Impasto fra pulsione di vita e pulsione di morte

articolo di Luciana Mongiovì

La recente nuova ondata pandemica ci cimenta, ancor più gravosamente, col senso di caducità dell’esistenza umana. Questo secondo tempo sembra comportare infatti un aggravio economico e psicologico ulteriore, perché ci trova più deboli, depauperati dal “primo tempo”, o, forse, perché rileva la valenza traumatica – sul piano della rappresentazione psichica – della prima fase.

Gli accadimenti della contemporaneità, e nella fattispecie il ricorso nel mondo, più o meno a macchia di leopardo, del “sistema difensivo” del lockdown, ci mettono a confronto col tema della morte, non soltanto quella dolorosamente fisica dei cari che perdiamo ma anche in riferimento a un vissuto psichico di tipo depressivo che tende a diffondersi.

Gli eventi di questa nostra epoca controversa sembrano catapultarci, talora, dentro le stanze che ospitano la personale di un grande pittore, Goya o Kubin, in cui il visitatore s’immerge, venendone risucchiato, dall’intreccio inestricabile tra vita e morte, catturato da opere d’arte ove l’ineluttabile sofferenza umana si mescola con una spinta vitale.
Per gli stoici «appena veniamo al mondo, cominciamo a morire»; per lo psicoanalista francese Pontalis «la morte, dentro la vita, è “al lavoro”».

Esattamente cento anni fa, Freud introduceva il concetto cardine della psicoanalisi di pulsione di morte per dar conto di un novero di eventi sociali e clinici (fra l’altro, proprio nel 1920 aveva subìto il lutto della figlia Sophie, uccisa dal virus della Spagnola), ponendo l’accento sull’impasto fisiologico (sano) tra pulsioni di vita e pulsioni di morte: ciò che rende possibile l’investimento su un progetto, la nascita di un amore, la spinta epistemofilica a conoscere, ma anche ciò che offre la possibilità di un contatto autentico e profondo col dolore, i limiti, i conflitti e le tragedie umane, come ci sono d’esempio da sempre artisti, poeti e scrittori.

Vita e morte assieme, dunque, non in antitesi tra loro, non l’una il reciproco dell’altra ma in un rapporto, potremmo ipotizzare, di consustanzialità.
Il problema sorge allora quando, su un piano psichico, si determina un disimpasto, quando la pulsione di morte si slega o non è più adeguatamente “controbilanciata” da altrettanta pulsione di vita. Perdiamo, così, la speranza.

La vita continua se, invece, c’è investimento pulsionale, se c’è relazione con l’altro. In un periodo in cui si professa e raccomanda il distanziamento sociale, si avverte ancor più il bisogno di restare uniti, di curare i rapporti affettivi, di sentire di far parte di una comunità. La mascherina, ad esempio, si indossa non soltanto per salvaguardare se stessi ma per proteggere gli altri; assurge simbolicamente a segno di solidarietà e di appartenenza.
La pulsione di vita e l’investimento su un progetto, un rapporto, un libro, un sogno, è ciò di cui al momento si ha particolare bisogno. Ossigeno e nutrimento per la nostra mente ma anche salvavita per le nostre esistenze rispetto al rischio di una deriva mortifera o distruttivamente rabbiosa.

Abbiamo bisogno di sperare e di inventare e costruire un futuro auspicabilmente migliore, più giusto, più equo, più sostenibile. Abbiamo bisogno di investire su un sistema sanitario che, al contrario, è stato falcidiato negli ultimi decenni a suggello di un’imperante pulsione di morte, che si chiami malaffare o che si chiami angoscia di estinzione di cui ci siamo ammalati. Il rischio, al riguardo, è alto e non va affatto trascurato o sottostimato. Basti pensare, per fare qualche esemplificazione, all’attacco sadico che vede come oggetto gli anziani, da una parte, che si voleva rinchiudere a casa col pretesto di proteggerli o mortificati in certe case di cura, e i bambini, dall’altra, con l’obbligo di indossare una mascherina a scuola, ininterrottamente per cinque o più ore, ovvero anche quando si trovano immobilizzati nel loro banco già distanziati l’uno dall’altro. Aberrazioni, attacchi sadici che rischiano di traumatizzare intere generazioni per anni. Non possiamo esimerci dal riflettere e tener conto dei probabili effetti sui più giovani, lo sviluppo del cui mondo emotivo, cognitivo e affettivo è ancora in fieri.

Anche per i più piccoli e per i più anziani, radici savie, questi ultimi, della nostra umanità, abbiamo bisogno di desiderare, di ricominciare a provare piacere e ricercarne un soddisfacimento ancorché non immediato bensì procrastinato a quando le condizioni esterne lo favoriranno, riconoscendo limiti e difficoltà insiti nella realtà e nella vita. Considerando la vita e la morte, Eros e Thanatos, in un rapporto dialettico fra loro, conflittuale eppure complementare al contempo. 

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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