Il lavoro dagli uomini alle macchine

 

articolo di Ciccio Schembari

In natura nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma!
In un tozzo di pane, oltre a quella solare, c’era, fino a cinquanta anni or sono, l’energia muscolare degli uomini e delle bestie che aravano, mietevano, trebbiavano, macinavano, impastavano, ora c’è l’energia del petrolio consumata dalle macchine che fanno tutte quelle azioni.
Quando, circa dieci mila anni fa, le donne e gli uomini (non l’UOMO) impararono a trasformare l’energia muscolare propria e quella degli animali in prodotti di consumo, diventarono agricoltori, col sudore della loro fronte mangiarono il pane e cambiarono il volto della terra.

Costruirono muri, case, città, strade, abbatterono foreste, solcarono i mari, addomesticarono gli animali. La trasformazione dell’energia muscolare non era tuttavia gratis bensì costava fatica e sudore e così, pian piano, gli uomini cominciarono a dividersi in due distinte categorie: i forti – perché più intelligenti, più robusti, più furbi, più intraprendenti, più spregiudicati, più ??? – e i deboli – perché meno intelligenti, meno robusti, meno intraprendenti, meno spregiudicati, meno ??? I primi impararono a godere dei beni che i secondi – chiamati nel corso dei secoli schiavi, plebei, servi della gleba, proletari, lavoratori – producevano con fatica e sudore.

Nacque così un complesso intreccio di relazioni sociali finalizzato al governo dei produttori – lavoratori e bestie fornitori dell’energia muscolare – e dei prodotti. Relazioni sedimentate, attraverso i secoli, in un processo di approssimazioni successive fin quasi alla perfezione con ruoli precisi e sensati di padri, madri, famiglie, istituzioni, stati e gerarchie sociali.

Da alcuni decenni le donne e gli uomini (non l’UOMO) hanno imparato a trasformare, in prodotti di consumo, l’energia fossile e l’energia nucleare e a far lavorare le macchine. Ciò ha consentito di trasformare un’enorme quantità di energia, ma ha anche causato un inquinamento sempre più pesante; ha dato una enorme quantità (almeno per noi occidentali) di beni di consumo, ma anche una altrettanto enorme quantità di rifiuti da smaltire; ha liberato i lavoratori dalla fatica pesante, ma li ha anche reso superflui e, come sono scomparsi asini e muli, potrebbero scomparire anche loro.

I faraoni e i baroni potevano angariare schiavi e servi della gleba ma non potevano farne a meno. I potenti di oggi, proprietari delle fonti di energia e delle macchine, possono farne a meno. Per il momento hanno assegnato ai deboli del cosiddetto mondo occidentale il ruolo di consumatori (parassiti, è il caso di aggiungere), come potranno, un domani molto vicino, attribuirlo ai deboli della Cina, dell’India, del nord Africa e dell’America Latina.

Il passaggio dall’utilizzo dell’energia muscolare a quella fossile e nucleare rappresenta un netto e radicale punto di discontinuità col passato!
Se si focalizza l’attenzione sull’aspetto precipuo di questa discontinuità ovvero sul fatto che nella produzione dei beni l’energia muscolare è marginale rispetto a quella fossile e nucleare, si ottiene un modello d’interpretazione che spiega: la caduta verticale dell’occupazione nell’agricoltura e nell’industria nonostante l’aumento della produzione; l’aumento prima e la riduzione poi – con l’avvento dei computer – dell’occupazione nei servizi; l’enorme ingrossamento dell’apparato burocratico che nella maggior parte dei casi non dà alcun valore aggiunto, piuttosto intralcio; la morte di milioni di civili nelle guerre moderne; la crisi della famiglia non più organica e simbiotica al lavoro della campagna e della bottega né tanto meno luogo di trasmissione del sapere e del saper essere; l’obsolescenza di quasi tutte le relazioni sociali precedentemente costruite con le conseguenti crisi di valori, di ruoli, di identità, ecc.; il parcheggio dei giovani dentro recinti chiamati scuole senza imparare nulla di utile o quasi; il prevalere della dimensione del piacere su quella del dovere con tutto quello che consegue compresi i compensi abnormi dei divi e dei calciatori; la perdita delle identità sociali e, di conseguenza, l’offuscamento della funzione dei partiti politici non più portatori di peculiari interessi da difendere ma riferimenti pressoché casuali della stessa identica miscela di persone per cui gli apparati di partito diventano, gioco forza, consorterie autoreferenziali.

Il modello, come del resto ogni modello, non spiega tutto né perfettamente per cui sono ben disposto verso correzioni e integrazioni nonché verso altri più convincenti.
Quale futuro? Prima i giovani, a diciotto anni, erano padroni di un mestiere, possedevano cioè nozioni, competenze e capacità tali da poter costituire e sostentare una famiglia e dirsi pienamente adulti. Oggi, a trenta e passa anni, hanno diploma, laurea, telefonino, vivono di lavoro precario e sono chiamati mammoni.

Non ha senso disquisire se è meglio o peggio quanto invece occuparsi del futuro.

Di sicuro ci saranno nuove relazioni sociali. Quali? Lavoreranno tutti per poche ore al giorno (due o tre) oppure solo in pochi baderanno alle macchine e alla trasformazione dell’energia in prodotti di consumo? Nel secondo caso gli altri che faranno? Mangeranno, berranno, faranno sesso? Ai maschi toccherà solo inseminare e alle donne solo procreare e non avranno l’onere d’esser padri e madri? Finalmente si farà ritorno al tanto agognato paradiso terrestre? Chi lavora sarà asessuato e potranno fare sesso solo i pochi che riusciranno a raggiungere le “api regine”? Le api e le formiche nacquero con la struttura sociale che conosciamo o ci arrivarono attraverso lente trasformazioni millenarie?

Sarà quel che sarà! Certo è che i deboli avranno, in merito, poco da dire perché difficilmente sa-ranno soggetto politico cioè dotati di: a) consapevolezza e identità attorno a interessi e valori comuni; b) una organizzazione capace di trasformare valori e interessi in azioni politiche; c) forza e potere contrattuale.

E comunque nessun problema, nessun timore! La cosa, a me che sono decisamente e beatamente tra i deboli, non angoscia proprio per nulla. Il nostro futuro, qualunque sia la forma che assumerà, sarà sempre all’interno di queste tre possibilità:
1. Come fu per i dinosauri, un evento esterno, indipendente dalla nostra volontà, ci distruggerà;
2. ci autodistruggeremo in conseguenza della nostra follia;
3. agiremo da homo sapiens sapiens e la stirpe umana continuerà tra gioie e dolori, tra agi e ristrettezze, tra solidarietà e conflitti, a convivere con la morte.

Nei primi due casi non ci saremo. Non godremo né soffriremo, non ci consoleremo né ci angosceremo, non ci delizieremo né ci tormenteremo, non ci allieteremo né ci crocifiggeremo, non ci soccorreremo né ci perseguiteremo, non ci perdoneremo né ci accaniremo. Non ci saremo. Punto.
Nel terzo caso ci saremo, continueremo a porci interrogativi sul mistero dell’esistenza, a tentare risposte e ad agire da homo sapiens sapiens con la sua natura di legno storto cercando di rimediare allo scarto tra ciò che intenderemo fare e ciò che effettivamente faremo. E continueremo a godere e a soffrire, a consolarci e ad angosciarci, a deliziarci e a tormentarci, ad allietarci e a crocifiggerci, a soccorrerci e a perseguitarci, a perdonare e a condannare, a lottare e ad arrenderci.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *