Il gufo filosofo Lucio Piccolo

Ho conosciuto Lucio Piccolo qualche anno fa. Non avevo alcuna contezza di questa figura mesta e timida, dalla stessa famiglia, chiamato “l’ingufito”. Più precisamente l’incontro fu casuale perché il poeta, intrepretato da Leopoldo Trieste, ha fatto la sua comparsa, semplice e sbrigativa, nel film di Roberto Andò, Il Manoscritto del Principe.

L’opera in questione raccontava gli ultimi giorni di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il travaglio legato al suo capolavoro, Il Gattopardo. Lucio Piccolo è nientepopodimeno che il cugino del principe. Blasonato, anch’egli, barone per l’esattezza. Nasce in una Palermo svagata ed esoterica nell’ottobre del 1901 da Giuseppe, ricco possidente terriero e dalla contessa Teresa di Cutò il cui curriculum dinastico vanta tre Viceré e avi di stirpe normanna.

Poco noto, perché? Principalmente perché è stato all’ombra del più importante cugino, l’affezionatissimo Tomasi di Lampedusa con il quale condivideva tempo e passioni letterarie.  Ma anche perché era notoriamente una figura riservata, che conduceva una vita anacoretica.

Villa Piccolo, infatti, è stato l’ameno luogo in cui il poeta trascorse buona parte della sua esistenza. La villa è sita in contrada Vina, a tre chilometri dal centro di Capo d’Orlando; qui la famiglia, per volontà della madre, si era trasferita definitivamente dopo l’allontanamento del padre e le difficoltà economiche che hanno determinato la perdita della casa palermitana di via Libertà 13.

Poliglotti, colti e raffinati conversatori, amanti della musica e dell’arte, della natura e degli animali, specialmente dei cani, cui avevano riservato in villa un degno cimitero con il nome dei defunti sulle lapidi, i Piccolo vennero inevitabilmente considerati una famiglia di eccentrici.iPiù di tutti, Lucio. Ingegno acutissimo, poliedrico sovrastava i suoi contemporanei che ne riconoscevano una lucidità di intelletto unica.

Il ragazzo conseguì diploma classico ma non intraprese studi universitari. Accanito lettore di testi classici, esperto di filosofia, teosofia, metapsichica, matematica e astronomia, fu anche pittore e musicista con la passione per Richard Wagner, i polifonici del Cinquecento. Già diciottenne Piccolo ebbe un’assidua corrispondenza con uno dei maggiori poeti stranieri dell’epoca, l’irlandese William Butler Yeats, sulla scorta dei comuni interessi esoterici e filosofici. Addirittura Yeats scrive a Piccolo anche dopo aver ricevuto il Nobel, testimonianza di uno scambio sincero.

La sua, chiamiamola, consacrazione come poeta, unico nel panorama letterario degli anni cinquanta – sessanta, l’abbiamo grazie all’autore di Ossi di seppia, Montale il quale accolse con sorpresa e trepidazione le 9 liriche del poeta palermitano.A dimostrazione della stima, nel luglio del 1954, al convegno di San Pellegrino Terme, Montale scelse di presentare Piccolo quale nuovo scrittore e promessa letteraria. L’arrivo del barone e del principe suo cugino, ancora sconosciuto, in un contesto così mondano e ostile, suscitò molta curiosità. Commuoventi furono le parole di Montale che omaggiarono  la singolarità di «un uomo che la crisi del nostro tempo ha buttato fuori del tempo».

In Piccolo c’era un poeta stilisticamente maturo e musicalmente ineccepibile. La sua  è considerata una lirica barocca costruita con l’uso ossessivo di rime interne, di paronomasie, di studiati adescamenti fonici fatti di allitterazioni ed assonanze, un tripudio di immagini oniriche e dense di simbolismo.

Dalla Villa di Capo d’Orlando non uscì mai. Ospitava gli incliti e illustri artisti dell’epoca, Consolo, Sciascia e il cugino soprattutto perché recuperasse la serenità dopo i rifiuti – quello più indigeribile ricevuto da Vittorini – del Gattopardo

Lucio Piccolo morì il 26 maggio del 1969 per un’embolia celebrale. Oggi lo ricordiamo.

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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