L’inganno di Vincenzo Consolo

 

Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha róso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. […] Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore.
Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi!, per mia dannazione. […] Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?

La musicalità inebriante che impregna l’ode a Rosalia, cui si affida l’ incipit di Retablo, nasce da un gioco fonico di associazioni sensoriali scaturite dal motivo della rosa e diviene senz’altro una lirica meccanicamente scandita secondo schemi medievali che ricordano una sintomatica interazione tra seduzione amorosa e artistica, misticismo e carnalità dunque tra stile e riecheggiamento, tecnicismi aulici di cui Consolo si serve fino al punto di “ingannare” il lettore.

Ricorre oggi 21 gennaio 2018 il sesto anniversario dalla morte di Vincenzo Consolo, uno degli ultimi testimoni del panorama letterario novecentista che, sebbene non possa essere identificato né come romanziere né come poeta, si contrassegna tuttavia come miglior poeta tra i narratori siciliani.

I suoi testi sono lirici ed evocativi di un tempo narrativo da cui trapela una spiccata libertà espressiva per ragioni sia etiche che stilistiche, volta a restituire pregnanza al linguaggio che sembra reinventarsi e imborghesirsi per prendere le distanze dall’uso del quotidiano.
Vincenzo Consolo spinge la sua prosa, per scelta strutturale, a contaminarsi con altri generi: “Non si possono scrivere romanzi, perché ingannano il lettore” infatti il suo linguaggio fluisce verso forme di scrittura intense e avvolgenti affidate ad una voce narrante che riformula un codice espressivo riferibile forse ad un intellettuale di vecchio stampo dedito ad affrontare un connubio tra filosofia analitica del linguaggio e dell’azione storica (Wittgenstein docebat).

Nei suoi componimenti maggiori d’impianto storico-metaforico “Nottetempo, casa per casa” (1992) e “Lo spasimo di Palermo” (1998), dimostra il suo ostile atteggiamento nei confronti delle manovre storico politiche italiane dall’epopea risorgimentale in Sicilia sino alle stragi di mafia, salvo però il nostos che resuscita in una ridondanza retorica, non priva di malinconia riferibile al nostalgico viaggio di ritorno costante e continui.

Penso ai racconti di “Le pietre di Pantalica” (1988) in cui il protagonista si chiede: “Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca”.

Il tormento carica Consolo d’impaziente brama descrittiva che vede “la sua isola” nei minimi dettagli, imbottita di bellezze e nefandezze che lo imprigionano tenacemente in una morbosa devozione a una Sicilia che funge da àncora con cui zavorrarsi e allo stesso tempo un molo da cui salpare.

Ne “Il sorriso dell’ignoto marinaio” traccia il malessere delle genti siciliane tradite dalle strutture politiche. “Perché molti siciliani scriviamo? Noi scrittori siciliani non è che non sapevamo che fare, ma abbiamo sentito il bisogno di spiegarci, di capire le ragioni di tanto malessere di quest’isola. Da sempre un’isola che potrebbe essere veramente un’isola felice, l’Isola dei Feaci, perché abbiamo tutto; abbiamo la terra, le antichità. Eppure, per i mal governi che si sono succeduti da sempre, quest’isola e diventata un’isola maledetta, un’isola infelice”.

Sì, amava questa strana terra come un’amante da godere ma con i limiti imposti da etica e raziocinio trasferiti senza indugio nelle scelte linguistiche che si discostano con eleganza dal registro dialettale. La pluralità di toni e di lingue si relaziona a un caleidoscopio di prospettive ramificate nella soggettività dei personaggi contraddistinti da peculiarità endogene e singolari somatizzazioni, tutti rigorosamente impiantati in un terreno fertile e pregno di storicità e stratificazione sociale ben studiata.

Riconoscibile in ogni sua frase è l’utilizzazione di lessici intrecciati tra l’italiano antico ( il volgare ad esempio) e il siciliano; la sua quindi è una scrittura che incarna una costante ricerca di accattivanti e originali espedienti linguistici e di stile.

Consolo aveva dichiarato: “Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati. Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa storia”, continua con tono perentorio: “Che senso hanno i regionalismi e i localismi in un quadro politico e sociale già abbastanza sfilacciato? Abbiamo una grande lingua, l’italiano, che tra l’altro è nata in Sicilia: perché avvizzirci sui dialetti? Io sono per la lingua italiana”. Questa reiterata estremizzazione stilistica conferisce un’accezione sempre più elitaria, alimentando il pregiudizio critico che lo accusa di “narcisismo barocco” riducendolo al rango di mero «postmoderno citazionista» come per esempio commenta Luperini. Il diniego assoluto nei confronti della forma romanzesca arriva con il premio Strega Lunaria (1985) che funge da ulteriore spartiacque nell’evoluzione della sua narratività ondulatoria.

Un ampio sguardo va all’intervento militante sui giornali, bacini della sua indignazione con cui si è garantito il podio degli scrittori-giornalisti del secondo Novecento, innesto di prosodia e razionalità, definito tragico nei confronti della storia e lirico nei confronti della natura utile per ricompattare, con lacerante consapevolezza, una realtà siciliana talvolta impotente e priva di parola, ricorrente argomento di discussione e battibecchi con gli amici Sciascia e Piccolo.

La letteratura resta “romanticamente” un onirico rifugio risolutivo di una riflessione esistenziale e un metaforico pettine che districa i nodi di una libertà storico-filologica ambita, difesa e tutelata nel dispiegamento del percorso drammaturgico di Vincenzo Consolo.
“Lo spazio nella letteratura è vasto quanto il mondo, varca a volte i confini stessi del mondo, diventa infinito” scriveva Consolo in “Di qua dal faro”

About Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.

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