Intervista di Adriano Fischer

Entrato in cella nel 1991 per una sequela di condanne legate alla criminalità organizzata, Carmelo Musumeci è diventato il simbolo degli ‘uomini ombra’, cioè di tutti quei detenuti che devono scontare un ergastolo ostativo.

La legge italiana prevede che chi è condannato all’ergastolo può avere accesso a una serie di benefici, come il regime di semilibertà e la libertà condizionale, godere di permessi e, una volta trascorsi 26 anni di detenzione, essere ammesso alla liberazione condizionale.

Diversamente, nel caso di ergastolo ostativo, il condannato non ha diritto ad alcun beneficio penitenziario, sempre che non collabori la giustizia.

La vita da detenuto di Carmelo Musumeci è stata segnata da una battaglia diretta a sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sulla disumanità del trattamento ostativo. I suoi libri, scritti durante gli anni di detenzione, ne sono un’esplicita testimonianza.

Grazie a una sentenza della Consulta, che ha stabilito che non può essere chiesta la collaborazione con la giustizia quando è inesigibile, Musumeci è riuscito ad ottenere nel 2018, dopo due domande respinte, la liberazione condizionale.

Nell’ordinanza con cui gli è stata concessa la libertà, i magistrati hanno riconosciuto “il grande percorso di crescita personale che ha portato Musumeci a leggere e studiare in carcere con granitica volontà” e il suo “essere un uomo nuovo che si riscatta dal passato impegnandosi quotidianamente coi disabili”.  L’ex ‘uomo ombra’ vive e lavora nella casa famiglia di don Oreste Benzi.

Il Gruppo di Polifemo l’ha intervistato.

Carmelo ciao. Tu sei indiscutibilmente un sopravvissuto, un redento fortunato. Per molti, il fine pena mai, ergastolo ostativo, ha rappresentato una morte annunciata, in molti casi, auto inferta. Vuoi raccontarci prima di tutto come sei finito in carcere, per quali reati sei stato condannato?

Sono nato il 27 luglio del 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania, e ho vissuto fino all’età di dieci anni in Sicilia. Passavo le giornate nella viuzza insieme a tutti gli altri bambini, scalzi e affamati. Spesso la sera, quando rientravo a casa, non c’era quasi nulla da mangiare e sia io che i miei fratelli andavamo a letto dopo aver mangiato solo pane bagnato nello zucchero. A volte mia nonna mi portava con lei a fare la spesa al mercato. Mi aveva addestrato a derubare quello che potevo mentre lei distraeva. Una volta mi scoprirono e mi arrivò uno schiaffo in faccia da mia nonna, mentre mi gridava: “Quante volte ti devo dire che non devi rubare!” Poi a casa mi diede il resto, sia perché mi ero fatto scoprire e sia perché le avevo fatto fare brutta figura. All’età di sei anni andai a scuola ma le mie assenze furono così tante che fui bocciato. Ci riprovai l’anno successivo e questa volta fui promosso in seconda elementare. Anche in seconda elementare fui bocciato, ci riprovai l’anno appresso e passai in terza elementare. Ma ormai per la mia famiglia ero già grande per iniziare a lavorare: avevo nove anni e andai a lavorare con mio zio nella muratura. In seguito, a causa della separazione dei miei genitori, fui costretto a emigrare con mia madre e i miei fratelli in Liguria, a La Spezia, per poi essere rinchiuso in collegio, dove mi sono sempre mancati la famiglia, gli affetti, l’amore, un punto a cui aggrapparmi per sfogare le mie angosce e la mia tristezza di adolescente abbandonato a se stesso.

Uscito dal collegio costatai le gravi difficoltà finanziarie in cui si dibatteva la mia famiglia, intrapresi la strada di violare la legge commettendo dei furtarelli per procurarmi dei denari. Vedendo il facile guadagno, la considerai la via migliore per aiutare la mia famiglia e in seguito commisi reati un po’ più gravi. Nel 1972 fui preso insieme a due compagni dopo una rapina a un ufficio postale. Eravamo tutti e tre minorenni e ci portarono nel carcere di Marassi a Genova. Al piano terra c’erano tutti i minorenni mentre al piano di sopra c’erano i detenuti adulti.

L’impatto con il carcere fu tremendo. Quando uscì intrapresi la carriera criminale grazie anche alle conoscenze che avevo fatto nel carcere minorile. In seguito, alle mie scelte devianti e criminali, a causa di una guerra fra bande rivali per il predominio di attività illecite nel territorio, nel 1991 mi hanno portato alla condanna dell’ergastolo e sottoposto al regime del carcere duro (41 bis) per reati di mafia, omicidio, droga estorsioni.

Cosa vuol dire esattamente vivere un regime ostativo? Da chi ti sei sentito aiutato, chi credi ti abbia abbandonato?

Molte persone si adattano al carcere e in questo modo finiscono per diventare prigionieri di se stessi. Per fortuna o per sfortuna, a seconda dei punti di vista, io mi sono sempre sentito un estraneo al carcere e non sono mai riuscito ad adattarmi. Non è stato per nulla facile, perché penso che in carcere la sofferenza divori l’anima come la muffa mangia i muri.

Quando ho perso la libertà per sempre, ho deciso di essere libero e di essere me stesso. Credo che il miglior metodo per lottare e sopravvivere lo abbia trovato scrivendo, è stato il mio unico modo per far conoscere la vita e i sogni di un ergastolano e anche per far conoscere quanta umanità si può trovare in carcere. La cosa incredibile è che in questi ventisette anni di detenzione, in molti mi hanno chiesto di “farmi la galera” e di smettere di scrivere e di ululare alla luna. E me l’hanno chiesto sia le persone perbene, sia molti uomini di Stato e anche alcuni mafiosi di spessore, facendomi sospettare che la pena dell’ergastolo serva anche a loro per non fare uscire dalle loro organizzazioni, fisicamente e culturalmente, i giovani ergastolani (perché lo dovrebbero fare se non hanno più nessun futuro?).

Nel periodo di detenzione, se non ricordo male 25 anni, hai conseguito tre lauree. Chi ti ha dato la forza di addivenire a questo cambiamento radicale?

Spesso chi conosce la mia storia e viene a sapere che sono entrato in carcere solo con la quinta elementare, ma che ho preso tre lauree, che pubblico libri, che ho ricevuto vari encomi, che svolgo attività di consulenza ai detenuti e agli studenti universitari nella stesura delle loro tesi di laurea sul carcere e sulla pena dell’ergastolo, mi chiedono: “Quindi, il carcere ti ha fatto bene?”.

A questa domanda rispondo sempre che il carcere non mi ha assolutamente fatto bene. Se mi limitassi a guardare solo il carcere, posso dire che non solo mi ha peggiorato, ma mi ha anche fatto tanto male.

Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto. Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali. Se a me questo non è accaduto, è solo grazie all’amore della mia famiglia e di una parte della società.

È regola che i pentiti collaborino con la giustizia, se vogliono evitare il regime ostativo. Tu non l’hai fatto! Ci sono ragioni particolari che ci vuoi raccontare?

Chi riesce a vedere nei pentiti e nei collaboratori di oggi il pentimento dell’Innominato del Manzoni? Pentimento che fuori esce dalla tristezza e dall’abiura morale. Il pentimento che nasce da un sofferto esame interiore. L’urlo della coscienza! Dov’è tutto ciò nei pentiti di oggi? Non sempre non si diventa “collaboratore di giustizia” per omertà, spesso non fa la spia per ignoranza, per paura, per non sconvolgere la vita ai propri figli (dovrebbero cambiare nome, espatriare, nascondersi) perché è innocente o semplicemente perché, giusta o sbagliata che sia, vuole scontare la sua pena senza usare la giustizia per uscire dal carcere, senza mettere qualcun altro al suo posto.

Per fortuna dopo 24 anni e dopo vari tentativi, grazie al coraggio di un Tribunale di Sorveglianza, il mio ergastolo ostativo è stato tramutato in ordinario che mi sta dando la possibilità di essere ora in liberazione condizionale. Pensando alla nostra Costituzione mi viene in mente che molti dei nostri padri costituenti erano ex-galeotti e che loro sapevano bene che condannare un uomo a essere cattivo e colpevole per sempre non ha senso perché l’uomo non è solo il male che ha fatto, ma è anche il bene che potrebbe fare. Senza speranza è difficile cambiare o migliorarsi. Se ad alcuni ergastolani venisse data una possibilità, una sola, di rifarsi una vita smetterebbero di essere criminali. Ma in questo caso la mafia dei colletti bianchi perderebbe il suo esercito e lo Stato il nemico interno su cui poter scaricare tutte le colpe. La pena dell’ergastolo o il carcere duro non sono un deterrente anzi alimentano la cultura deviante e criminale. E non lo dico solo io ma lo affermano anche i dati sulla recidiva. Nei paesi dove ci sono carceri vuoti c’è più sicurezza.

Promuovi da anni una campagna contro il fine pena mai per l’abolizione dell’ergastolo. Sul tuo sito www.carmelomusumeci.it hai raccolto trenta mila firme. Hai visto nelle istituzioni un qualche interesse, o sensibilità sull’argomento?

La mia petizione per l’abolizione dell’ergastolo che ha tra i primi firmatari Margherita Hack, Umberto Veronesi, Agnese Moro (figlia di Aldo Moro), Rocco Buttiglione, Fausto Bertinotti, Vittorio Sgarbi e tanti altri, mi ha dato la possibilità di sensibilizzare l’opinione pubblica che una pena che non finisce mai non potrà mai essere giusta. Penso che la società non sia cattiva, ma i mass media non informano sulle condizioni degli ergastolani, sull’importanza e sulla necessità che questi hanno di vivere, di sperare, di sognare. Sono convinto che in Italia la giustizia e le prigioni sono quelle che sono anche perché, a differenza di altri Paesi, manca una letteratura sociale carceraria. Io nel mio piccolo mi sto sforzando di crearne una, in un quarto di secolo in carcere non ho fatto altro che scrivere. E spero un giorno di riuscire a pubblicare tutto quello che ho scritto, ma non è facile, soprattutto per un ergastolano. Non nascondo che in tanti anni ho scritto solo per continuare ad esistere, ma purtroppo sono pochi gli editori che si sporcano le mani pubblicando i pensieri degli avanzi di galera come me. La stragrande maggioranza delle case editrici preferisce pubblicare le ricette di cucina o le barzellette di Totti per guadagnare tanti soldi ed evitare critiche e guai. Nei miei romanzi non parlo solo di carcere, ma soprattutto di come si arriva al carcere. Scrivo anche per fare sapere alle persone di buona volontà, che vogliono capire che il carcere, così com’è oggi in Italia, produce solo tanta recidiva e che una pena crudele e cattiva non fa riflettere sul male commesso. Si può essere davvero liberi in un mondo che fa del carcere l’unica pena possibile?