In Gol we trust

articolo di Adriano Fischer

Non ho mai scritto nulla di calcio prima d’ora. E anche adesso non sono così sicuro che è di calcio che voglio parlare. Non credo sia questo il tema. Indubbiamente è lo sport con cui sono cresciuto, che ho amato tantissimo: il pallone è stato una mia estensione e non di rado mi è capitato di dormirci vicino.

Io come tanti della mia generazione ho anelato il sogno di diventare un calciatore, entrare nelle file della Juventus e magari rappresentare il mio paese, ma soprattutto realizzare il gol dei gol, superare tutti gli avversari e tirare il pallone in rete dopo essermi lasciato alle spalle il portiere. Ero fatto di carne e immaginazione, e questo sport, quest’ardente passione, la cui fase si spense quasi definitivamente a vent’anni, fu per me, parafrasando le parole di Pasolini, l’ultima rappresentazione sacra del mio tempo.

La scomparsa di Maradona ha aperto inaspettatamente una breccia in un passato lontano, così al riparo da ogni minaccia e frivolo nel suo entusiasmo. Mi sono sentito turbato. Come se una mia bussola interiore fosse implosa o qualcosa, chissà, una forza oscura, mi avesse strappato via il pallone rompendo quel binario, lungo una vita e senza iati, che mi teneva ancora, e naturalmente, connesso al passato.

Alla morte di Maradona ho percepito, allora, che l’adolescenza della mia generazione era definitivamente conclusa. Mi sono chiesto se ci fossero stati dei segnali in precedenza che avessero prodotto in me una simile reazione. Morti esemplari, morti che hanno colpito la coscienza collettiva, d’altronde, non sono mancati. Come dimenticarli. La recente scomparsa di Proietti, Morricone, Sean Connery, Philip Roth, Paolo Villaggio, nessuno di questi aveva tuttavia incrinato la parabola incantata dell’adolescenza. Sono venuti dopo, in un secondo momento.

Ho visto così, catturato da una specie di allucinazione ipnagogica, un’altra vita, che poi era sempre la mia, quella delle interminabili partite a calcio, delle scritte dei campioni arrangiate sulle magliette, delle ginocchia sbucciate, di campi arronzati, di finestre rotte, di palloni scadenti e puntualmente persi per colpa di qualcuno che tirava certe scuffie che il pallone prendeva quota.

Indubbiamente molti di noi lo detestavano. Maradona era quello che vinceva contro l’inespugnabile Juve, era quello che ha eliminato l’Italia in semifinale nel mondiale del ’90, era quello che saltava la migliore difesa con nessuna difficoltà, era quello che ha importato la rabona e si restava impietriti nell’assistere a quella stregoneria che sfidava le leggi della gravità. Diego faceva con estrema naturalezza ciò che per tutto il resto del pianeta era un miraggio, un’utopia, qualcosa su cui fantasticare.

Vent’anni e poco più di calcio professionistico. Abnegazione nel dna. Maradona ha vissuto povertà, discriminazione, – era tozzo, era un mezzo indio – infortuni gravi, cocaina, alcol, camorra, malattie. È morto ed è rinato un centinaio di volte. Una specie di Faust moderno, un uomo che ha venduto la sua anima a Mefistofele in cambio della gloria eterna, dell’immortalità. Il patto è stato siglato probabilmente il giorno in cui decenne confessò a una telecamera che aveva due sogni, giocare nella nazionale argentina e vincere il mondiale. E se lo scotto da pagare per il dottor Faust fu la pazzia, per Maradona fu la solitudine. Una solitudine incolmabile.

Nel luglio del 1984 Maradona atterra a Napoli. Ha ventiquattro anni. Settantamila persone lo accolgono come un dio allo stadio San Paolo. Si era preparato un discorso ma non riesce a proferire parola. Fa due palleggi dopodiché scaglia il pallone sugli spalti. Arriva dal Barcellona con un’aurea di giocatore finito, vittima di un bruttissimo infortunio provocato dal difensore Goikoetxea che gli aveva spezzato la caviglia.

Aveva un carattere ingestibile. Il Napoli è stata l’unica squadra italiana a fare un’offerta. Boniperti, all’epoca presidente della Juventus, pensava che un calciatore, con un fisico basso e tozzo come quello di Maradona, non potesse andare da nessuna parte nel calcio moderno. Maradona era rotto, affamato, inquieto. E quindi perfetto per la città di Napoli che era distrutta dopo il terremoto del 1982.

A cavallo tra gli anni settanta e ottanta tra l’altro il capoluogo campano attraversava il punto più buio della sua storia. In questo periodo Napoli registrava una confluenza di caos, malgoverno, disoccupazione e violenza senza pari. Una piaga dopo l’altra, dal colera riapparso nel ’73 – causato da una partita avariata di frutti di mare – alle precarie condizioni igienico-sanitarie, a un sistema fognario inadeguato, ai più di mille omicidi che si contarono in quel decennio.

Maradona si trova qui catapultato in un luogo dove l’umore di milioni di persone dipende solo da lui. Raccontò a Minà in una famosa intervista che il suo desiderio era riscattare la gente povera di Napoli, l’aria della città. Il campo dove si allenava, nella periferica Soccavo, gli ricordava i luoghi dov’era cresciuto, lì a Villa Fiorito, un quartiere di baracche e cemento alle porte di Buenos Aires.

Negli anni ottanta il calcio italiano era il più famoso e ambito al mondo. Nessun professionista poteva definirsi tale se prima non aveva giocato in una squadra italiana. Ogni squadra, infatti, si poteva permette il lusso di avere nella sua rosa un fuori classe. La Juve aveva Platini, la Roma Falcao, l’Udinese Zico, il Milan Gullit, Van Basten, l’Inter Rummenigge, la Fiorentina Socrates, Passarella, il Napoli Careca e, ovviamente, lui, Maradona.

Nel 1984 il Napoli di Maradona raggiunse il centro classifica. L’anno successivo il terzo posto. Nella stagione 1986/1987 vince il suo primo scudetto. Nessuna squadra sotto Roma era mai riuscita prima in quest’impresa. Ci riuscì il Napoli, la città più bistrattata in Italia. Nel 1986 la squadra, guidata da Maradona, sferrò la vendetta che i napoletani aspettavano da una vita, il Napoli che piega la Juventus 3 a 1.

Gli operai campani, insediati in Piemonte, discriminati e trattati come colerosi, vivevano la loro rivincita. Maradona divenne una promessa mantenuta, una promessa di felicità che lo Stato, la politica, gli imprenditori, tutti avevano tradito. Maradona è riuscito a trascendere la miseria quotidiana della gente del sud, fatta di continue sconfitte, infinite vessazioni e prevaricazioni con la rassegnazione come unica arma con cui fare resistenza.E Maradona l’aveva capito. Quando Berlusconi nel 1987 gli offrì il doppio di quello che prendeva a Napoli, lui decise di rimanere, di non cambiare maglia.

La consacrazione planetaria però arriva ai mondiali del 1986. In Mexico nacio la mano de dios. Gli anni ottanta sono stati un periodo particolarmente turbolento, se non traumatico, di politica internazionale. Dopo una fase di quiete della presidenza Carter, dove gli Stati Uniti e l’Unione sovietica sospesero l’inarrestabile corsa agli armamenti, vedendosi ammorbiditi i sospetti, le delazioni da parte dell’uno o dell’altro blocco, la guerra fredda sembrava essere entrata in uno stato di ignavia. Con Reagan la storia prese un’altra piega. Il neoeletto presidente iniziò una politica diretta a rivendicare la posizione imperialista e scongiurare ogni apertura nei confronti del comunismo.

Di quest’ondata rivitalizzante approfittò la Gran Bretagna che negli ultimi anni aveva perso importanti colonie del suo vasto impero e la sua economia cresceva più a rilento rispetto alle altre potenze occidentali. Dall’altra parte c’era il Terzo Mondo, l’Argentina, un paese stremato, vittima di una devastante crisi economica e di continue contestazioni civili, che in nome di un sentimentalismo nazionalista decise di rivendicare la sovranità delle isole Falkland (o Malvinas, così chiamate dagli argentini), parte integrante del territorio nazionale – e concretamente dell’importanza di uno scoglio –  ma dal 1839 colonie dell’impero britannico.

In poco meno di due mesi, nell’estate del 1982, ogni speranza argentina venne spazzata via dalla task force organizzata da Margaret Thatcher. Fu una sconfitta che costò moltissimo al governo argentino in termini economici, politici e morali.

Quando ai mondiali del 1986, ai quarti di finale, s’incontrarono l’Inghilterra e l’Argentina, allo stadio Azteca, l’atmosfera perse l’aurea di semplice competizione agonistica. Tensione, nervosismo, ostilità e sugli spalti una cintura umana fatta di 114 mila spettatori.Maradona era lì, il numero diez, a capo della sua guarnigione albi celeste contro il nemico britannico per restituire voce e dignità alla sua gente.

Due gol in cinque minuti cambiarono la storia del calcio.

Il primo arriva al 50° minuto, ed è di mano, la beffa del demonio, la nemesi, il taglio su tela di Fontana, uno schiaffo carico d’irrisione, un aiuto di Dio, confesserà più tardi, intervenuto per compensare quello scarto di venti centimetri che separavano lui dal portiere inglese, Peter Shilton.

Il secondo arriva cinque minuti più tardi. Non so neppure io quante volte avrò visto quella sequenza nella mia vita. In quei sessanta metri, in quindici secondi, c’è tutta la storia del calcio, la storia di ogni singolo spettatore che ama questo gioco, c’è tutta l’imprevedibilità e meraviglia di cui è carico ogni sogno, c’è il riscatto di una vita, c’è la fondazione di un nuovo mito.

 

Maradona salta il primo e il secondo giocatore nel centrocampo argentino, lo stadio è immerso in un silenzio ascetico, ancestrale, salta così il terzo, il quarto, il quinto e per ultimo Shilton, il portiere, che beffato una seconda volta, resta a terra per vedere la palla entrare in rete.

Lo stadio esplode di una gioia fin troppo trattenuta, una deflagrazione incontrollabile che forma un’onda che parte dalla curva per esaurirsi nell’ultimo campetto di periferia di un qualunque paese del sud del mondo. Non meno euforica fu la cronaca di Hugo Morales che passò alla storia proprio per la concitazione con cui raccontò quell’azione. Vinto dalla commozione, in apnea per un pianto che lui stesso implorava, quiero llorar, cominciò a sillabare, o tartagliare, in preda all’agitazione, quando le parole uscirono si confusero con le lacrime, con le urla, con le farneticazioni dei 114 mila spettatori presenti.

 

Si voglia accettare o no, Maradona è stata una figura indimenticabile del ventesimo secolo. Nessun uomo è stato così amato e tanto discusso nella storia del calcio e non solo. Non asseconderò le polemiche che hanno riguardato l’uomo Maradona e che sono immancabilmente seguite alla sua scomparsa, perché alla domanda chi è stato davvero Maradona la risposta si trova in quei bambini africani che indossano la maglietta dell’Argentina con sopra il suo nome, che lo invocano dopo ogni gol ma che non l’hanno mai visto perché senza televisione.

È in questi luoghi, in queste aree disagiate del mondo, che il suo nome trova il posto che gli spetta. E anche se volessimo offrire un’altra lettura, quello che alla fine, e realmente, conta, lo sintetizza lo scrittore argentino Fontanarrosa  «Non mi importa cosa Diego abbia fatto della sua vita, mi interessa ciò che ha fatto alla mia»

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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Un commento

  1. Bellissimo articolo. Anche commovente… Bravo!

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