Il mito della Nazione

 

articolo di Adriano Fischer

Volevo aprire la stagione polifemica con uno di quei temi che se non si dà per scontato è perché non si conosce a sufficienza. L’aria, d’altro canto, tira in un’altra direzione, il nazionalismo è argomento masticato un po’ da tutti, tirato a lucido dai media, cavalcato dalla politica come rimedio a ogni crisi, a ogni emergenza.

I popoli si ricordano improvvisamente di avere chissà quali origini comuni, dalle quali fanno derivare un sentimento di solidarietà e di coesione interna, cosiddetti sentimenti nazionalisti grazie ai quali i membri riescono a percepirsi differenti e separati da quelli che appartengono a un altro, analogo, gruppo.

Sovranismo, nazionalismo, patriottismo, irredentismo sono sofismi o paralogismi, parole vuote, parole su cui persone come Salvini e Meloni, al grido ridicolo Prima gli Italiani, hanno costruito la propria carriera, montato il loro ideale leviatano, un ircocervo aristotelico che si nutre di odio e d’ignoranza.

La realtà che si nasconde dietro è come sempre ben diversa.

La nazione, tanto per cominciare, è un intelligente processo d’ingegneria sociale o, per dirla più barbaramente, un’invenzione, il mito alla base del mondo moderno.

L’era moderna ha portato quattro cambiamenti epocali che hanno contribuito alla fondazione del mito. In primo luogo le persone si sono spostate in massa dalle campagne alla città, creando la necessità di una lingua comune, in secondo le nuove tecnologie, come la stampa e i treni, hanno fatto sembrare i paesi più piccoli e interconnessi, poi le guerre, devastanti, hanno indotto i paesi a servirsi di persone che fossero così legate alla nazione da combattere e morire per essa, e infine, i governi hanno cominciato a sfidare la religione per la conquista del potere (importante, a questo proposito, l’incoronazione di Napoleone da parte del papa Pio VII).

Le nazioni moderne hanno definito la propria fisionomia e i propri confini parallelamente alla formazione degli Stati territoriali corrispondenti ai quali l’idea di nazione ha fornito il necessario cemento ideologico.

Per rinsaldare la fedeltà alla nazione, così come un tempo si faceva all’interno di comunità religiose, si ha bisogno di riti, feste, cerimonie e miti. Per definirsi e fondersi in un’entità unica e rigida, necessita di un costante impegno in attività culturali collettive e della creazione di una memoria collettiva unificante.

L’inno di Mameli, con il suo elenco di personaggi ed eventi significativi offerti a modelli di italianità, dall’”elmo di Scipio” a Legnano, da Ferruccio a Balilla, ai Vespri siciliani, è un esempio di memoria collettiva.

Quale modello ha seguito la nazione italiana? Alessandro Manzoni voleva un’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”. L’Italia, in realtà, “una d’arme” non lo era stata nel passato e lo fu in modo alquanto contraddittorio durante le guerre risorgimentali. Lo sarebbe diventata, in parte, solo nella Grande Guerra. L’Italia era senza dubbio una “d’altare”, ma non si trattava di una prerogativa esclusiva, senza contare che a rappresentare l’altare degli italiani vi era una chiesa cattolica radicalmente avversa a qualunque unificazione nazionale.

Nemmeno si poteva fondatamente sostenere che ci fosse una unità “di sangue” in Italia, forse la parte d’Europa più frequentemente invasa e colonizzata nel corso dei secoli. Quando il fascismo volle affermare questa idea con le leggi razziali del 1938, l’esito, oltre che infame, apparve ridicolo. A parte l’unità “di cor”, che riassume la scelta volontaristica di costituire un insieme solidale, alla nazione Italia rimanevano, come basi, solo la lingua e le memorie.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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