I soli di Euclide

 

un articolo di Sebastiano Grasso

Fuori piove e il cuore si adagia tra le oscurità.
Le lunghe sere d’inverno seducono la mente e dilatano gli spazi.
Il crepitio della legna che arde seppellisce il tempo, incanta il silenzio. I tenui bagliori delle fiamme raccontano storie di universi paralleli, restituiscono i confini dell’oblio.
Dentro un mondo di tavolozze sospese, di forme congelate, la realtà s’intreccia, si confonde. Sono sensazioni, o possibilità mancate, una nuova idea o il baratro, le ipotesi che si ripetono come loop temporali. Quel dipinto è concluso? Quella forma è risolutiva? L’istinto, nell’intricato groviglio di sentieri amniotici, è l’unica bussola in grado di sostenere la ragione e mettere a tacere i dubbi.

Assorto tra atmosfere cangianti, lo sguardo accarezza le latitudini di una dimensione indefinita. Il bagliore della fiamma scivola come goccia di rugiada lungo steli di ottone e svela una forma. La visione mi coglie impreparato, stento a ricordare. Una pila compulsiva di libri nasconde qualcosa d’importante. Cerco con affanno nelle stanze del tempo… e ritrovo un sussulto! La mente richiama alla memoria la strana forma; avrebbe potuto ricordare un fiore, un’isola di luce. Si, ricordo! Ciò che doveva rappresentare il momento più alto della mia espressione artistica, la summa di tutte le conoscenze maturate in ambito estetico e tecnico adesso è solo un oggetto mal riposto e ricoperto di polvere.

In ambito artistico ho sperimentato le singolarità. Per esempio, un dipinto pensato per soddisfare un determinato ambito espressivo, in determinate circostanze, può restare condizionato dall’ambiente adiacente e produrre un significato inaspettato.
Non di rado, la necessità di posizionare quadri di piccole dimensioni su un piano, piuttosto che sulla parete, mi ha indotto a sfruttare frugali supporti, riciclo di vecchie installazioni lignee che ho realizzato nel corso degli anni (a fianco, ‘Il sole rosa’ – legno di tiglio bianco, quarzo rosa, coni di incenso, lampada diacronica  stelo di ottone).

Nel 2011, iniziai ad osservare una sorta di continuum armonico tra il dipinto e l’occasionale sostegno; per lungo tempo la mia attenzione seguitò a focalizzarsi su quella composizione. Non riuscivo a comprendere quanto dell’emozione che provavo era la conseguenza della visione data del dipinto e quanto dalla relazione che questo aveva instaurato con l’improvvisata cornice.
Nel 2016 iniziai ad approfondire l’argomento, tentando di sviluppare forme, soluzioni e materiali, in grado di replicare (e magari implementare) quell’impercettibile sussulto emotivo.

Sperimentai l’uso di un punto luce; soluzione che prevedeva la collocazione di una faretto diacronico in grado di ‘costruire’ intimità e dare enfasi alla composizione. Iniziai a pensare alle isole di luce. Le isole potevano essere collocate in piano (o dentro una nicchia, sopra una consolle) ed avere una propria autonomia (ragionando in termini più ortodossi per il dipinto non esisteva più il vincolo della parete, senza la quale ogni ipotesi poteva apparire una alternativa precaria o di dubbio gusto).

Il grande limite di questo progetto fu determinato da due fattori: la complessità tecnica della struttura (di volta in volta sviluppavo forme complesse che richiedevano maggiore abilità manuale e tecnica); il tema del dipinto (di genere astratto, ma calibrato per la forma ospite).
Sviluppai una serie di tentativi, che tuttavia non mi convinsero: non riuscivo a comprendere le ragioni di quell’equazione (dipinto-supporto). Accantonai il progetto.
Di recente, sollecitato dalle attenzione che alcuni collezionisti in visita presso il mio studio hanno rivolto all’illustre relitto, ho deciso di dare una nuova opportunità al progetto.

Innanzitutto, ho proceduto a concettualizzare l’idea di base. Ispirato dall’anagramma di ‘isole di luce’, Euclide soli, ho pensato alla geometria euclidea. Il matematico greco dimostrò che per ogni punto nel piano passano infinite rette. Quindi mi chiesi:- è possibile trasporre questo concetto al binomio ‘dipinto-supporto’, volendo considerarlo come punto (luogo) attraverso cui fare transitare diverse suggestioni? Posto ciò, è ipotizzabile che la somma di tali sensazioni sia in grado di generare un fulcro di significati archetipici?

Credo che il ragionamento sia ammissibile; tuttavia la strada che mi porterà a realizzare un numero sufficiente di modelli per l’evento, ‘I soli di Euclide’, è ancora lungo. Un progetto ambizioso per il quale ho già nel cassetto il prezioso invito offerto da Franco Cappadonna, responsabile della galleria «L’Arte Club», (Catania, via Caronda, n.58), che segue con encomiabile interesse gli sviluppi e le implicazioni di ordine estetico che queste strutture assumeranno.

 

In epigrafe presento il modello sopra accennato, si chiama ES/1-2020 (sta per Euclide soli, n.1 del 2020, dimensioni L16cm xH43cm xP20cm) e alloggia un dipinto (astratto, olio, anno 2011) collocato su due tavole di rovere unite ad angolo retto.
Quando osservo ES/1-2020 mi piace pensare a una entità misteriosa che continua a virare verso l’alto, a sfidare la stasi e le tenebre, l’indifferenza.
Il mio pensiero si riavvolge dentro un controcanto di silenzi. Gli ultimi bagliori di questa lunga sera invernale volgono sul finire. Forse non tutto si perde nella polvere del tempo.

Informazioni su Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.
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