The vulture and the little girl foto di Kevin Carter con cui ha vinto il premio pulitzer

lavoro di Lupo Alberto

Sarebbe interessante poter analizzare come ognuno di noi affronta il “problema” delle grandi immigrazioni che da circa un decennio sembrano avere avuto un drammatico incremento.
C’è chi guarda con indifferenza le tragedie dei barconi in mare o i drammi ai confini degli Stati, chi avverte il risveglio di concezioni xenofobe o razziste, chi teme per il proprio lavoro, chi trova modelli facili di sfruttamento, chi teme per la propria sicurezza, chi si adopera con modelli umanitari, chi organizza forme sociali di integrazione, chi spera o si adagia a governi forti, chi organizza modalità di salvataggio o organizzazioni ospedaliere nei territori devastati dalla guerra, chi…


I fenomeni che da secoli generano le grandi migrazioni sono piuttosto complessi e coinvolgono con minore o maggiore intensità tutti i paesi. Nella crisi dei sistemi, che oggi viviamo in modo particolare, il fenomeno è ingravescente, e cercare di risolverlo creando mura o chiudendo porti serve solo a placare le coscienze, sfruttare comuni sentimenti negativi, creare consenso individuando un nemico che possa distrarre dall’incapacità degli stati a risolvere crisi economiche e sociali che hanno ben diversa origine.
Se osserviamo, con serenità e raziocinio, quanto avviene vicino alle nostre coste, potremmo farci un’idea delle cause, pur complesse, che spingono tante persone, a rischio della propria vita, a fuggire con la speranza di riuscire a vivere una vita migliore.
Esaminiamo alcuni motivi, anche se lo schematismo necessario a farlo non ci permette di individuare e consigliare possibili soluzioni

I conflitti
Se il primum movens del colonialismo storico era di tipo economico, il nuovo colonialismo si fonda esclusivamente su motivi economici, con lo sfruttamento delle risorse territoriale, la creazione di nuovi stati o di nuovi governi più acquiescenti, tollerando governi totalitari che poggiano sul terrore la loro forza, o sostenendo lotte per il ribaltamento di governi che si muovono in maniera autonoma dalle grosse lobby internazionali.
Così si perpetuano piccoli e grandi conflitti.
In un rapporto del 2018 dell’ACLED (Armed Conflict Location&Event Data Project) si evidenzia come tra il 2017 e la prima metà del 2018 sono state segnalate ben 193.000 vittime di conflitti in Africa, Asia e medio Oriente.
Nella sola Africa ben 47.000 vittime.
Non vi è paese in Africa, come in Asia o in Sudamerica, che non sia stato terreno di scontro o conflitto, in alcuni casi risoltosi con la creazione di governi stabili, in altri col succedersi di governi spesso a carattere dittatoriale e terroristico.
Emblematica, al tal proposito, la situazione della Somalia sempre in tensione tra guerre civili e carestie sin da quando italiani e britannici si dividevano il territorio in protettorato nel tardo XIX secolo.
Con la fine della seconda guerra mondiale la Somalia passa quasi interamente sotto l’amministrazione britannica ottenendo l’indipendenza nel 1960 fino a quando Siad Barre non assume il potere con un colpo di stato nel 1969. Da allora e fino ai nostri giorni (pur con una repubblica parlamentare a guida di Mohamed Farmajo), nonostante numerosi tentativi, nessuna autorità o fazione è riuscita ad imporre il proprio controllo su tutto il Paese ed oggi è considerato uno degli Stati più poveri e violenti del mondo.
A peggiorare la situazione è stato il sorgere intorno agli anni 2000 di numerosi gruppi legati ad al-Qaeda e la milizia islamica al-Shabaab, la quale continua a colpire obiettivi militari e civili, con un numero di vittime calcolato nel periodo 2017-2018 intorno alle 9.000 entità.
In Nigeria continua una guerra decennale piuttosto violenta che vede come attore principale il gruppo di Boko Haram. A seguito della distruzione della base di Sambisa Forest, nel dicembre del 2016, Boko Haram si trova in uno stato di relativo disordine e gli eventi legati ai suoi attacchi sono in forte calo. Circa 4.000 sono le vittime imputabili a scontri armati in cui i miliziani di Boko haram sono stati protagonisti.
In Congo, nel 2008, l’Osservatorio per i Diritti Umani accusa il presidente Joseph Kabila, figlio di quel Kabila che aveva defenestrato Mobutu, di aver soppresso più di 500 oppositori politici.
Al suo confine con Ruanda, Uganda e Burundi sono sempre attivi scontri con ribelli ed ex militari, ma più che le guerre in questa zona mietono più vittime la miseria e le malattie.
In Sud Sudan una serie di guerre civili, iniziate nel 1955 come guerra di indipendenza, produsse una notevole quantità di vittime. La seconda guerra d’indipendenza, iniziata nel 1983 e terminata 22 anni dopo, causò oltre 1,9 milioni di morti e 4 milioni di profughi.
Ancora oggi, a pace consolidata, si continua a combattere per il controllo di Abyei, luogo in cui nord e sud si scontrano per il controllo di un’immensa ricchezza mineraria.
Ad oggi Siria e Afghanistan sono i luoghi più pericolosi del mondo ed insieme raccolgono una cifra equivalente a 4 volte le vittime dell’intera Africa (71.000 in Afghanistan e 220.000 in Siria su rilevazioni del 2015)
Al di la di quelli che sono gli effetti a distanza nelle organizzazioni politiche degli stati africani del periodo colonialista, che ha visto in prima posizione Francia, Spagna e Regno Unito, oggi, in fatto di conflitto, vi è da considerare i grandi profitti delle industrie di armi.
La spesa militare globale nel 2017 è stata di 1,74 trilioni di dollari e sono 10 i paesi la cui spesa militare rappresenta circa tre quarti di quella totale: Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita, Russia, India, Francia, Regno Unito, Giappone,Germania e Corea del Sud.
Il Paese che nel 2017 ha esportato la maggior quantità di armi è gli Stati Uniti d’America, con il 34% del totale di armi esportate, secondo SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) inTrends in International Arms, seguito dalla Russia, mentre Francia, Cina e Regno Unito partecipano con un buon 5% ciascuna.
L’italia è presente tra i Paesi esportatori con una presenza del 2,5%. Grosse aziende industriali come Finmeccanica (attraverso Alenia, Ansaldo, Elettronica spA,Elsag,Agusta, New Matra Bae Dynamics), Fincantieri SpA, Beretta, FIAR SpA, vendono in tutto il mondo, con preferenza per gli Emirati Arabi.
A tal proposito, ricordo che anche l’Italia è interessata nella produzione di mine antiuomo e che, attualmente, quelle inesplose sono quasi 100 milioni.
Il costo per disattivarne una è di circa 2000 euro, ed agli attuali ritmi per sminare completamente l’Afghanistan occorrerebbero 4.300 anni!
In Africa, comunque, vi è stata una riduzione graduale dell’importazione di armi, pari allo 0,5% rispetto agli anni precedenti il 2017, e pur tuttavia la spesa militare africana rimane superiore del 285 rispetto a dieci anni fa.
In un Paese così grande, dove la priorità dovrebbe essere la salute e la sicurezza sociale, si spende l’1,85 del PIL in campo militare e 5,5% del PIL per la sanità, quando la media mondiale è del 10%.

Il land grapping
L’accaparramento di enormi quantità di terre, classificate spesso come “inutilizzate”, fatta da aziende o governi senza il consenso delle comunità che vi abitano e operano, costituisce il fenomeno definito come “land grapping”, iniziato alla fine degli anni ’90 e fonte aggiuntiva di grandi migrazioni. L’acquisto di grandi quantità di terre, in Africa come in Asia o America del Sud, viene attuato in totale disprezzo dei piccoli agricoltori o delle popolazioni che, in quelle terre, trovavano sostentamento ma che, per contrastare la voracità di multinazionali o di governi coinvolti, non hanno sufficienti garanzie legali su diritti acquisiti col tempo e attraverso dure guerre.
Il “land grapping” viene definito come una nuova e più insidiosa forma di neocolonialismo. Il rapporto “I padroni della Terra”, elaborato da FOCSIV e Coldiretti, evidenzia come dagli inizi di questo millennio l’accaparramento di terre fertili è andato crescendo a scapito delle comunità rurali.
A perpetrarlo sono Stati, gruppi, aziende o società finanziarie che hanno acquistato 88 milioni di ettari di terre in ogni parte del mondo, un’estensione pari ad 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Equador.
La maggior parte dei contratti conclusi, transnazionali e nazionali, riguardano gli investimenti in agricoltura, ripartiti in colture alimentari e produzione di biocarburanti, a seguir lo sfruttamento delle foreste e la realizzazione delle aree industriali o turistiche.
Tra i primi 10 Paesi investitori, oltre agli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Olanda, la Cina, l’India, il Brasile e gli Emirati Arabi. Tra i primi 10 Paesi oggetto di questo tipo di investimenti stanno i paesi impoveriti dell’Africa, La Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Liberia, mentre in Asia vi è la Papua Nuova Guinea.
Anche l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti, la maggior parte dei quali sono effettuati in alcuni paesi africani ed in Romania.

La crisi socio-ambientale
Un altro importante dato da non trascurare che contribuisce ad alimentare flussi migratori intra- ed extracontinentali, è quello legato alle situazioni sociali ed ambientali in cui vivono numerose aree di popolazioni sia in Africa che in Asia e Sud-America.
Lo sfruttamento di risorse naturali, di cui prima si è fatto pallido cenno, provoca, soprattutto in Africa, un cortocircuito nei meccanismi di salvaguardia provocando frequenti crisi alimentari ed idriche con conseguenze esiziali per l’intero ecosistema.
Così le calamità naturali legate a fenomeni climatici di elevato impatto sono le alleate migliori alla debolezza organizzativa di molti stati africani nel determinare tensioni sociali e scontri politici.
A questi si aggiungono istanze religiose fondamentaliste, conflittualità interetniche e organizzazioni turistiche, per avere un quadro sconsolante di una situazione che, oggi, sfugge di mano anche al più volenteroso degli Stati, compresa l’UE
Preoccupano i dati del rapporto “The cost of air pollution in Africa” (2016) dell’Ocse, che riferiscono di un aumento dei decessi (circa 712.000 persone), legati, in maniera più o meno diretta, a fenomeni inquinanti. Alcune ONG, come Amnesty International, hanno condotto importanti studi di impatto ambientale denunciando come in Nigeria sia stato devastato il Delta del Niger a causa della fuoriuscita di petrolio dagli oleodotti, che ha contaminato le falde acquifere, corsi d’acqua, foreste, mangrovie e campi coltivati dai quali le comunità locali traggono il proprio sostentamento. Le fuoriuscite sono determinate dalla pratica di realizzare fori nell’oleodotto per trafugare petrolio e venderlo al mercato nero.
Alla luce di ciò, non riesco a suggerire soluzioni al complesso problema che riguarda cause e metodi di contenimento/regolamentazione dei flussi immigratori.
Tuttavia, sono consapevole che, finché le Nazioni che hanno contribuito e contribuiscono a generare questi processi migratori che oggi subiscono, non esprimeranno la chiara volontà di risolverli in maniera unitaria, non esisteranno porti chiusi, fili spinati e lunghe mura per poterli frenare.
E’ semplicistico e banale, nonché cinico, disumano e illegale, pensare che la chiusura di porti o frontiere possa fermare il flusso. In fondo la nostra storia, quella dei singoli continenti e delle nazioni, è intrisa e formata da attività migratorie e, se andassimo ad analizzare il DNA di ciascuno di noi, chissà quante scoperte faremmo…