Gli ultimi giorni di Raskolnikov

Il non aver avuto più sue notizie per anni, mi aveva particolarmente contristato. Scomparso nel nulla. E improvvisamente. Neppure la sorella, Dunecka, era riuscita a fornirmi delle spiegazioni, si manteneva sempre sul vago. Mi sembrava esitante nel darmi delle risposte, quasi volesse mantenere un certo riserbo… ma a me, a Dmitrij? Il suo migliore amico? Per quale motivo? Le mie insistenze alla fine si dimostrarono solo molestie, tant’è che la bella Dunecka, un giorno, decise di non rispondere più alle mie chiamate. Né si fece trovare a casa quando passavo dalle sue parti.

Che avrò fatto mai alla famiglia Raskolnikov? Mi chiedevo avvilito. Perché mai mi stavano riservando questo trattamento?

Siamo stati troppo amici e troppo tempo insieme per far finta di nulla, per concludere con una scrollata di spalle. Sono passato pure più volte all’Università per sapere se qualcuno l’avesse visto ma, a chiunque abbia chiesto, ho visto dipingersi sul volto un velo d’indifferenza o di perplessità come se il pazzo fossi stato io o, forse peggio, come se l’amico Rodion, effettivamente, non fosse mai esistito.

«Come chi, Rodion, quel ragazzo che stava sempre con me! Impossibile incontrare me senza di lui al mio fianco: molto emaciato, un incarnato quasi vampiresco, capelli nerissimi, alto quanto me, ricordi? Ricordate?» E’ vero pure che l’Università di San Pietroburgo era particolarmente sovraffollata. La facoltà di diritto, infatti, oltre essere molto buona e qualificata, era anche l’unica di quelle parti e così accoglieva, oltre a tantissimi studenti russi, pure studenti estoni, finlandesi.

Non mi ero sorpreso di quelle reazioni a dire il vero. In Russia abbiamo questo che ci caratterizza, una memoria corta perché probabilmente bruciata dalla vodka. Dopo gli studi, infatti, finivamo tutti quanti nell’Idiot, il Kafè nella Prospettiva molto frequentato dagli studenti squattrinati, e lì dentro con qualche copeco si faceva la serata. Quando mi ritornano in mente quei giorni mi sale la malinconia. Quante bevute ci siamo fatte con l’amico Rodion, non saprei dirlo. Potevamo rimanere pure a dormire lì dentro, se non fosse per quella grassa cosacca della proprietaria, Katiuscia, che ci prendeva a randellate sulle caviglie e ci faceva uscire dal Kafè a quattro zampe.

Rodion era un ragazzo intelligente e sensibile come pochi se ne incontravano a San Pietroburgo. Uno sguardo melanconico e nobile, un ibrido fra un poeta maledetto e un sociopatico, che veniva di tempestarlo di come stai e di che stai pensando. Ci facevamo grasse risate anche da sobri, dimostrazione di estrema sincerità del nostro rapporto ma poi, senza un motivo scatenante e improvvisamente, si raccoglieva in un silenzio mesto e indecifrabile. Saranno stati tutti quei romanzi che leggeva, e ne leggeva di tomi, grossi così, uno a settimana, che mi domandavo dove trovasse il tempo per studiare e per dormire. E visto, fra l’altro, che la maggior parte della giornata la trascorreva con me!

Però è vero che non gli chiedevo nulla, mi fermavo in superficie, cioè se a lui non andava di parlare, io di certo non insistevo. In Russia siamo così attenti alle relazioni, a non disturbare il prossimo nella sua intimità, siamo persone di grandi contenuti e interessanti filosofie ma piuttosto scarsi nel parlare di noi stessi, di rivelarci come individui. Per queste ragioni non mi aspettavo alcuna particolare confessione da parte di Rodion. Se immaginavo qualcosa? Oddio sì, no, certo, probabilmente. Ho cominciato a realizzare quando non l’ho più visto, nel momento stesso in cui ha cominciato a evitarmi, per poi svanire nel nulla. Se aveva problemi? Ma certamente che sì, tutti i poveracci hanno problemi, la gente come noi ,se non ha problemi o grane da risolvere nell’immediato, significa che è sottoterra. E Rodion sì, ne aveva, non più e non più terribili degli altri.

Era ad esempio indebitato fino al collo per pagarsi gli studi – come il sottoscritto e come un migliaio di persone che conoscevamo – con una vecchia usuraia che rispondeva al nome di Alena Ivanovna. Ogni studente squattrinato aveva un usuraio, diciamo di fiducia, e ognuno di questi usurai si contendeva la sua fetta di mercato grazie ai suoi tassi d’interesse. La Ivanovna, che conoscevo anch’io e a cui una volta mi ero rivolto, non li aveva più alti degli altri. Era solo una vecchietta sgradevole nell’aspetto e nei modi, una megera con le unghie lunghe, i capelli bianchi arruffati e i denti, quei pochi, completamente marci. Viveva con la sorella più giovane, Lizaveta, in un minuscolo appartamento a un passo dal fiume Neva, alle spalle del monastero Nevskij. Lizaveta era, invece, una merciaia ed esercitava la sua professione proprio sotto, in una botteguccia terrana.

Debiti, sì, ne aveva, ma alla fine facilmente estinguibili e che comunque non avrebbero dovuto denunciare un malessere tale da farlo scomparire senza lasciare alcuna traccia. D’altronde, perdonerete il mio cinismo, la bella fanciulla di Dunecka era convolata a nozze con un uomo, beh, un certo Luzin, un avvocato molto abbiente, un giurista, e per quello che so, non l’aveva fatto per amore bensì per aiutare un fratello sempre in bolletta. Avessi avuto io una sorella di tale maturità morale da immolarsi per il sottoscritto! Di certo, non mi sarei dato alla macchia.

La persona che mi aveva però più colpito è stata sicuramente Pulcherija Aleksandrovna, la madre del mio caro amico. Ero certo che sarei riuscito a cavarle qualche indizio perché sapevo bene che quella donna non era minimamente in grado di mentire. Appena ci provava, infatti, ecco che si scioglieva in un pianto incontrollabile, accasciandosi su se stessa come chissà che peccato avesse commesso. In più era noto come quella donna stravedesse per i suoi figli, amava oltremisura – semmai esistono degli amori misurabili – il suo ragazzo a tal punto che appena pronunciava il suo nome, gli occhi s’imperlavano di lacrime e le gote si avvinazzavano. Insomma, comunque me la sarei rigirata, l’avrei vista in lacrime. E invece che sorpresa che ho avuto quando quella graziosa signora, con estrema ingenuità, mi riferì di non aver avuto notizie di Rodion da un pezzo e che non sapeva dove fosse finito. Che non fosse preoccupata era un bene, dimostrazione che non gli era successo nulla di grave. Il fatto che non sapeva nulla però, di una persona che passava a trovarla puntualmente una volta a settimana, mi infondeva più sospetti che preoccupazioni.

«Dmitrj, non so nulla caro» mi rispose con voce piagnucolosa ma senza piangere, «hai cercato da Sonja? Hai visto se è da lei, se ne sa qualcosa?» Questo nome, Sonja, mi suonava familiare. Ricordavo che Rodion me ne aveva parlato ma non ricordavo in quale occasione e per quale motivo. Era strano comunque che Pulcherija la conoscesse tanto da indicarmela come persona eventualmente informata sui fatti. Provai a fare luce sul personaggio appena la donna mi scrisse il suo indirizzo su un pezzo di carta.

«Addirittura il suo indirizzo!» pensai in quel momento meravigliato. A dire il vero, e mi rivolgo a te lettore, devi sapere che la mamma russa è di una specie particolare, una sorta di quarta dimensione che campeggia alata e nebulosa su un figlio che si barcamena nelle prime tre, ed è lì che senza destare sospetti di alcun tipo riesce a sapere tutto, sinapsi come piovre che arrivano ovunque senza spostarsi di casa. Questa Sonja viveva nelle prossimità della stazione Leningradskij, una zona della città che conoscevo molto bene, frequentata principalmente da prostitute e spacciatori che gozzovigliavano in bettole di ultima categoria. Leggevo e rileggevo quell’indirizzo e non facevo che chiedermi se magari Pulcherija si fosse confusa con qualche altro posto. Perché mai, insomma, Rodion avrebbe dovuto frequentare quella parte della città principalmente nota per la pratica della prostituzione? Pulcherija non poteva non saperlo. E chi poteva essere, di conseguenza, questa Sonja? Non volevo arrivare a facili conclusioni, anche perché l’amico Rodion non era uno che aveva problemi di relazioni. Mi venne in mente allora, frettoloso di cercare delle conferme tra i ricordi, di una certa Pavlovna, la figlia grassoccia e attraente della proprietaria di casa di Rodion, con la quale l’amico mio aveva avuto una liason intensa e clandestina.

Decisi a questo punto di non lasciare trascorrere un altro pomeriggio inutilmente. Il tempo che passava non faceva che alimentare i miei dubbi, qualcosa doveva essere successa. Presi allora la prospettiva Vladimirsky con il fermo proposito di conoscere questa Sonja e farle qualche domandina. E siccome ero lì, nessun mi avrebbe impedito di bermi qualcosa. Controllai le tasche per sincerarmi di quanto mi fosse rimasto e quei quattro copechi che rilucevano sotto gli occhi mi restituirono per un istante speranze che credevo sopite.

Mantenni un passo veloce e sicuro, più forse per il desiderio di irrorarmi una gola arsa, che mettermi a questuare risposte. Ma era una cosa che dovevo fare e che non mi sentivo più di rinviare. Tuttavia a metà strada, all’altezza dell’Accademia di arte teatrale, mi sentì chiamare. La voce di quest’individuo era forte e sguaiata che provai imbarazzo e rabbia al contempo. Mi voltai e un essere secco, così tanto che la testa ricordava una cruna, con una camminata goffa eppure a suo modo sicura, mi venne incontro. Ero così impegnato a spegnere il nervosismo che feci fatica a riconoscere quell’essere importuno. Poi, un secondo dopo, a neppure un metro di distanza, riconobbi i lineamenti antipatici. Era Petr Petrovic, un mio ex collega dei tempi dell’Università, figlio – indovinate di chi? – proprio lui, figlio del giudice di cui ho parlato poco prima, Luzin Petrovic, il marito della Dunecka. Caro lettore mio, se l’insignificanza si potesse pesare non esisterebbero bilance per individui come costui. Personaggio caratteristico della San Pietroburgo ricca per meriti altrui, arrogante, e fiero di un’ignoranza che non lo poteva danneggiare in alcun modo. Non c’eravamo mai parlati prima, e le volte che c’incrociavamo all’università riuscivamo ad attraversarci come se fossimo stati trasparenti. Il suo tono si dimostrò confidenziale come se avessimo una vecchia amicizia e discorsi in sospeso.

«Razumichin…» così infatti mi chiamavano gli amici «… astuta volpe cosa ti porta da queste parti?» mi disse precipitoso e allegramente. Quell’”astuta volpe” mi sembrava un modo veramente stupido per approcciarmi, una tautologia, oserei, inopportuna. Non riferì i miei reali propositi, piuttosto mi limitai a dirgli che stavo facendo una passeggiata. Figuriamoci cos’avrebbe pensato e cos’avrebbe riferito in giro se avessi detto che mi muovevo verso la stazione Leningradskij. La scusa non reggeva ma lui non era lì per sindacarla, anzi non sembrava neppure interessato. Aveva gli occhi spiritati e mi pareva di capire increduli, fremeva dalla voglia di dirmi qualcosa e io aspettavo infatti che i convenevoli si esaurissero.

«e il tuo compare… il tuo compare? Roba da matti!» cominciò adesso cambiando tono e fingendo compunzione «chi l’avrebbe immaginato eh! Un tipo tranquillo, tranquillissimo… e invece. Sono delle persone così, di cui uno deve diffidare sai, Razumichin? Se il can che abbaia non morde… il cane che non abbaia… va da sé. Vero amico mio?» Lo studiai da capo a piedi. Scuoteva la testa con gli occhi socchiusi, immaginai per non incrociare il mio sguardo che doveva essere alquanto perplesso.

«Petr Petrovic, non so di cosa stai parlando!» «non lo sai?» rispose spalancando la bocca trivialmente e mi permetto di aggiungere piuttosto teatralmente, «ma lo sa tutta San Pietroburgo, amico mio… dove sei stato tutto questo tempo?» Non volevo più sentire quello sfoggio di presunzione e, senza darmi la preoccupazione di salutarlo, gli voltai le spalle e piegai verso la stazione proseguendo per la prospettiva Vladimirsky. Ma Petr Petrovic con un salto, mi si piantò davanti profondendo mille scuse e mostrando il rincrescimento più simulato che abbai mai visto prima.

«Caro Razumichin, perché non mi vuoi ascoltare? Non volevo mica offenderti… » disse con stucchevoli cerimonie «… volevo sapere cosa ne pensassi del caso. Tra colleghi di diritto si discute di certe cose, non credi?» «non so di nessun caso, come ti ho già detto, Petr Petrovic!» «ho capito, ho capito!» fece lui, non aspettando altro che raccontarmelo «ti dico… il tuo compare, Rodion, ha ucciso una vecchietta qualche tempo fa. Assassinata.» e fece il gesto che secondo lui doveva corrispondere a un efferato delitto «due colpi di accetta… sulla testa!» «non dire sciocchezze, Petr Petrovic!» risposi sorpreso per l’assurdità, anche se in realtà non potevo dichiararmi completamente sorpreso «ti starai confondendo con qualcun altro. Ora se permetti!»«qualcun altro? ah no! Ero presente al processo. Sai… mio padre! Rodion Raskòl’nikov, il tuo compare» «processo?» risposi schiudendo appena le labbra che non mi sembrava neppure una parola quella bensì un rantolo. «Un processo… certo, che credi! C’è stato un processo, e il tuo compare ha confessato il delitto».

Cercando di unire i fili del ragionamento, accettando l’idea che quella notizia fosse vera e che cominciava a spiegare in qualche modo la sparizione dell’amico, chiesi chi fosse questa vecchietta. «Oh bella, caro Razumichin, non sai niente davvero! La vecchietta era l’usuraia Alena Ivanovna. Conoscerai il personaggio sicuramente. Non era una bella persona ma non credo meritasse quella fine. Due colpi di accetta…» e riprese con il gesto di prima colorato da una mimica idiota «…sulla testa! Ha confessato tutto. Ha confessato che voleva uccidere quella vecchia e ha confessato pure che il secondo è stato un danno collaterale». «Il secondo… un danno collaterale?» mi sudavano le mani. La cosa che mi sorprendeva forse di più era che stavo credendo a tutto, cioè tutto quello che stava emergendo dalla storia, che mi raccontava Petr Petrovic, poteva essere vero, senza edulcorazioni, tanto che cominciava a sembrarmi pure strano che un fatto del genere non fosse successo anni prima. “Ah finalmente… è successo!” pensavo, sentendomi quasi sollevato.

«sì, caro Razumichin, sembra che la sorella della vecchietta, la signorina Lizaveta non rientrava nei progetti. Si è ritirata a casa prima del previsto e ha colto il reo in flagrante… e così, i colpi di accetta li ha inferti pure a lei» scrollò le spalle quasi condividesse l’ultimo operato dell’assassino. Non riuscivo adesso a pensare ad altro che all’efferatezza del gesto dell’amico, ricostruendo in testa il progetto e l’esecuzione come se fossi stato con lui. E le immagini che emergevano da questa specie di ricordi mi confermavano che ero stato in qualche modo complice di questo delitto con il mio silenzio, con la mia incapacità di cogliere la mutazione psicologica che era in corso dentro di lui. Perché Rodion me ne aveva parlato, non espressamente, ma l’aveva fatto.

I miei anticorpi adesso erano tutti quei ricordi che affioravano lentamente per giustificare il comportamento strano che aveva avuto Rodion gli ultimi tempi. Quasi immediatamente mi venne in mente il giorno in cui rivelò un suo pensiero, secondo cui al mondo esistevano due tipi di uomini, quelli inferiori, utili esclusivamente a riprodurre il genere umano, e gli uomini veri e propri, i soli in grado di portare avanti la storia. I primi potevano essere giustiziati tranquillamente se questo serviva a realizzare un bene superiore. Questo concetto di giustizia ora più che mai mi ricorreva in mente; diventava preponderante, se non la chiave di tutto, una tra le più grosse del mazzo, l’anticamera attraverso la quale accedere alla ragione di tutto, cioè alla consapevolezza che un omicidio è l’unico atto di libertà con cui si trasgredisce la legge morale per consegnarsi a questo ristrettissimo numero di persone, questi super uomini, esseri eccezionali in grado di fare la storia. Adesso mi rivedevo che scherzavo, che gli ridevo in faccia, che gli puntavo il dito contro accusandolo di essere un povero pazzo ma lui non rideva, lui ingurgitava vodka come se fosse stata acqua. Nei suoi occhi coltivava rabbia e rivalsa, ma anche genialità e consapevolezza, che io non ero riuscito a raccogliere, a sondare, a intercettare, probabilmente perché appartenevo a quei mediocri di cui parlava.

Chiesi allora a Petr Petrovic cosa fosse capitato al mio amico. «Beh, cosa… caro Razumichin, che fine vuoi che abbia fatto! In Siberia, ai lavori forzati» «in Siberia?» replicai turbato benché non sorpreso. Immaginavo a questo punto la condanna a morte. Petr Petrovic che sembrava aver imparato a leggere i miei pensieri continuò, «nessuna condanna a morte, caro Razumichin, nessuna fucilazione, anche se c’erano tutti i presupposti». Sul viso del giovane si disegnò un sorriso, sintesi pietosa fra chi non sa se essere complice o un delatore, «ricordati chi è mio padre!»

Il giudice avvocato Luzin Petrovic, nonché marito della bella Dunecka, per intercessione di quest’ultima, aveva fatto in modo che la pena venisse commutata. Buon per il mio amico, non di meno questo mondo continuava a fare schifo. Ci salutammo finalmente e io con un sollievo che non riuscì a nascondere. Proseguì così assorto nei miei pensieri, che mi passò dalla testa per un attimo dove fossi diretto. Rodion fucilato? La sola idea mi faceva accapponare la pelle. Adesso che conoscevo la ragione per cui l’amico era scomparso per così tanto tempo mi venne la voglia di recuperare. Volevo parlargli, incontrarlo, avrei attraversato la Russia fino alla Siberia per un quarto d’ora dei nostri. Principalmente gli avrei detto che aveva fatto bene, non ero certo che mi sarei comportato allo stesso modo ma di una cosa poteva essere sicuro, che io non ero un mediocre, non facevo parte della prima schiatta di gente che lui condannava. Forse non stavo neppure nella seconda, eppure ci sarà stato un purgatorio per persone come me?

Arrivai alla stazione Leningradskij che erano le nove di sera e ancora campeggiava sulla testa un sole rovente. Trovai subito l’indirizzo e rinviai a un secondo momento la mia bevuta che aveva assunto adesso tutti i crismi della sacralità. Il desiderio però mi si alimentò esponenzialmente appena vidi un signore all’ingresso della bettola che beveva in solitudine e in allegrezza la sua vodka. Aveva una bottiglia da poco aperta ma dall’espressione rubizza, gli occhi spenti e il modo di fare morbido e allentato, sembrava che bevesse ininterrottamente da giorni. Mi controllai i copechi in tasca, lui però intercettò le mie intenzioni e m’invitò a bere un bicchierino. Urlò a Katerina che aveva un ospite e m’invitò a sedermi vicino a lui. Ero così stanco, avrei dovuto declinare quella gentilezza ma davvero era il momento di prendersi una pausa.

«Mi presento, sono Semën Marmeladov! Un impiegato in pensione» disse, e parlava come se stesse masticando sapone. Non mi guardava in faccia e mica per timidezza ma perché era così ubriaco che gli occhi, dopo un po’, non gli reggevano a una certa altezza. Apparve in quel momento Katerina, «mia moglie!» infatti, si sbrigò a presentare Semen. Katerina era zoppa, tossiva e sembrava infastidita dalla mia presenza. Non si capiva se era arrabbiata con il marito o era, quel suo modo di fare così scorbutico, la sua natura. Sbatté forte il bicchierino sul tavolo, un bicchierino opaco e lineato che aveva visto giorni migliori, dopo di che, mettendosi le mani sui fianchi, squadrò minacciosamente Semen domandandogli se aveva intenzione di farmi pagare o anche a me era riservato un trattamento speciale.

«Oh insomma…» fece lui sorridendo smaccatamente e versandomi da bere «l’amico qui…» «Dmitrij… piacere!» mi affrettai a completare la presentazione, schiumando nel vedere quel liquido riempire il bicchierino la cui sporcizia era passata in second’ordine. «L’amico qui… Dmitrij non ha un soldo. Si vede che è un morto di fame, vero?» sollevò il bicchierino colmo, in attesa di un brindisi, «beh…modestamente!» feci io ricambiando la cortesia. Katerina stizzita, sbuffò e ritornò in cucina trotterellando.

«deve scusarla… Dmitrij, non è sempre così bisbetica. Da qualche anno a dire il vero, da quando mi sono messo in pensione. Dice che bevo troppo, evidentemente Katerina non è russa. A ogni modo la differenza tra il prima e il dopo è che prima non mi vedeva bere. La gente non si dà troppi pensieri quando le cose non li ha sotto gli occhi. Lo sa quali sono i due principali problemi, amico mio?»

Versai un altro sorso con l’incoraggiamento del gentile ospite e risposi di no, che non sapevo rispondere alla domanda. «la distanza. Certamente la distanza è uno di questi… la regola aurea “lontani dagli occhi lontani dal cuore” vale tanto in amore quanto in guerra. Ecco, ecco quello che penso, amico mio». «E il secondo?» domandai incuriosito e rosso in viso «il secondo? Quale secondo, di che secondo parla?» «del secondo problema. Ha parlato di due problemi». Semen mi studiò un po’ ora titubante. Ammiccava con gli occhi e cercava di tenerli aperti, e appena riusciva nell’impresa gli si spalancava in automatico la bocca. «Chi è lei, giovanotto?» domandò «perché si trova qui in questa casa onorata?»

Mi alzai con leggera difficoltà, mi girava la testa non per la vodka ma perché mi ero alzato troppo velocemente. Domandai scusa e spiegai la ragione della mia visita e chi quindi cercassi. «Chi?» fece lui arricciando labbra e naso in una sola smorfia. «Cercavo una ragazza che risponde al nome di Sonja» «Sonja Semenovna? è mia figlia…» rispose con tono prima lusingato, poi contrariato, scuotendo la testa e versandosi un altro bicchierino, «lo sapevo, lo immaginavo. Le figlie sono una disgrazia. Ottime, eh, quando obbediscono, quando ossequiose ai voleri del padre. Quando capiscono quali le priorità e quali no. Io le voglio bene a Sonja. E’ sangue del mio sangue ma la piccola non capisce dove viviamo. Si guardi in giro, che miseria! Uno il pane se lo guadagna come può, con quello che ha. Non è che nasciamo tutti baroni. La vita è quella e ci si deve adattare. Che pensa lei, che laggiù, vede in fondo quelle ragazzine, che pensa allora, che a loro piaccia il mestiere che fanno? No, non che piace, ma dovranno pur mangiare. Eppure Sonja, no, non più. Dice. E di cosa dovremmo campare? Mi dica lei. Qualche copeco tra uova e vodka? Insomma… si vive così? Lei vivrebbe così? No, che no. Io la capisco. Lei è un intenditore. Sonja è una bella ragazza… ma per oggi niente… chissà domani! Non so che dirle. Non le prometto nulla. Potrebbe provare a passare domani ma sa, la figliola è innamorata. E gli innamorati questo vogliono: l’esclusiva. E s’isolano dal mondo. Perché funziona così, uno s’innamora e s’isola dal mondo. Fosse ricco questo qui! Figuriamoci se si sceglieva uno ricco. No, uno scappato di casa. No, che dico, uno scappato dalla Siberia. Un pregiudicato! Si rende conto, amico mio, un pregiudicato».

«Un pregiudicato?» a quelle parole trasalì. Una scarica di adrenalina improvvisa era riuscita a stemperare quel poco di alcol che avevo nel sangue. Dopo tutto quel tempo… quell’attesa. C’era da non crederci. Capivo finalmente perché Pulcherija mi aveva indirizzato da questa Sonjia. «e mi scusi come si chiama questo pregiudicato?» chiesi con trepidazione.

«come si chiama… si chiama… Rodion mi sembra. Rodion e non ricordo il cognome, mi deve perdonare. È arrivato qui, si è presentato appena e non è più uscito dalla camera. Che personaggio! Se lo vede gli dica che intenzioni ha con mia figlia perché qualcuno dovrà pure lavorare» «E’ qui… è qui?» feci io sempre più sorpreso. «E’ qui…certo amico mio, non si è mai mosso. Non ha mai pagato le bollette. Ha mangiato e bevuto a sbafo. Si è approfittato della mia bella figliola. Se vuole riprenderselo, mi creda, nessuno la fermerà. Sonja ritornerà sulla retta via e la vita riprenderà come prima».

Chiesi allora se potevo parlargli, che avevo una questione in sospeso. Avrei tolto il disturbo quanto prima. «Ascolti amico mio. Può stare quanto crede. Se riesce pure a convincerlo a lasciare Sonja, le sarò eternamente grato».

Entrai. Lo stambugio era in pratica tutto lì, in pochi metri quadri. Katerina era abbandonata su una poltrona, una sigaretta spenta sulle labbra, una mano dentro le mutande, con l’altra sorseggiava il samovar. M’indicò il piano di sopra e ringraziai. Feci velocemente le scale, aprì l’unica porta che trovai chiusa trascurando le buone maniere. Sonja trasalì e lanciò un grido che soffocò subito con una mano sulla bocca. Era una gran bella ragazza, sulla ventina, capelli biondi, slavata, minuta come ricordavo fossero le donne estoni. Rodion era seduto sul bordo del letto, pensieroso, un cuscino sulle gambe, crucciato e mi guardò senza mostrare sorpresa alcuna.

«Rodion, amico mio» esordì entusiasta allargando le braccia. Ma Rodion non accolse quell’invito e rimase immobile. La puzza di chiuso e di sigarette era insostenibile. Volevo proporre di aprire la finestra ma mi accorsi che non esisteva alcuna finestra. Continuai a chiamarlo ma senza ricevere risposta. Non era ubriaco, non mi sembrava. Sul viso c’era amara consapevolezza, forse delusione, comunque non era l’espressione di un uomo ubriaco. Sonja non spiccicava una parola. Aveva gli occhi tristi e rigati dalle lacrime. Soprattutto la trovai stremata. Dovevano aver discusso da ore e io forse li avevo interrotti.

Fu Sonja, finalmente, a dire qualcosa. Ci provò almeno, perché cominciò a singhiozzare convulsamente. Non capivo e non insistevo neppure. Piuttosto il mio sguardo cadeva su Rodion, era da lui che cercavo spiegazioni. Rodion sollevò il cuscino e recuperò sotto una rivoltella. Iniziò a studiarla attentamente in ogni dettaglio. Dal cane al mirino al carrello, minutamente.

«Che succede Rodion? Che vuoi fare?» «so che sai tutto» cominciò senza togliere gli occhi dall’oggetto di ferro. Infilò adesso un dito dentro il vano del grilletto e cominciò a far ruotare la rivoltella, caricando sull’estremità della canna appena rallentava il giro .«Ho fallito, caro Razumichin. Tutto» «hai sbagliato. È vero» risposi sentendo vuote ogni parola che pronunciavo «ma adesso hai pagato. Hai scontato la tua pena. Adesso puoi rifarti una vita»

«No, no, caro Razumichin» mi fece interrompendomi perentoriamente e con quel tono di chi vuol evitare all’interlocutore di continuare a dire sciocchezze, «non parlo della giustizia dell’uomo «ho ucciso la vecchia e nel momento in cui ho commesso quest’efferata azione ho pensato di sentirmi libero, di una libertà illimitata e assoluta, perché avevo eliminato il male, il sopruso, la prevaricazione. Libero e libero significa vivere al di sopra della legge morale. Esattamente come i superuomini di un tempo, Licurgo, Alessandro Magno, Napoleone, Maometto. Ciascuno di essi ha dato nuove leggi all’umanità e distrutto quelle antiche con spargimenti di sangue; i loro delitti sono stati giustificati da un fine superiore».

«Ma caro Rodion…» intervenni con quanta accondiscendenza riuscì a recuperare sentendomi catturato da una richiesta flebile che proveniva dalla mia sinistra. Era Sonja che, mani conserte nella mia direzione, mi pregava di aiutarlo. E piangeva. Calde lacrime le scorrevano sul viso. Io ero pieno di esitazioni. Soprattutto non capivo o piuttosto non volevo capire cosa stava succedendo. Cosa quell’uomo aveva in mente.

«Nessuno tuttavia può ergersi sopra la legge morale» riprese adesso più perentoriamente «…che ci sia o non ci sia un Dio, la legge morale pone come primo principio la sacralità di ogni vita umana». «Esattamente….» feci io condividendo la sua osservazione e immaginando che si stesse rinsavendo, «e hai pagato per questo. Quindi, per favore, mettiamoci l’anima in pace e continuiamo a vivere serenamente. Per quello che si può» cercai a quel punto la complicità di Sonja ma le sue mani non erano più conserte, era irreparabilmente prostrata e mancava poco che mi crollasse ai piedi. «No, no, no, caro Razumichin, invece no, perché la sentenza dell’uomo non cancella la legge morale. Il senso di colpa non mi dà requia. I miei anni in Siberia non sono serviti se non a meditare, a pensare cos’era giusto fare, com’era giusto estinguere questo dolore qui, che mi tormenta, mi soffoca, che qui, qui, mi dilania il petto. L’ideale del superuomo mi si è sgretolato alla prima impresa e a me, che lo incarnavo, non rimane che la solitudine e la vergogna. Rimane solo una via d’uscita a quest’orrore».

Si alzò sorreggendosi appena sulle gambe. Era magro e pallido come un cencio. Conoscevo già la sensazione che provavo. Non sapevo dargli un nome ma l’avevo già vissuta quello stesso giorno con Petr Petrovic. Il tempo allora di guardare un’ultima volta Sonjia, leggerne per quanto possibile le emozioni, i pensieri, che un colpo squarciò quel velo di attesa e di tensione che respiravamo angosciosamente. Rodion cade stramazzato sul letto.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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