’immobilità dei fiori recisi è solo un inganno; tutto pulsa, tutto implode e si accheta, ti fermi e basta. In genere con il termine «astratto» s’intende un processo privo di corrispondenza con la realtà oggettiva e con i dati dell’esperienza sensibile.

Pur non annoverando Colombo tra gli artisti che si riconoscono nell’astrattismo formale, individuo in lui il fardello più genuino della fede professata da questa corrente artistica: nei suoi spazi compositivi si gioca la partita più importante dell’astrazione, la chiamo: disinibizione del libero arbitrio emotivo. In «Finestra su giardino» (pastello su carta, anno 2007, dimensioni 32,5×22,5cm, l’opera a seguire) l’imprevista zona d’ombra inghiottisce il quieto prato ed il nostro pensiero. Quei piccoli fiori di ciliegio (o di mandorlo), sembrano piccole falene fotografate un attimo prima della singolarità, dentro la quale l’oscurità incrina ogni certezza. Il prato, il tronco, i fiori, sono solo un pretesto per condurci verso un mondo imperscrutabile, astratto.

«Pensando a Guccione?…» mi dirà Giuseppe «Condivido l’idea che egli aveva riguardo alla pittura, quando scrisse che:- …esiste un DNA della Pittura ostinato e invincibile, che continua a tramandarsi da una generazione all’altra. Guccione aveva quel DNA, lo stesso che egli vide in me (nella mia pittura). Parlava di una rara condizione capace di generare, appunto, il mistero della pittura. Di Piero ho sempre ammirato la pittura degli anni 80’, quella delle automobili, degli scorci della capitale, degli aeroporti. Attraverso il disegno Lui inventava le forme, non si atteneva all’esatta struttura; ma sui valori del colore e della luce era intransigente.
Di me stesso cosa posso dire? Innanzitutto, che sovente ho studiato i grandi maestri del passato (con una predilezione per quelli del ‘600). La scelta di interpretare quelle opere ha spesso soddisfatto il mio stato d’animo: identificandomi in una data scena/figura-soggetto attivo un processo catartico; questo accadde anche per il San Sebastiano, trafitto dalle vicissitudini della vita, attraverso l’idea del martirio esorcizzo l’istante, la fonte del disagio. In antitesi con il mio procedere tecnico/pittorico, i miei soggetti non sono mai il frutto di una sequenza pianificata a tavolino; é l’istinto a presentarmi ogni volta il …conto. Tuttavia, sono molto esigente nella scelta del soggetto – sebbene racconto le piccole cose del mondo, sia esso il volto dei miei cari, o la morbidezza di un nudo, di un fiore di mandorlo, o di un raggio di luce che attraversa la campagna iblea – non mi lascio sedurre con facilità. Ti faccio un esempio. Sono attratto da un luogo particolare della campagna ragusana che, in potenza, ha la suggestione che cerco. Da oltre dieci anni inseguo l’esatto istante, le giuste condizioni di luce e di cielo, ma l’attimo fugge veloce come il vento, cogliendomi sempre impreparato. Ancora non mi do per vinto! In genere eseguo appunti veloci, per ricordare la luce e il profumo del luogo; con l’aiuto della fotografia annoto le esatte coordinate (la natura è inimitabile); poi nel silenzio dello studio, inizio il lungo processo di costruzione. I sentimenti quando dipingo? Quando ritraggo una persona non lascio mai coinvolgere (anche se queste sono persone a me care); è il frutto di un lungo esercizio, una disciplina che altrimenti non mi consentirebbe di raggiungere il mio obiettivo. Personalmente non mi ritengo un iperrealista, né tantomeno sono convinto che l’astrattismo formale possa essere la mia spiaggia di approdo»

La legna ha finito di ardere e sul fondo del bicchiere è solo l’Ardbeg Corryvreckan a regalare l’ultimo soffio di calore! Dopo questo viaggio, che mi ha portato ad attraversare il suggestivo mondo di Giuseppe, ciò che resta è il sapore delle belle cose. A Palazzo Moncada quella sera ci fu un tripudio di applausi per Lui. L’impronta umana, talvolta, è capace di raggiungere livelli tali da sfiorare il miracolo, qui qualcuno direbbe, il mistero della pittura. Giuseppe, dietro un nuvolo di pennelli, asserragliato dentro la sua trincea votiva, continuerà a percorrere con monastica convinzione le vie che portano all’essenza, o all’oltre. Il destino di un angelo.

Informazioni su Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.
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