Elio Vittorini, il partigiano fascista

«Elio, per Dio, alza il braccio, cioè chiudi il pugno, cioè, voglio dire, alza il braccio destro e chiudi, no, anzi, fai ‘na cosa, canta l’internazionale Giovinezza, o no, forse meglio Giovinezza internazionale, faccetta nera, faccetta rossa! CAMERATA COMPAGNO VITTORINI, IN RIGA!»

La ricorrenza della morte di Elio Vittorini, oggi 12 febbraio, cade a fagiolo vista la situazione incandescente e divisiva che sta soffrendo questo già malato paese.

La cronaca politica dividerà, a breve, il millennio trascorso in ante Macerata e in post Macerata. Ma tant’è!

Ho letto da qualche parte – o forse ho sentito dire da qualcuno? Boh, non ricordo – che noi italiani non abbiamo fatto ancora i conti con la morte del duce. In sintesi, non abbiamo elaborato il lutto. Che vorrà mai dire, poi, che siamo tutti fascisti tutti?

Lo ammetto, ho molta confusione. Ho provato a sbrogliare questa matassa ideologica e chiacchiereccia proprio leggendo Vittorini. Uomini o no è il suo manifesto, se vogliamo, insieme al Garofano Rosso, di quel movimento che non era un movimento, di quel programma che non era un programma, di quell’ideale che non era ideale, che prende il nome di fascismo di sinistra.

Qui bisogna fare qualche passo indietro.

In passato si è parlato di fascismo di sinistra con una certa sufficienza, la stessa frase era messa tra virgolette, “fascismo di sinistra” appunto così, per evocare un movimento poco serio e non lineare. E principalmente se n’è discusso sul piano letterario per spiegare la miracolosa quanto misteriosa conversione di molti scrittori, Ricci e Pratolini, appunto Vittorini, passati poi nelle file della sinistra socialcomunista.

I fascisti di sinistra non sono stati un gruppo sparuto, tutt’altro. Erano scrittori, giornalisti, poeti, un tempo addirittura anarchici, come Berto Ricci, che collaboravano presso riviste – L’Universale o il Bargello, quest’ultimo organo settimanale della federazione fascista – in piena adesione con il pensiero ducesco.

Come statuto ideologico queste giovani leve sostenevano che missione del fascismo fosse di sviluppare le proprie radici popolari e avvicinarsi al socialismo e all’Urss; proponevano altresì di espropriare i possidenti e di restituire la terra ai contadini e allo Stato.

Oh! nulla di peccaminoso, se ricordiamo che sono esattamente le origini culturali dello stesso Mussolini, il quale, senza neppure smentirsi, le ripropose durante i due anni republicchini, quelli del governo fantoccio di Salò.

Questi giovani letterati credevano in Mussolini ma non nel regime.

La fede era tale, infatti, che molti immaginavano che Mussolini, nella guerra di Spagna, si schierasse contro Franco e marciasse a fianco dei repubblicani. Il fascismo, insomma, non poteva aver preso quella piega!

Da lì, intellettuali come Vittorini si avvicinarono al partito comunista clandestino e parteciparono alla Resistenza. Vittorini si trasforma in Enne 2, il partigiano di Uomini o no.

Una realtà spietatamente complessa che ha portato incliti studiosi a ritenere che il fascismo, all’inizio quantomeno, fosse stato un fenomeno politico non di destra bensì incline a un’ideologia di sinistra. Se per sinistra intendiamo un’identità rivoluzionaria, anticlericale, antiborghese.

Parliamo di una sinistra alternativa, diversa rispetto a quella ufficiale dell’epoca, rappresentata dal socialismo e, più in là, dal comunismo d’ispirazione bolscevica. Una sinistra, direi, nostrana che non traeva la sua linfa vitale da suggestioni estere – marxismo, leninismo, bakunismo – ma che fosse verace, nazional/carnale, una sinistra di destra. Una sorta, sì possiamo definirla così, di M5S ante litteram. Anche se immaginare un Di Maio evoluzione di un Vasco Pratolini dovrebbe far bruciare lo sfintere.

I fascisti di sinistra vissero alla fin fine nell’ombra della letteratura e delle arti. Non contraddistinsero la scena politica dell’epoca ma la loro anima, quella strettamente sociale, emerse nella stagione finale della Repubblica di Salò e sopravvisse alle catastrofi che seguirono.

Il manifesto di Verona ne è una testimonianza. Il programma non diventò mai legge, ma i principi in esso contenuti richiamavano un’identità sociale che non si era smarrita.

La socializzazione delle imprese, ad esempio, che prevedeva la partecipazione dei lavoratori alle decisioni e agli utili d’azienda, la nazionalizzazione e la gestione statale delle aziende strategiche per la nazione (tra cui la Fiat), il diritto al lavoro e il diritto alla proprietà della casa.

Quando Vittorini lavorava al Politecnico, rivista tra l’altro da lui fondata, si trovò a dover rispondere, una per tutte, alle migliaia di lettere di giovani lettori pentiti del loro passato da fascisti.

Da lui chiedevano conforto, pregavano di essere sollevati da un senso di colpa opprimente. Erano disperati, confusi. Perché si rivolgevano a lui, e così in tanti? Neppure lui riusciva a spiegarselo, forse per quel libro il cui titolo, con quella dicotomia Uomini o no, aveva lasciato alludere che i fascisti non fossero uomini ma bestie.

Siamo nel 1945. Vittorini risponde con una lunga lettera con cui attacca apertamente il vero colpevole dell’epoca e, nel farlo, solleva da ogni responsabilità i giovani che non sapevano e non potevano sapere. Lui compreso.

L’intellettuale siracusano parla di fascismi: uno aggettivo e uno sostantivo. Il primo rappresenterebbe la maschera del fascismo, il secondo il vero volto.Il fascismo aggettivo sarebbe caratterizzato da tutti quei messaggi ambigui che hanno portato a credere che il fascismo, quale movimento appunto sociale, guidasse una battaglia anticapitalista e antiborghese, risolvendosi invece in una dittatura materiale, in persecuzioni, in efferatezze repressive.

Nel fascismo sostantivo Vittorini individua il vero male, il capitalismo “giunto al suo massimo stadio di sviluppo industriale e finanziario che ha visto nell’espansione del proletariato un pericolo fatale”. Uno sviluppo che è stato favorito sul campo politico dalla democrazia.

Come arrestare allora questo sviluppo? Come fermare questa democrazia che favoriva l’incontenibile avanzamento del proletariato? La risposta è la seguente: estendendo la dittatura capitalistica nel campo politico.

La lettera è lunga e si avverte molto risentimento nelle parole di Vittorini. Rancore per non aver capito in tempo cosa fosse quella macchina d’ignominia, o di aberrazione morale, che era il fascismo, un movimento all’interno del quale, tra il 1931 e il 1935, i giovani contavano su uno sviluppo in senso collettivista, su indiscutibili principi di giustizia sociale.

La lettera offre una chiusura che ha sapore amore e tono profetico. Vittorini è consapevole, infatti, che il fascismo aggettivo è bello che sepolto, né potrà mai rivelarsi in nessun modo, ma, al contrario, il fascismo sostantivo, ecco, questo vive e godrà di ottima salute perché le sue spore attecchiranno sempre dove vi saranno diritti da far valere, delle minoranze vulnerabili da estirpare via come gramigna

C’è da chiedersi cosa scriverebbe adesso Vittorini, e con quale stato d’animo, trovandosi davanti ai fatti di Macerata? Dico, magari un giorno gente come Luca Traini chiederà scusa?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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