“La persecuzione degli ebrei in Italia è stata poca cosa rispetto alla Germania”, “le leggi razziali sono state calate dall’alto a Mussolini”, “l’Italia non era antisemita”. Sono queste le frasi più comuni che spesso aleggiano ogniqualvolta si parli di Shoah o si commemori la giornata della memoria.

Come a voler sottolineare che il problema non ci riguarda, e soprattutto non riguarda la Sicilia, luogo da cui gli ebrei erano stati cacciati nel lontanissimo 1492, durante la dominazione spagnola.

Con questo piccolo intervento si vorrebbe portare alla luce la vicenda degli ebrei italiani fascisti.

Costoro, che avevano sin dall’inizio abbracciato il fascismo, alla fine, furono tutti etichettati come razzialmente ebrei dalla legislazione antisemita (anche chi si era allontanato dalla religione di origine) e dunque vittime dello stesso regime in cui essi avevano creduto.

In particolare, faremo riferimento al caso di Guido Jung, siciliano di origine ebraica e tedesca, nato a Palermo nel 1876 e ministro delle Finanze dal 1932 al 1935.

Le domande che dovrebbero sorgere sono almeno due: come può accadere che qualcuno abbracci un’ideologia che poi lo perseguiterà, e perché? Oppure: come può accadere che un movimento politico perseguiti i propri aderenti non caratterizzatisi come oppositori politici interni, e perché?

Inizialmente il fascismo non fu antisemita. Tra i partecipanti alla fondazione dei fasci di combattimento a Milano vi furono alcuni ebrei e diversi parteciparono anche alla marcia su Roma, e altri erano iscritti al Partito Nazionale Fascista (Pnf).

Con questo non si vuole negare che non ci fosse un “fondo d’antisemitismo”, o che non si registrassero episodi di violenza nei confronti degli ebrei, già all’avvento del fascismo. All’interno del regime, infatti, i gruppi più estremisti si esprimevano con un linguaggio razzista e una parte della stampa non celava accenti antisemiti.

Molti fascisti inoltre continuarono a considerare gli ebrei come un gruppo antinazionale, legato alla massoneria e ai partiti antifascisti, all’alta finanza e all’internazionale ebraica.
Per gli ebrei italiani però era ancora possibile convivere con il fascismo.
Dalla metà degli anni ’30 il rapporto cominciò a incrinarsi. Con i patti Lateranensi, il regime abbracciava un’ideologia sempre più nazionalista-cattolica e contemporaneamente riprendeva la stretta totalitaria.

Con l’episodio di Ponte Tresa, per la prima volta, gli ebrei furono pubblicamente definiti antifascisti da tutta la stampa del paese. L’11 marzo 1934, al posto di frontiera italo-svizzero di Ponte Tresa, due esponenti del movimento antifascista clandestino “Giustizia e Libertà”, i torinesi, Mario Levi e Sion Segre, furono fermati e perquisiti mentre trasportavano volantini antifascisti. La vicenda fu riportata da alcuni quotidiani, che utilizzarono in modo strumentale l’abbinamento ebrei-antifascisti.

Gli ebrei percepirono il progressivo deteriorarsi dei rapporti, ma non credettero all’idea della persecuzione.
Il fascismo, invece, non esitò a perseguitare i suoi stessi aderenti, e, per cercare di attenuare questo paradosso, creò la categoria dei cosiddetti “discriminati”, cioè coloro che furono esentati dall’applicazione della legislazione per benemerenze belliche (un parente morto, decorato o volontario o ferito nella Grande guerra, oppure aveva preso parte alla marcia su Roma o all’impresa di Fiume) o politiche (iscritto al PNF prima del 1923 o nel secondo semestre 1924, dopo il delitto Matteotti).

La clausola sulla discriminazione è un tratto caratteristico della legislazione antisemita italiana, che rispecchia il grado d’improvvisazione e il paradossale rapporto tra una categoria di cittadini non solo ormai integrati nel paese, ma interni allo stesso regime.

Il giro di vite continuò e la categoria dei discriminati rimase poco più che una distinzione simbolica. Nel novembre 1938, infatti, chi era stato classificato “di razza ebraica” (criterio meramente biologico) fu espulso dal partito e un mese più tardi dall’esercito, anche se possedeva benemerenze fasciste.

Tra gli esonerati celebri introduciamo il caso Jung

Guido Jung apparteneva a una famiglia di ebrei austro-tedeschi trasferitisi nell’isola intorno agli anni ’60 dell’800 e attivi nel settore dell’import/export di prodotti siciliani. La Sicilia, attorno alla fine dell’800 e ai primi anni del ‘900, stava vivendo il boom delle esportazioni agrumarie. In effetti, l’azienda “Fratelli Jung” era una delle più floride in questo settore e commerciava in tutto il mondo.

Il rampollo di questa famiglia borghese, integrata nella Palermo bene dei Florio, era uno dei più attivi esponenti della neonata associazione nazionalista palermitana e decise di partire volontario nella Grande guerra, insieme a due fratelli.
Ritornato dal fronte, venne incaricato come delegato tecnico durante le varie conferenze di pace. Alla vigilia delle elezioni del ’24 fu eletto deputato, traghettando dalle sponde nazionaliste a quelle fasciste, conservando tale carica fino al 1939.

Nel 1926 fondò, insieme ad Alberto Pirelli, l’Istituto Nazionale per l’Esportazione (poi divenuta ICE). Negli anni ’30 fu a capo della Sofinditit, la finanziaria preposta allo smobilizzo della Banca commerciale, dopo i disastrosi effetti della crisi del ’29.
Stimato da Mussolini l’uomo più adatto a fronteggiare il difficile contesto economico, nel 1932 Jung arrivò al dicastero delle Finanze per restarci fino al 1935, anno in cui partì volontario per la guerra d’Etiopia.

Egli appoggiò tutte le battaglie del regime, e, in particolare, da siciliano, quella contro la mafia. Celebrò l’azione compiuta dal fascismo per mezzo del prefetto Cesare Mori, sostenne le opere pubbliche nel Mezzogiorno, e promosse le quota 90 (progetto di rivalutazione della lira italiana malconcia per l’inflazione del primo dopoguerra) che difese strenuamente nelle vesti di ministro.
Jung accettò, con atteggiamento da soldato, anche la legislazione antisemita.

La scelta di “approvare” la persecuzione appare come un’estrema manifestazione di devozione alle direttive del fascismo. Anche se tale scelta è senz’altro paradossale e probabilmente opportunista, Jung non fu l’unico ebreo ad accettare la svolta razzista del regime.

Secondo il criterio razziale, egli era ebreo a tutti gli effetti in quanto figlio di genitori entrambi “di razza ebraica”, nonostante non fosse iscritto a nessuna comunità ebraica e non prendesse parte ai riti della religione mosaica. Inizialmente discriminato, gli furono poi confiscate le proprietà e dovette intestare a un prestanome la storica azienda di famiglia. Riuscì a sfuggire alla persecuzione e morì a Palermo nel 1949.

Jung tuttavia riuscì a sopravvivere dal momento che, dopo l’8 settembre, il territorio italiano si trovò diviso in due parti, il Regno del Sud dove gli ebrei si salvarono, e la Repubblica di Salò dove ebbe inizio il periodo della persecuzione delle vite.
Non fu così per Ettore Ovazza, banchiere torinese appartenente alla comunità ebraica di Torino e presidente dell’Associazione dei Banchieri Fascisti. Di seguito riportiamo una lettera inviata a Mussolini il 15 luglio del 1938, il giorno dopo la pubblicazione del “Manifesto fascista della razza”:

È la fine di una realtà: quella di sentirci una cosa sola col popolo italiano. Era questo fatale? Io non lo credo. Quanti dal 1919 Vi hanno seguito con amore, fino ad oggi attraverso i Fasci, le lotte, le guerre, vivendo della Vostra vita?
Oggi tutto questo è finito? È stato un sogno che ci ha cullato? Io non posso pensarlo. E considero che non si può mutare religione, perché questo è un tradimento – e noi siamo fascisti. E allora? Io mi rivolgo a Voi – DUCE – perché in questo periodo – così importante per la nostra rivoluzione, non vogliate che la parte sanamente italiana, sia esclusa dal destino storico nel nostro Paese. Ci siamo presi a fucilate e a cannonate con gli ebrei di altri Paesi dal ’15 al ’18. Dov’è l’internazionale ebraica?

Nel settembre 1943, Ettore Ovazza fu arrestato dalle SS, portato sul Lago Maggiore e ucciso, con il resto della sua famiglia, nel seminterrato di una scuola.

Ricordiamo il tragico evento della persecuzione, non solo come antisemitismo, come persecuzione dei diritti e delle vite, ma anche come doppio dramma personale; un trauma, una crisi identitaria, l’infrangersi di un patto tra una minoranza di cittadini e il paese, il sogno di molti ebrei di integrarsi nella nazione italiana.

Essi furono traditi due volte: come politici che avevano creduto in un’ideologia scambiando la nazione fascista per la patria italiana (alla costruzione della quale avevano partecipato) che li considerò elementi estranei o nemici, indegni di appartenere al partito e all’esercito; e come ebrei italiani, perseguitati e costretti a nascondersi per salvarsi, e i meno fortunati a perdere anch’essi la vita come tante altre vittime oltralpe.