Il mito di Sisifo

Sisifo che trasporta il masso, 1920, Franz von Stuck

articolo di Liborio Nice

Abbiamo sempre associato al mito di Sisifo l’angoscia e la disperazione, cardini della filosofia di Kierkegaard.

Nel suo ‘Aut-aut’ l’angoscia è parte ineluttabile della dimensione esistenziale dell’uomo; nell’uomo etico la costrizione a fare delle scelte fra diverse possibilità implica l’abbandono, la perdita sempre irrecuperabile delle alternative, e la presa di coscienza dell’orizzonte della nostra finitezza, l’orizzonte della morte.

E, poi, la sfiducia nella possibilità di scegliere bene e la certezza assurda di essere per questo dannati: la disperazione.

Nel mito più noto, come punizione per l’astuzia con cui aveva osato sfidare gli dei, Zeus decise che Sisifo avrebbe dovuto spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo raggiungeva la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte ed ogni volta, e per l’eternità, Sisifo avrebbe dovuto ricominciare da capo la sua scalata senza nessuna alternativa né prospettiva di completamento, e superamento, dell’opera.

Di questa condanna Albert Camus, nel suo saggio omonimo, dà una suggestiva interpretazione della psicologia del personaggio. Proprio nella ripetizione infinita di un’azione senza senso e senza scopo, Sisifo, eroe dell’assurdo, in ogni istante del suo tempo eterno è superiore, in realtà, al suo destino. Egli è più del masso che spinge e rincorre:

“Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena se, a ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire?”

Il compito assegnato a Sisifo è di spingere il masso ed egli vi riesce. Ogni volta riesce a spingere il masso fino alla cima al monte; per lui non vi sono altri scopi e, quindi, non solo non rimane deluso, ma ogni sua prestazione conferma il suo successo.

Se il masso non ricadesse giù, si manifesterebbe tutta l’angoscia dell’uomo: e ora?

Sisifo, proletario degli dèi, impotente e ribelle, conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che dovrebbe costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo.”

“Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Parimenti, l’uomo assurdo, quando contempla il suo tormento, fa tacere tutti gli idoli.”

Tutti noi non siamo forse Sisifo ed ogni giorno spingiamo il nostro sasso?

Forse non bisognerebbe aspirare ad altro che ad essere capaci di rifarlo una volta ancora, sempre.

La quiete sta nella ripetizione; quella dell’uomo etico di Kierkegaard è data dal fatto che egli vive nella ripetizione ed è capace di sopportare la ripetitività dell’esistenza, L’unico pericolo è la noia:

“Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei suoi giorni.”

“Anche la lotta verso la cima di una montagna basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

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