I PIONIERI di Luca Scivoletto

 

recensione di Loredana Pitino

Enrico Belfiore, figlio del sindaco del paese e vicesegretario regionale del PCI, è il protagonista di questo romanzo; il PCI è l’alter ego di Enrico, il suo rivale, il padre-padrone che condiziona e gestisce la sua vita.
Modica è il luogo di ambientazione del romanzo, anche se l’autore lo chiama sempre il Paesone, “la provincia rossa, la più rossa del Sud Italia”, e qui si svolge una vicenda che ha il sapore dei racconti di formazione.

I genitori di Enrico, Luisa, una “comunista emozionale” e Michele, un “comunista razionale”, si sono conosciuti dentro il partito, hanno impostato tutta la loro vita secondo i dettami del partito (niente lussi, niente scarpe alla moda, niente cedimenti al consumismo), hanno educato i due figli con rigore assoluto, hanno chiamato lui Enrico in omaggio a Berlinguer del quale campeggia una gigantografia nella sua stanza.
Sono gli anni Ottanta, gli anni della Svolta di Occhetto e in casa sua, in paese, a scuola, persino in chiesa, non si parla d’altro.

Un fondamentalismo quasi cieco determina l’educazione del piccolo Enrico che, invece, cresce, si confronta con i compagni, cambia scuola, coltiva amicizie e primi amori e non condivide affatto le idee della sua famiglia e del suo amico storico, Renato che è, invece, un comunista convinto e contrario, come il padre, alla Svolta. Quella Svolta che è stata così dolorosa per moltissimi italiani che erano, allora, davvero di sinistra, un evento storico di cambiamento che non venne accettato da molti “compagni” i quali scelsero altre strade, per esempio la formazione di Rifondazione Comunista.
Renato, per quanto giovane, fu uno di quei giovani contrari alla scelta di Occhetto; lui si sente portato per l’azione, per la Rivoluzione, ha studiato quella di Ottobre e la rimpiange, emula il padre che, negli anni Settanta, aveva partecipato a tante manifestazioni e lotte del proletariato.

Fra i due ragazzi c’è una grande amicizia che rischia di infrangersi per naturali scontri ideologici, invidie e innamoramenti. Hanno un nemico comune, un compagno di scuola fascista, figlio di fascista, arrogante, prepotente, violento e bugiardo, Vittorio.
Renato è ossessionato dal pensiero di compiere una simbolica azione di protesta contro la base missilistica Nato a Comiso; progetta di entrare nella base da un passaggio nascosto la cui esistenza è rivelata in alcune mappe che il padre gli ha mostrato; qui vuole spiegare la bandiera rossa e farsi fotografare per poter testimoniare la sua azione epica e conquistare il cuore di una giovane sovietica che aveva conosciuto, come un moderno pioniere.

Quando Renato perderà improvvisamente il padre, la sua fede nel Partito Comunista diventerà ancora più salda, mentre quella di Enrico si sgretola sempre di più. Enrico desidera le scarpe di marca che hanno tutti, non vuole seguire il padre nella sua attività di segretario, non vuole seguire Renato al comizio di Pietro Ingrao, nemico dichiarato di Occhetto, desidera una casa elegante come quelle costruite nella zona nuova del paese che, però gli giura Renato, sono frutto della speculazione edilizia che loro, i comunisti, combattono.
Enrico si sente diverso, come ogni adolescente che non possa integrarsi nel gruppo che richiede omologazione; lui amerebbe essere come gli altri e basta. Nessuna pretesa epica, solo la normalità.
Le loro vite sembrano andare in direzione opposta e i due si allontanano. Fino al momento in cui, quasi involontariamente sono costretti a riunirsi e, addirittura, compiere una fuga insieme, un’azione epica.

La fuga li farà incontrare anche con Vittorio e, dopo i primi scontri, i tre si troveranno costretti a una condivisione involontaria che, lentamente, smusserà le differenze di pensiero e smonterà il personaggio che Vittorio si era costruito intorno. Anzi, Renato e Vittorio durante una lunga conversazione ricorderanno i rispettivi padri e ne riconosceranno la forza nel rispetto delle posizioni quando queste sono sostenute dal valore delle persone. Renato si ricorda che il padre di Vittorio era stato al funerale di suo padre e gli è grato di questo. (Una citazione dell’omaggio che Almirante fece al funerale di Berlinguer?).
L’amicizia trionferà e aumenterà con l’inserimento di una figura femminile, un’altra ragazza in fuga, un’americana che Renato vedrà prima come nemica, La nemica, e poi aiuterà i ragazzi nella loro strampalata e poco credibile avventura.
Quattro amici, quattro ragazzi con la semplicità e la debolezza del loro essere solo ragazzi.

L’epopea dei pionieri sembra concludersi in forma paradossale con i ragazzi dentro la base Nato sì, ma soccorsi e assistiti dai medici, non invasori e liberatori del territorio; invece, sul finale, i ragazzi riescono nella loro simbolica impresa eludendo la sorveglianza e scattando la fotografia sognata da tempo. I Pionieri compiranno la loro epica azione, diversamente da quanto avevano programmato, senza troppo valore ma con arguzia e intelligenza e alla fine saranno cresciuti.
La scrittura di Scivoletto è brillante e spumeggiante ma attenta ad una serie di riferimenti storici che raccontano l’Italia di quegli anni, anche se in una periferia (nella provincia di Ragusa) lontana dai centri del potere. Il romanzo è costellato di episodi divertenti che velano di ironia gli scontri fra la famiglia di Enrico e il resto della parentela per Natale o i movimenti degli adulti del Paesone, il concerto di Natale, l’Internazionale che risuona sempre in tutte le occasioni solenni del Partito, i comizi di Occhetto e di Ingrao, la realtà di un piccolo centro della Sicilia che, un tempo era stato Contea.
Un ottimo esordio narrativo, dove si riconosce la forte componente autobiografica, dallo stile scorrevole, divertente, con una carica semantica colorita di inserimenti in siciliano e citazioni colte, un narratore corale e grande fluidità di linguaggio.

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