Il grande romanzo americano

articolo di Adriano Fischer

Gli scrittori nord americani hanno sempre avuto l’ossessione per il Grande romanzo americano. Una ricerca spasmodica, quasi ancestrale, più che secolare, mai concretamente soddisfatta. È una chimera in fin dei conti, perché corrisponderebbe a qualcosa di altrettanto inafferrabile, illusorio, un qualcosa che caratterizza un popolo, quello statunitense, che dall’Ottocento comincia a riconoscersi come entità diversa, autonoma, rispetto a quella del vecchio continente, cioè il luogo da cui i suoi abitatori sono partiti.

Quindi in buona sostanza nel grande romanzo americano cova il più che noto sogno americano, la capacità di dar identità al paese del tutto è possibile e voce ai milioni di abitanti che lo popolano, a questa sintesi colorata, confusa, nevrotica dell’intero pianeta.

Il grande romanzo americano al pari del sogno ha sicuramente fascino ma soprattutto impalpabilità, un po’ perché una volta concretizzato perde la sua aurea spirituale, onirica, un po’ perché è mutevole nei tempi; si trasforma, si riforma, si rinnova, si corregge, perché – come lo aveva descritto il critico DeForest nel 1860 – «è il ritratto delle emozioni e dei comportamenti ordinari dell’esistenza americana»

Non si può pertanto risolvere questo tipo di romanzo a un tema univoco o addirittura identitario, non si può perché non è possibile. Il tempo ha oltretutto fatto la sua parte, sprovincializzando un’esclusività wasp, cioè propria dell’etnia caucasica che sembrava essere la sua costante peculiarità.

Di fatto la lista delle candidature che ambiscono al bacellerato di GRA è pressoché sterminata; elencare ogni singolo libro, infatti, che è stato chiamato, da qualcuno o da qualche parte, a salire sul podio della grande letteratura americana è una fatica titanica, non fosse altro poi che ogni generazione ha avuto i suoi rappresentanti, eredi ed epigoni allargando all’infinito questo cerchio magico.

Se dovessimo però tracciare una mappa di quelli che sono considerati i grandi romanzi americani in un arco di tempo che copre 150 anni, si può partire dal romanzo di Mark Twain, le avventure di Huckleberry Finn, il romanzo da cui, secondo Hemingway, discende tutta la letteratura americana, dove, attraverso il picaresco viaggio su una zattera presso il fiume Mississippi, viene celebrata l’amicizia tra Huck, un ragazzino che si dà alla fuga per i maltrattamenti perpetrati dal padre, e Jim, lo schiavo nero, anch’egli in fuga perché minacciato dalla sua padrona di esser venduto al mercato di Orleans.

Il grande romanzo americano lo troviamo comunque in ogni fase e momento nevralgico della storia americana, tanti sono gli esempi nei primi del Novecento, durante il New Deal di Roosevelt, verso la nuova guerra mondiale e così quindi negli anni della Guerra Fredda.

Negli anni venti è il Grande Gatsby, di Scott Fitzgerald, ad aggiudicarsi la palma del grande romanzo americano, non grande – non letteralmente almeno – un racconto lungo, in un centinaio di pagine, in questa descrizione dei ruggenti anni venti, è concentrata la tragedia del mito americano.

Abbiamo Furore di Steinbeck, del 1939, ad oggi considerato il grande romanzo americano più letto e più venduto di sempre, ritenuto da molti il romanzo simbolo della grande depressione che ha colpito gli Stati Uniti negli anni trenta e con il finale più struggente della storia letteraria mondiale.

Gli anni Cinquanta sono passati alle cronache come gli anni del Containment – cioè del Contenimento, attraverso il piano Marshall e il Maccartismo – sono anche gli anni in cui il romanzo americano sviluppa una controcultura che si oppone a questa ideologia del controllo, una cultura del dissenso. Esempi sono il giovane Holden di J. D. Salinger, scritto non per fomentare i valori borghesi ma piuttosto per incoraggiarne la trasgressione, e Lolita di Nabokov che pianta una lapide sui valori e l’educazione puritana dei tempi.

Tra gli autori, tra i più prolifici, i più premiati, che hanno contribuito a produrre opere che mirano a comporre l’immaginario del grande romanzo americano ritroviamo sicuramente Philip Roth che con la sprezzante ironia che contraddistingue la Trilogia Zucherman – Ho sposato una comunista, La Macchia umana e Pastorale americana – prende di mira gli orrori del maccartismo e un perbenismo, inevitabilmente ipocrita, della società.

Un momento di svolta lo troviamo pure per le comunità multiculturali degli Stati Uniti, così mentre Mandela nel 1993 vince il Nobel per la pace, Toni Morrison quello per la letteratura. Il tabù è infranto, il sogno americano è ufficialmente patrimonio anche della società afroamericana e femminile. Dimostrazione è Amatissima. Nel capolavoro letterario della Morrison, infatti, si racconta la storia crudele, una storia vera, un fatto di cronaca, di una madre che si macchia dell’omicidio della sua bambina per sottrarla alla sua stessa sorte, la schiavitù.


Sulla stessa scia troviamo uomini come Colson Whitehead, – lo scrittore preferito del presidente Obama – che con la Stazione Ferroviaria traduce l’angoscia delle vecchie memorie degli schiavi fuggitivi dell’Ottocento.

Il GRA può anche essere antiamericano. E’ il caso di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, romanzo incentrato sulla sete di guerra, i genocidi. Il protagonista, infatti, è Kid, un giovane che cova dentro un gusto per la violenza insensata.

Lo scrittore che contende il titolo del grande romanzo americano con Roth, a fine anni novanta, è l’italoamericano Don DeLillo e particolarmente con il maestoso Underworld, il romanzo epico postmoderno per eccellenza nel quale lo scrittore, attraverso una palla da baseball che viaggia di mano in mano, simbolo incontrovertibile del Paese, racconta le ossessioni dell’America, il denaro, l’immortalità, il futuro.

Sempre in questi anni ad altre due opere è tributato il titolo di grande romanzo americano Le Correzioni di Jonathan Frenzen e il labirintico Infinite Jest di David Foster Wallace. Il primo affronta la società americana prima della rovinosa caduta della borsa e l’ottimismo proprio degli anni ottanta, il secondo è il complesso rapporto dell’identità nazionale e dei suoi processi gestativi.

 

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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