I nutrienti della mente

articolo di Luciana Mongiovì

L’impatto della pandemia, come reale brutale e potente, ha messo a nudo le fragilità dell’essere umano e il  suo bisogno intrinseco di sicurezza e senso di continuità dell’esistenza. Ne abbiamo bisogno a tal punto che, quando ne siamo privati, tendiamo a sviluppare gravi sofferenze mentali.

Durante il lockdown abbiamo rivolto perentoriamente questa richiesta di certezze a medici, virologi ed  epidemiologi cavalcando l’onda di un’illusione di onnipotenza e onniscienza. Per poi scontrarci, malamente, con una realtà alquanto deludente: la scienza non coincide affatto con la pretesa di verità assoluta .

Il metodo scientifico contemporaneo ha dovuto infatti sostituire al concetto di certezza quello di probabilità, procedendo per approssimazioni a verità probabili oltre che temporanee, soggette ad essere superate man mano da scoperte successive e parziali, a loro volta transitorie.

La capacità di tollerare l’incertezza, di sostare nel dubbio, di accettare l’ignoto – in un’epoca, peraltro, marcatamente segnata dalla spinta, di senso opposto, al controllo e alla programmazione – è stata  evidentemente messa a dura prova.

Per molti l’irruzione della pandemia e l‘isolamento sociale hanno comportato esiti traumatici, scoperchiando fragilità e sofferenze fino a quel momento tutto sommato compensate o comunque latenti.
Nella fattispecie, assistiamo all’acutizzarsi in numerosi casi di crisi personali, di coppia e familiari. Bambini, apparentemente contenti di stare a casa con mamma e papà, hanno sviluppato un ampio ventaglio di sintomi regressivi quali, ad esempio, riduzione della gamma di cibi assunti, enuresi, encopresi (o incontinenza fecale), rallentamento nello sviluppo del linguaggio, paura dell’estraneo nei casi dei bimbi più  piccoli (età inferiore a un anno).

In una situazione collettiva segnata da tali perturbazioni, si configura allora, come ancora più cruciale e necessario, l’impegno a mantenere vivi e fecondi i legami umani, indispensabili per nutrire la mente,  promuovere il benessere psicofisico e sviluppare le conoscenze.

Durante l’isolamento si è fatto ricorso abbondantemente a videochiamate e collegamenti da remoto nel tentativo di lenire la sofferenza della solitudine. Eppure occorre chiarire, sgomberando il campo da ogni sorta di ambivalenza, che i rapporti virtuali non possono in alcun modo sostituire le relazioni di presenza che coinvolgono il corpo e la sensorialità. E questa esigenza sana non è più procrastinabile rispetto al tanto controverso tema scuola.

La scuola non è soltanto un istituto deputato all’educazione e all’accrescimento del sapere ma è, innanzitutto, luogo di socialità. E ciò non in fede a dettami ideologici, ma semplicemente perché non si può produrre conoscenza e crescita cognitiva se non si attiva la dimensione emotivo/affettiva che è, per definizione, prima di tutto relazionale.

Dunque la scuola assurge, in primis, a luogo di socializzazione perché, in assenza di relazioni che accendono la mente, non è possibile alcuna forma di apprendimento e crescita culturale. Pertanto, aprire le scuole secondo un progetto che introdurrebbe l’obbligo di tenere gli studenti, sia bambini che adolescenti, lontani se non addirittura separati da pareti in plexiglass etc., sarebbe quanto mai scellerato nonché espressione di un approccio ignorante rispetto allo stesso abbecedario dell’insegnamento.

Così come non esiste al mondo ​robot, o forma di intelligenza artificiale, in grado al contempo di parlare, ricevere segnali dalla platea, cogliere e interpretare il linguaggio non-verbale, interagire col non-detto. In altri termini, in grado di sintonizzarsi, in uno scambio reciproco e a più livelli, con quell’atmosfera tutta particolare che sorge dall’alchimia di una lezione di presenza.

La relazione, infatti, avviene e passa attraverso il corpo, la sensorialità, l’alternanza presenza/assenza, il contatto fisico ed emotivo, il detto e il non-detto, gli sguardi, gli odori, il linguaggio verbale e il non-verbale, il conscio e l’inconscio, il piacere e il dispiacere, il soddisfacimento e la frustrazione, eros e thanatos.

Osserviamo un/a bambino/a che si impegna a imparare a scrivere: la penna (tenuta tra il dito indice e il medio) prende il posto che prima era riservato al pollice. Pollice che a sua volta era stato, ancora prima, il sostituto dell’amato capezzolo della madre.

La funzione epistemofilica affonda le proprie radici nella relazione primaria con la madre, nell’essersi sentiti profondamente e incondizionatamente amati. E’ ben noto che il neonato impiega altri nove mesi, dopo la nascita, per raggiungere la maturazione extrauterina del cervello che entra direttamente in relazione col mondo esterno e con coloro che lo abitano.

L’amore, la relazione affettiva, è una forma di dipendenza dipendenza dall’altro sana; è un sistema di sopravvivenza che il cucciolo umano ha messo a punto nello sviluppo filogenetico.

Il bisogno di essere amati non è solo un aspetto emotivo o un sentimento ma una spinta biologica, incarnata nel corpo, che ha un oggetto (ovvero cerca e si rivolge alla persona cui legarsi) indispensabile per la sopravvivenza, e la crescita, fisica e mentale.

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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