L’Arte incontra. Intervista a Enzo Tomasello

Enzo Tomasello “Volo di notte – 1”, olio su tavola, dimensioni L cm100x H cm100, anno 2008.

In Sicilia, sul finire di maggio ritrovo la luce lunga dei tramonti.
Quando i colori perdono la purezza cristallina dei tersi inverni allora le calde tonalità restituiscono il dramma e il silenzio di un luogo condannato a vivere l’incorruttibilità della luce.

In questo periodo l’altopiano ibleo è un susseguirsi di sensazioni assolute e ogni dettaglio appare un solco trasfigurato. Verdi, dell’erba di stagione, le colline sono innervate da tangenti alabastro, i desolati muri di cruda pietra bianca, unici testimoni della fatica umana. La luce …“maledetta”! Qui la visione è solo una: dal grano – verso l’indoratura – all’immensità del cielo, che non si piega neppure all’idea dell’orizzonte, perché è già abisso.

Il vento caldo qui non soffia….alita suoni, che attraversano sciare ribelli e porta con se i profumi della terra. Ma il vento, in queste lande, alita arsura: lo sanno i nobili carrubbi, che si contorcono dal cielo all’inferno; lo sanno gli intensi buganvillee, violente macchie purpuree che fuggono dalle ombre per stagliarsi nel pallore del cielo, quasi a liberarsi dalla pena terrena. Anche l’uomo giusto …lo sa!
Per lui l’isola non ha mai fatto sconti: deriso dall’urlo della Luna, imbruttito dal sole, derubato dal “nuovo” Stato. Pure i gabbiani conoscono la sete; tentano di fuggire volando sempre più alto. Ma anche per loro sarà solo un’impressione di maggio.

Perduto tra questi pensieri, con il sole dritto negli occhi, percorrevo la S.P.28 (ragusana) in direzione Modica. Cacciai un’occhiata ai miei compagni di viaggio. Pure loro se ne stavano raccolti in un silenzio contemplativo.
Da lì a poco, … tra “LO STUPORE E IL MISTERO”, di Piero Guccione. Era il 22 maggio 2015.

Durante le trasferte dalle laviche terre acesi agli altopiani ragusani, in genere, io avevo il compito di tenere la buona guida, mentre Sebastiano Gesù ed Enzo Tomasello si confrontavano sulle questioni più affascinanti dell’estetica, per poi “scontrarsi” sulla sinestesia. Io amavo ascoltarli, lo facevo da sempre – in religioso silenzio.

Fu Sebastiano a interrompere il silenzio e si rivolse a me, distogliendo appena lo sguardo dal lento scorrere del tempo: « Sai …ho letto il tuo racconto, molto bello!» Enzo, pure lui si riprese dal torpore benigno: «Quale testo?» «Nel silenzio di un Sole!» replicò l’altro e continuando «.il testo che Sebastiano ha pubblicato per la sua personale!… vi trovo molta poesia!» Enzo annuì cauto! …E il silenzio si riprese la sua scena.

Sebastiano Gesù (1946-2018), è stato un critico cinematografico e storico del cinema italiano, docente di Storia e Critica del Cinema alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Catania, nonché consigliere del Centro Studi Cinematografici di Roma. In verità fu tanto altro e per tutti quelli che ebbero la fortuna di conoscerlo e di attingere dal suo sapere fu una rara opportunità formativa.

Un buon uomo, un amico. Una mente dotata di raffinato senso estetico – in alcune occasioni – firmò testi critici mutuati da una visione più “cinematografica” che pittorica della rappresentazione. Nel suo ufficio campeggiava una scritta di L. Sciascia: “Di me come individuo vorrei che si dicesse: ‘Ha contraddetto e si è contraddetto’ , come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante “anime morte” a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.”

Enzo Tomasello, professore di filosofia, nelle Aci è un’autorevole presenza artistica, sorretto da un rigore monastico e da una visione essenziale della vita. Negli anni ’90 ha partecipato al lavoro del gruppo Novorganismo a Catania; ha firmato articoli nelle riviste “Kaleghè”, “Arte File” ed “Echi d’Arte”. Nel 2016 ideò una originale ed interessantissima rassegna d’arte “KÝKLPOS VEDERE L’INTERO”. L’evento fu realizzato presso le cantine dell’Azienda Agricola Scammacca del Murgo. Qui un prestigioso vitigno si estende su di un rigoglioso pianoro capace di offrire uno scenario da mozzare il fiato: l’intera visuale della dorsale vulcanica. Un solo colpo d’occhio – limpido, assoluto, preciso – che non fa sconti, perché entra nei polmoni come fredda aria d’altura e permette di abbracciare l’immenso, o l’eternità – fate Voi.

Perché di questo si tratta, tre semi-divinità: il cielo, il vulcano e il mare. Nel mezzo di quel verde una minuta struttura interruppe lo sguardo. Lì sarebbe stato sufficiente attraversare un’anonima porta e…! Una scala accogliente, asettica, illuminata a giorno invita a entrare serenamente. Ma fu solo l’illusione di un’infinita rampa. Presto fui ingoiato dalle viscere della terra! Mi sarei aspettato fuoco e lava…ma trovai buio, a tratti luce accecante e profumi inebrianti – il nettare degli dei. Lungo il percorso s’impossessò di me una sensazione d’inquietudine, non si scorgeva anima viva, solo silenzio, surreale silenzio. Pareva di essere in un’altra dimensione. Il mondo che brulicava di insetti, fiori e cielo sembrò talmente distante! Le indicazioni invitarono a proseguire e solo loro mi obbligarono nella giusta direzione. Alla fine giunsi nella “zona segreta”. Era un’isola nel nulla, un luogo candido, abitato da avanguardie. Un laboratorio nelle viscere dell’anima.

Oggi a Enzo chiedo:

1.“KýKLOP – VEDERE L’INTERO” pose la premessa che “La verità, la ragione del tutto, può sperimentarsi parzialmente, solo attraverso frammenti, pena l’annientamento: la bellezza non è l’assoluto, è la sua ricerca!” Rivendicando la forma quadro – si pensò a un “contenitore” in grado di accogliere l’arte proveniente dai vari mondi linguistici. La diversità espressiva degli artisti invitati a descrivere questi frammenti di universo raffigurò i contorni di una ricerca volutamente priva di organicità, avvalorando la tesi (di principio) che la combinazione di tante determinazioni restituisce ciò che di più immediato ci avvicina a un’idea di “verità”. Puoi parlarci di questa visione d’insieme?

Ti ringrazio di quest’opportunità. L’idea-guida era legata ad una esigenza forte: quella di portare la cultura nel tessuto produttivo del territorio; all’idea che la condizione della cultura è il dialogo ed esso è l’incontro delle diversità; il problema stava nel confezionare quest’incontro sulla base delle strutture portanti e fisiche dell’esperienza che più mi connotava quella della ricerca artistica, che per me è stata sempre legata alla letteratura ed al cinema. Poi – in un’epoca di mutazione delle forme comunicative che rischiano di accantonare l’elemento umano – mi premeva salvare la ‘forma/quadro’ e la ‘forma/libro’. La rassegna – durata un anno – è stata strutturata proprio come un testo: una Introduzione che conteneva l’esperienza di una mostra collettiva e delle mostre personali come capitoli: un testo e un’esperienza che mettevano fisicamente e documentariamente insieme diversità di proposte espressive, diversità di materiali: quadri, installazioni, sculture. Si sono trovati Daniela Vasta, storica dell’arte che ha anche studiato l’impaginazione fisico/ambientale delle mostre, Vincenzo Cutuli un direttore tecnico, che ha fisicamente assemblato queste diverse esperienze negli ‘spazi documentali’: ambiente espositivo e catalogo.
Colgo l’occasione per sottolineare che la mostra collettiva posta a Introduzione, a cui tu stesso hai partecipato con Calusca (Luca Scandura), Tiziana Candido, Piero Corpaci, Luciano Grasso, Paolo Nicolosi, Antonio Recca e Giuseppe Tomasello, costituiva il presupposto per un secondo appuntamento annuale, essa voleva anticipare una seconda edizione e predisporre una continuità che poi per limiti oggettivi non c’è stata, ma a cui sto ancora lavorando.

2. Nell’incontro con gli artisti, tenutosi il 21.11.2009 presso la Cappella Sistina, Papa Benedetto XVI°, sulla “funzione essenziale della bellezza”, prese in prestito le parole di Georges Braque “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”, a seguire dichiarò: «La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo». Che tipo di bellezza insegue la tua ricerca?

L’esperienza della bellezza è interna ad una strategia di contenimento e di governo della sofferenza, che – come il male – è intessuta nella storia personale e sociale. La ricerca della bellezza è una sorta di politica esistenziale che anticipa la felicità delle Nozze di Cana.

3. E’ di questi giorni la notizia che l’M9, il museo multimediale del 900, a Mestre, aprirà i battenti a dicembre. L’M9 non esporrà oggetti, bensì storie da raccontare. I documenti visivi, scritti e sonori saranno trasformati in emozioni. Nessuna opera! Chi entra deve lasciarsi coinvolgere, ha dichiarato uno dei curatori. Il quadro resiste?

Uno dei testi pubblicati negli anni ’90 su Kaleghé, la rivista diretta allora da Anna Maria Ruta, una delle figure più attive nel panorama palermitano, si intitolava proprio Tornare a raccontare. Non è in discussione la sopravvivenza del ‘quadro’, esso è insieme il racconto (di una sorta di innamoramento/empatia del collezionista che lo possiede, testimone di una relazione inaspettata) di un racconto parziale (della produzione intellettuale dell’autore). Il problema riguarda la capacità di raccontare. Che è anche la capacità di tenere una relazione, che è anche capacità d’amore, che è sempre una scommessa, che è …

4. Di quale salute gode oggi l’Arte in Sicilia?

C’è moltissimo di buono, ma ‘non visto’, tanto di fuorviante ovviamente come in tutto il mondo.

5. Ho scritto che il tuo essere artista è da sempre caratterizzato da un approccio monastico con il fare, con il vedere e sentire. Trovo molto interessante ed affascinante questo aspetto. Puoi parlarcene?

Tocchi un tasto intimo che non credo importi ad un pubblico che non conosco, di cui parlo come confidenza personale, di cui preferisco non parlare: semplicemente è un esercizio meditativo, il tentativo di governare il grande, servendosi del piccolo.

6. Che rapporto hai con la “montagna”?

Ho bisogno di silenzio, di sensazioni radicali: l’equilibrio, la pietra, il vento, il fiato, l’orientamento, la lontananza. Per lavoro parlo moltissimo, sto in contatto continuamente con decine di persone che sono universi di cui mi sento una responsabilità che a volte va oltre le mie forze; allora mi devo ritirare, ho bisogno di raccoglimento; ecco una cosa che mi sento di lanciare: il raccoglimento, cosa significa oggi, da quale orizzonte viene…

7. La tua ricerca si è prefissata come obiettivo la decodifica dei codici antropologici dell’uomo moderno. Quali orizzonti sono mutati nella tua ricerca?

Sono parole difficili, temi accademici; io uso andare in quota, sedermi su un sasso. Però è vero, ho scritto un testo anni fa: L’orizzonte delle mutazioni, in occasione dei dieci anni di ‘Novorganismo’; era una riflessione legata al modificarsi della esperienza dello spazio e del tempo, alle sue conseguenze nella percezione delle relazioni, che poi continuerà con la frequentazione degli studi di termodinamica applicata all’economia, ovvero all’ecologia, dovuta all’inquietudine causata dall’abuso sociale di energia a cui la nostra società è condannata.

8. Chi sono i tuoi padri spirituali?

Theillard de Chardin, Max Horkheimer, Theodor Adorno, i monaci di Camaldoli, Thomas Merton, Bob Dylan, Chesterton, ma anche le gemelle Kessler, Sylvie Vartan, Dustin Hoffman, Paul Simon, Fanny Ardant, Candice Bergen, Flann O’Brien, Isaia, Il Cantico dei Cantici e il Magnificat, Jack London, Hans Hartung, Adriano Olivetti, ma anche Giuditta la panettiera del quartiere ebraico di Roma che mi ha fatto conoscere Paolo Giuntella nel suo libro beat E Dio suono il Sax, Arvo Pärt …

9. Qual è il colore che rappresenta la tua tavolozza, il tuo moto interiore?

No a questo non so rispondere.

10. Progetti?

Trovare una catena di osterie alle falde dell’Etna che ospiti le mostre su letteratura di viaggio: ricordiamoci che il viaggiatore è la figura laica del pellegrino … e le due figure si accompagnano fin dal racconto dell’Esodo.

Enzo Tomasello è l’autore dell’opera in epigrafe, titolata “Volo di notte – 1”, olio su tavola, dimensioni L cm100x H cm100, anno 2008.

About Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.

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