Il Dracula di Abraham Stoker

articolo di Adriano Fischer

La storia di Dracula la conosciamo tutti. In qualche modo, anche senza mai aver letto il romanzo di Stoker, sappiamo tutto del Vampiro più famoso del mondo. Tante sono state le trasposizioni teatrali e cinematografiche, da Nosferratu, il capolavoro di Murnau del 1922, fino ai giorni nostri, le serie, Twilight, Van Helsing, senza contare le infinite riscritture in chiave parodistica e ironica.

Dracula rappresenta uno di quei romanzi che avrei dovuto leggere in gioventù, quando l’immaginazione ha bisogno di essere continuamente infiammata, stimolata e, così, anche l’innocente punto di vista sensibile alle sorprese, allo stupore, che una storia di fantascienza può offrire.

Resta comunque un classico, quando con tale definizione si vuole intendere un’opera che resiste al tempo, dove ogni rilettura è una lettura di scoperta o, come diceva Calvino, quando nasconde le pieghe della memoria, mimetizzandosi da inconscio collettivo a individuale.

Il romanzo è stato pubblicato nel 1897, in Irlanda si stava attraversando un periodo che più tardi verrà definito Rinascimento celtico, caratterizzato da un rinverdimento culturale e artistico che nasceva dalle ceneri della passata soggezione all’Inghilterra.

Di questo rinascimento però Bram Stoker resterà indifferente. Così come alcuni dei suoi colleghi, Oscar Wilde e George Bernard Shaw.

In realtà c’era in lui una volontà precisa di rifarsi una personalità che avesse a che fare il meno possibile con le sue origini. L’essersi accorciato il nome – da Abraham a Bram – era segno di volersi liberare da quel sentore di ebreo che era poco gradito alla pubblica opinione inglese dell’epoca. La sua stretta e simbiotica amicizia con Henry Irving, sotto la cui ombra consumò la sua esistenza, ha testimoniato la sua intenzione di omologarsi sempre di più al mondo inglese.

Henry Irving era nel 1878 il più grande attore inglese del tempo, tanto che fu persino insignito dalla regina Vittoria del titolo di baronetto. Per vent’anni, fino alla sua morte, nel 1905, Stoker fu la sua ombra, amico e collaboratore; le stesse note biografiche danno dello scrittore un ruolo alquanto marginale. E’ stato suo manager di teatro, suo curatore di tournee, suo segretario personale, una presenza assidua e un’adorazione che nulla c’entrava con i suoi studi, un laureato in legge, e con le sue inclinazioni, la scrittura.

La cosa che sorprende è che, nonostante Stoker avesse riconosciute doti di scrittore e competenze teatrali, non pensò mai a una collaborazione con Irving per la stesura di una versione teatrale di Dracula. Irving, d’altro canto, non prese mai in considerazione questa possibilità.

Dracula può definirsi, a buon conto, come un romanzo gotico, più tardi labellizzato come noir, e in questo confluiscono testimonianze ed esperienze diverse che ne alimentano la natura di mito. L’origine del Vampiro succhiatore di sangue ci porta ai paesi slavi e balcanici dove il termine “opyr” evocherebbe il pipistrello, il lituano “wampiti” richiamerebbe l’idea del bere. Dracula, invece, ha origini rumene, la radice drac starebbe indicare tanto il diavolo quanto il drago.

Il vampiro, che ritroviamo nel folclore, ha un aspetto diverso da quello che offre Stoker. È rozzo, è brutale, non ha origine nella notte dei tempi ed è morto da poco, è ottuso, stupido, non manifesta particolari motivazioni sessuali, è sempre controllabile e viene puntualmente ucciso con i rimedi leggendari quali la decapitazione e il cuore trafitto.

Quello di Stoker, invece,  è un Vampiro “romantico”, ha origini remote, è un nobile colto e raffinato, intelligente ed astuto, può essere immortale e la componente sessuale è molto evidente. E’ il Dracula di Coppola o il Nosferratu di Murnau, migliore performance del vampiro di Stoker.

Se sia esistito o meno questo personaggio, si direbbe che la storia si amalgama con la leggenda e le chiacchiere con la cronaca. Si racconta di un Vlad II Dracula, principe di Valacchia, che intorno al 1430 si distinse nella battaglia contro i turchi, e di suo figlio Vlad III Dracula l’Impalatore, che in sei anni di regno avrebbe ucciso tra i quaranta e i centomila cristiani, più un congruo numero di nemici turchi, con il prediletto metodo dell’impalamento.

Al di là della suggestione esercitata dal nome, questo Vlad Dracula non ha nulla a che vedere con il Dracula di Stoker. La raffinatezza così dipinta del Conte di Stoker sembra esser plasmata dall’aspetto fisico dell’amico attore Irving, le cui fattezze non sono effettivamente così incompatibili con il Vampiro transilvano. Ennesima dimostrazione di devozione e, probabilmente, perché Stoker riteneva che un personaggio così montato potesse essere gradito a un pubblico inglese.

Stoker non vivrà mai il successo della sua opera che, essendo un romanzo popolare – ascrivibile altresì al genere epistolare – mal si conciliava con le tendenze dell’epoca più mirate ad ambizioni ideologiche. L’anno in cui fu pubblicato Dracula esce di prigione, dopo due anni di lavori forzati per sodomia, Oscar Wilde, Shaw scrive il Discepolo del Diavolo, Gide Gli alimenti terrestri, Kipling Capitani coraggiosi. A Parigi si inaugura la prima esposizione degli impressionisti, è l’anno in cui muore Brahms, a Vienna Klimt dà vita alla corrente artistica della Wiener Secession, è l’anno del J’accuse di Zola contro il caso Dreyfuss, Ibsen scrive Casa di Bambola.

Gli spazi riservati al Dracula di Stoker si restringono fino a strozzarne ogni possibilità di emergere. Con un panorama del genere era difficile spiccare. Dracula, tuttavia, si inscrive nel capitolo della grande letteratura popolare cui appartengono i più grandi successi del tempo, incuranti di troppe analisi psicologiche e sociali, il cui impatto sulle culture e sulle sensibilità nazionali è paragonabile solo all’influenza che la televisione sta esercitando nel nostro momento storico.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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