Il Gruppo di Polifemo

Il grido di Luciano Funetta

di Sara Bartolucci

«Mentre gli androni s’illuminavano e il neon iniziava a bruciare, nuvole impenetrabili attraversavano il cielo sopra la città. Una figura entrò in un vicolo. Un’altra ne uscì, identica alla prima. La strada era cieca.»

Candidato al Premio Strega 2016 con il suo romanzo d’esordio “Dalle Rovine” (Tunué), Luciano Funetta torna alla ribalta con un sorprendente distopico che scardina completamente i canoni classici della letteratura.

“Il grido” non è un libro comune e non ha una vera e propria trama: qui fantascienza e fantastico si fondono in una narrazione visionaria e allucinante; un vortice di scene futuristiche che rimandando ai più noti temi psicologici della letteratura del passato – straniamento, spaesamento, spleen, male di vivere -, attraverso una scrittura ipnotica, affascinante, dallo stile intenso e coinvolgente.

Attraverso un linguaggio onirico già maturo, viene raccontata la storia di Lena, una giovane ragazza che per sopravvivere lavora in un’impresa di pulizie. Quando non è in servizio si ritrova a bere qualcosa al Kraken, un locale frequentato da personaggi bizzarri e fuori dal comune, come l’ex prostituta vietnamita Love Love e l’uomo con cui Lena ha una tresca (più fisica che sentimentale), Stephan. Tutti loro vivono in una città indefinita, oscura e degradata; una città apocalittica, in cui i morti si fondono con i vivi, dove le persone somigliano più a zombi e fantasmi, dove il silenzio si alterna ad assordanti grida di disperazione.

«…i morti stavano vincendo e i vivi stavano morendo…»

In questa distopica metropoli non esistono mezzi di trasporto e la vita viene tristemente scandita da una routine imposta dalla società a metà fra il reale e il digitale.

Pagina dopo pagina Funetta riesce a far scivolare il lettore nei meandri della sua fantasia rendendo possibile l’impossibile. I personaggi più bizzarri riescono ad acquistare una forma reale, anche quando entrano nella Fortezza, un luogo in cui i confini stessi del corpo si dissolvono in un vortice psichedelico e allucinogeno. Realtà o immaginazione? Sta al lettore stabilirlo.

In questa città devastata le vite dei personaggi scorrono lente e uguali ed essi sono perennemente angosciati e rassegnati all’oblio. Il desiderio di fuga è costante, così come la rassegnazione che li tieni ancorati al suolo. La storia di Lena si svolge a metà fra un passato trascorso in un orfanotrofio governato da esseri sovrannaturali e un futuro incerto, passando per un presente costruito sulle fughe con amici all’Orto Botanico, un luogo in cui le regole spazio temporali vengono annullate e gli ospiti finiscono inevitabilmente con il perdersi fra i meandri più oscuri delle loro menti.

Al centro di tutto c’è sempre e solo lei, Lena, colei che non ha passato e non ha futuro, tormentata dalle visioni che la rendono vittima di una perenne sensazione di tristezza e malinconia. Gli incubi che la tormentano fin da bambina tornano a farsi vivi nei momenti più impensati, rendendo “Il grido”, un racconto allucinante, in cui emarginati e reietti sono i protagonisti che urlano a gran voce

la loro presenza, la loro solitudine. A testimoniare questa disperata realtà c’è un grido che compare alla fine di tutto. Verità? Immaginazione? Qualsiasi interpretazione si voglia dare rimane il fatto che il “grido” visionario che travolge Lena e tutti gli altri è qualcosa di molto vicino a noi, più di quanto possiamo immaginare.

Funetta ci regala un romanzo inquietante e suggestivo, incredibilmente coraggioso nello scardinare i canoni letterari classici. Una ventata gelida, come i fantasmi dalle sembianze dei grandi mostri della letteratura che lo hanno ispirato. L’autore ha assimilato, distrutto, manipolato, ibridato e poi restituito al mondo tutta la sua formazione, creando un linguaggio unico e originale: la sua voce, il suo grido.

Un romanzo che sottolinea come una nuova primavera stia sbocciando nella letteratura italiana, un delicato bocciolo che va protetto e nutrito affinché possa mostrarsi in tutta la sua incantevole bellezza.

«…non è una voce, è qualcosa che si sgretola…»

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