Il corpo e l’anima. La nascita della coscienza

 

Mi è sembrato opportuno cominciare a fare un esame di coscienza, analizzarne la storia, osservarne gli sviluppi. È un tema, dico la coscienza, la sua scaturigine, la sua lungamente discussa esistenza, così la sua antropologica identificazione, che trovo di nutrimento inesauribile e inestimabile.

Quella fiammella insomma sempre accesa che danza chissà dove e chissà come e che, dall’esistenza dell’uomo, anch’essa aborigena, è finita per intraprendere il cammino dell’evoluzione.

Iniziamo da quello che sappiamo, cioè che l’uomo è composto di corpo e anima. Del corpo se ne occupa la medicina, dell’anima, a vicende alterne e scopi diversi, la religione e la psicologia.

La domanda è: come siamo arrivati a questo?

È tutto vero?

La prima volta che troviamo la parola psiche è nel X secolo A.C. ed è grazie a Omero. Questi con il termine psiche non allude a nulla che afferisca l’anima, bensì all’ultimo respiro. D’altronde il termine psikein, in greco, vuol dire proprio respirare.

Stesso discorso per la parola corpo, quindi soma. In Omero il corpo è riferito al cadavere, nella sua interezza sì, ma morto. Il corpo vivente, al contrario, è un corpo nominato a partire dalle membra, dai gesti. Chi ha studiato i poemi epici non dimenticherà come Omero parlasse di gambe, di braccia, del timo, del diaframma in una sequenza autonoma di azioni senza che fosse rappresentato alcuno scenario psichico o, sia pure in fase embrionale, alcuna interiorità dell’uomo.

La parola ψυχή, nella sua accezione più spirituale, è stata introdotta effettivamente dagli orfici, una setta religiosa che ritiene il corpo una prigione dell’anima. Gli orfici concepiscono l’anima come una scintilla, o un principio divino, imprigionata in un corpo dal quale deve assolutamente liberarsi.

Per raggiungere questa dimensione animica, perché si liberi la scintilla divina, occorre sottoporre il corpo a continui digiuni e penitenze. Attraverso pertanto la mortificazione del corpo, l’anima si libra.

La concezione orfica non è rimasta isolata. Prima ancora di confluire, suoi strali, nella religione cattolica, viene ripresa da Platone il quale condivide e rilancia con il mito di Er, contenuto nella Repubblica.

Il mito di Er nasce, per il filosofo greco, con il fine di spiegare l’immortalità dell’anima. Er, eroe morto in battaglia, racconta che la sua anima si era messa in cammino, insieme a molte altre, fino a giungere presso un luogo divino dove sarebbe stata giudicata. Qui, i giusti e gli ingiusti erano assegnati a due voragini diverse, la prima portava verso il cielo, la seconda verso la terra. In queste voragini, come una sorta di purgatorio ante litteram, queste anime avrebbero trascorso mille anni durante i quali gli ingiusti sarebbero stati ricompensati e gli ingiusti, invece, sottoposti a castighi ed espiazioni. Dopo questo periodo le anime sarebbero state costrette a reincarnarsi, ciascuna scegliendo il proprio daimon, ovvero la propria sorte.

L’idea di anima pertanto nasce da Platone e non ha echi o artifizi religiosi. La domanda è allora la seguente, che ragione aveva il filosofo di creare l’anima? Platone era interessato a costruire una conoscenza universale e valida per tutti. Una conoscenza di questo genere non poteva essere costruita sulla base delle sensazioni corporee che rappresentano, secondo Platone, un ostacolo.

I corpi sono deteriorabili, si modificano giornalmente. Non danno le stesse informazioni, sono instabili; si cresce, infatti, si è soggetti a passioni, ci si ammala. Per mezzo del corpo quindi non si può arrivare a un giudizio universale, oggettivo e valido per tutti. Ed ecco allora teorizzata l’anima, intesa come idea, come costrutto mentale, come conoscenza.

La religione è intervenuta secoli appresso e non, come prevedibile, con una visione virginale del problema. Anche la tradizione religiosa occidentale, le cui origini risiedono nel mondo giudaico, non ammetteva la concezione dualistica cioè che l’uomo fosse composto d’anima e di corpo. Era ammesso sì un dualismo, non antropologico ma cosmico, c’era solo l’uomo e Dio, il cui rapporto era guidato dal conflitto o da una fedele alleanza. Ma il corpo restava sempre corpo senza alcuna trascendenza animica.

L’equivoco tuttavia sorse nel momento in cui si tradusse la Bibbia in greco. La parolina aramaica Nephesh fu tradotta con ψυχή. Ora, è noto che le traduzioni non sono semplici trasposizioni linguistiche, ogni parola trascina con sé tutta la tradizione che l’ha costituita e confermata. Così questa parolina Nephesh si è portata dietro tutta la cultura greca, in particolar modo quella platonica che aveva per prima impostato il dualismo anima e corpo.

Nephesh, nel vecchio testamento, non ha nulla che vedere con l’anima. Il Salmo la interpreta come gola, il libro del Levitico parla di nephesh met precisamente il cadavere dell’animale. La tradizione giudaica, ancora, parla di occhio per occhio, dente per dente, nephesh per nephesh, cioè vita per vita; alludendo al corpo vivente con tutto il corredo di indigenze e miserie che conosciamo. Il vecchio testamento pertanto escludeva l’esistenza di un’anima. Una volta tradotta la Bibbia in greco, la sostituzione della parola nephesh con ψυχή ha permesso la concezione dualistica, anima e corpo, propria della tradizione greca.

Il grande ideatore dell’anima, quello che ha offerto il più incisivo contributo è stato Agostino. Il filosofo ha recuperato prima di tutto la concezione platonica, anima e corpo, per poi introdurre un piccolo accorgimento che diventerà fondamentale per la cultura occidentale. Il dualismo, dice Agostino, non serve a spiegare un sapere universale, ma risponde all’esigenza della salvezza. Si sposta il problema dell’anima dalla conoscenza, dove Platone l’aveva istituita, alla salvezza. Ed è in quest’ultima che i cristiani trovano un senso del loro destino sulla terra. Da questo momento, grazie al filosofo algerino, almeno in Occidente, ci si è persuasi che l’uomo fosse composto di corpo e di anima.

Preme ricordare che il cristianesimo non è mai stata una religione interessata all’anima. E’ stata al contrario una religione del corpo; Dio si è fatto carne e subisce tutte le vicissitudini corporee dalla nascita alla morte. Così anche l’arte cristiana è un’arte di corpi.L’anima pertanto è stata introdotta da Agostino e il cristianesimo l’ha fatta propria per garantire la sopravvivenza. Questo almeno fino al 1500, quando si affaccia la scienza moderna.

Il rinascimento ha visto fiorire personaggi illustri in ogni settore. In quello delle scienze, figure come Cartesio, hanno indubbiamente contrassegnato un’epoca. Il filosofo francese compie un’operazione fondamentale che consiste, in breve, nel ridurre il corpo a organismo.

Mentre il corpo, infatti, è inteso come uno stare al mondo, sollecitato dalle cose del mondo, che ha sensazioni, che si ammala, che gode, che soffre, l’organismo è la sommatoria di organi di cui si occupa la medicina. Ed è qui, esattamente in questa sede, che deve essere valutato il corpo. Per Cartesio, il corpo va letto come una cosa, valutabile attraverso idee chiare e distinte che provengono dalla fisica; peso, sistema nervoso, circolazione dei liquidi.

L’obiezione che scaturisce da questa interpretazione è che riducendo il corpo a organismo, tutto quello che non si spiega su base organica, abbisogna di altri saperi. È qui che si fa strada la psichiatria.

La psichiatria nasce a metà settecento. Il motivo trainante è nuovo e rivoluzionario perché si comincia a ritenere che l’anima possa ammalarsi. Ma visto che è stato detto che il corpo, ridotto a cosa, è valutabile solo secondo idee chiare e distinte, dove collochiamo quest’anima?  La prima formulazione di questa neo scienza è la seguente, si tratta di un morbus sine materia, cioè una malattia senza riscontro organico.

La psichiatria nasce per dare principalmente una spiegazione all’esistenza dei pazzi che rappresentano un disturbo per la società, un rischio sociale. Gli psichiatri intercettano il fastidio che viene così arginato carcerando questa gente insieme ai delinquenti. Solo più tardi, fine settecento, tre psichiatri, Pinel, Esquirol e Chiarugi, separono i pazzi dai delinquenti con la semplicistica motivazione che i primi non sono responsabili delle loro azioni e che queste non sono il risultato di una deliberata volontà.

La separazione, ad ogni modo, è più formale che radicale. I pazzi verranno, infatti, rinchiusi nei cosiddetti manicomi dove subiranno coercizioni altrettanto violente quali camicie di forza, punizioni corporali e parecchio altro. Fin quanto detto sembra chiaro che la scienza psichiatrica non nasce con lo scopo di conoscere la malattia, bensì piuttosto come uno strumento di difesa sociale, con lo scopo di sollevare la società dal fastidio di folli e insani.

Un secolo più tardi nasce la scienza psicologica.È una materia di difficile collocazione anche perché da Platone a Kant è sempre stata considerata parte integrante della filosofia. La questione ancora oggi è irrisolta. Per essere, infatti, scientifica dovrebbe trattare l’uomo come oggetto ma una volta che questo è stato oggettivato e osservato come una cosa, abbiamo perso la sua identità.

La psicologia per salvarsi da questa contraddizione ha pensato di occuparsi delle facoltà umane, intelligenza, le emozioni, la memoria, l’apprendimento e costruirvi sopra degli studi. Il risultato sarà però insoddisfacente perché questa disciplina riuscirà a trattare le facoltà umane ma non saprà dir nulla sulle modalità con cui queste facoltà si esprimono.

Husserl a tal proposito poneva due alternative. O, la psicologia, diventa scientifica e in questo caso rinuncia a possedere la conoscenza degli individui. Oppure promuove la conoscenza degli individui ma rinuncia alla scientificità giacché la conoscenza, essendo diversa da un individuo all’altro, non può esprimere nessuna legge universale.

Un compromesso tra le istanze della scienza e quelle della conoscenza individuale è stato offerto dalla psicoanalisi. Il filosofo Schopenauer, grazie al quale lo stesso Freud tributa il merito dei suoi studi, sosteneva che in ciascuno esser umano esistono due soggettività entrambe governate dal principio di conservazione della specie. Quest’ultima utilizza gli individui come semplici funzionari della specie attraverso la sessualità per la procreazione e l’aggressività per la difesa della prole.

«alla natura sta a cuore solo la nostra esistenza non il nostro benessere»

Schopenauer, così Freud, condividono una visione irrazionalistica dell’uomo. Quest’ultimo però individua tre soggettività. La prima è quella dell’inconscio, aggettivo con cui intendiamo ciò a cui non si pensa mai, cioè di essere puri funzionari della specie. Nell’inconscio di Freud coesistono due pulsioni fondamentali che sono l’eros, o pulsione di vita, e thanatos, pulsione di morte. La seconda soggettività è l’Io, inteso come il nostro modo di vivere, di essere, il nostro stare nel mondo. Affianco alla soggettività della specie e soggettiva dell’Io, Freud colloca una terza soggettività che è la società.

Questa ha lo scopo di contenere il mondo pulsionale. E’ evidente che la società non potrebbe sopravvivere se tutti scatenassero indiscriminatamente sessualità e aggressività. A fronte di queste ragioni l’uomo, quale animale sociale, deve contemperare le proprie pulsioni per consentire la convivenza.

L’uomo secondo la teoria psicoanalitica di Freud è composto di pulsioni, io e società interiorizzata. Queste tre soggettività non sono autonome e distinte ma sono apertamente in conflitto tra loro e in particolar modo quella pulsionale, che risponde alla specie, e quella della legge sociale interiorizzata. Moderatore di questo conflitto sarà il nostro Io.La persona equilibrata, così come generalmente intesa, è colei che riesce a controllare le istanze della specie e quelle della società. Laddove l’io dovesse soggiacere alle pulsioni avremo soggetti psicotici.

Gli scenari fin qui esaminati, psichiatrici, psicologici e psicoanalitici, sono tutti derivati dalla tradizione prima platonica e poi religiosa. Vuol dire che sono tutti eventi della psiche, e quindi dell’anima, che vivono nell’interiorità dell’uomo. Sempre, pertanto, nella rappresentazione categoriale di corpo e anima. La filosofia del novecento parte da un’altra considerazione, chiedendosi principalmente se dobbiamo  concepirci anima e corpo. La filosofia che approfondisce questo problema prende il nome di fenomenologia e ha come personaggi di riferimento Heidegger, Husserl e Jasper. In Italia, Basaglia.

La fenomenologia sostiene che non c’è bisogno dell’inconscio per spiegare l’uomo, né di nessun altro modello di interiorità per spiegare la condizione psicologica dell’uomo. La relazione, infatti, che pretende di instaurare la fenomenologia non è più quella classica fra corpo e anima ma fra corpo e mondo.

L’obiezione che si muove è che la psicologia continua a considerare il corpo alla stregua dell’organismo, cioè ha del corpo una concezione medica. Cerca con il corpo di spiegare l’anima e attraverso questa di spiegare il corpo. E da visioni di questo tipo che sono nate discipline come la psicosomatica. Per la fenomenologia il corpo è un corpo vivente che è nel mondo. E’ aperto al mondo, riceve messaggi e stimoli, risponde in base alle modalità con cui è impegnato dall’ambiente che lo circonda, dagli affetti che ha ricevuto.

È questa relazione che la fenomenologia considera psichica.

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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