Potere al propoli: il mito dell’invasione

Quest’articolo nasce essenzialmente da una parola che, per ragioni ignote, mi è rimasta a mantecare in testa per un po’ di tempo. E ancora ribolle. La parola è: invasione. A me evoca sempre la medesima immagine, un centinaio di valchirie che galoppano furenti, aizzati dalle note di Wagner.

Eppure, il linguaggio comune ha associato questo termine a un’esigenza congenita, fisiologica, nell’essere umano, l’immigrazione. E questo perché un uomo mangia, un uomo dorme, un uomo ama, un uomo migra. Qualche giorno fa ho fatto una corsetta e mi sono trovato davanti alla Diciotti, ancora lì, ormeggiata nel porto di Catania. Qui, ho ripercorso quei giorni di protesta, di sostegno, di condivisione, eravamo bivaccati nel presidio costituitosi all’occorrenza. Il sole ustionava quel giorno, i suoi raggi li sentivo risoluti come la lama di una ghigliottina.

Eravamo tantissimi, molti in buona fede, altri viaggiavano sul melodramma. Eddai l’arancino! La cosa che però mi turbava, era che questi individui, questi migranti, non li vedevo. Centosettanta persone, fra cui molte donne e altrettanti bambini, erano chiusi nella stiva, o chissà dove, nell’imbarcazione.

Conoscevamo tutti le loro precarie condizioni di salute, conoscevamo addirittura la storia di certuni, minorenni che avevano affrontato da soli il viaggio, madri violentate. L’abominio in pochi metri quadri, eppure nessuno aveva visto i loro volti, la sofferenza nelle loro carni, le speranze che rimandavano quegli occhi.

Il giorno dopo i movimenti di protezione dei nostri confini, hanno ancora usato la parola invasione e, così, i centosettanta migranti in ostaggio sono diventati il vitello da sacrificare. L’opinione pubblica si è divisa, le bacheche dei social si sono riempite di messaggi d’ogni sorta, i talk show hanno saturato i loro palinsesti, e i giornali, tutti, alla caccia del titolo più ammiccante.

Nonostante questo bailamme, continuavano a essere ignote, inesistenti, invisibili quelle facce lì, quei corpi lì, quegli occhi lì. Comincia anche da qui, o riprende da qui, una graduale dissoluzione della realtà, o almeno l’idea che di essa abbiamo, per emergere in sua vece la fase della percezione, cioè quell’atto psichico che legge la realtà secondo stimoli e istinti.

Fortunatamente, la percezione non caccia dai giochi la realtà; tuttavia si sovrappone, esattamente come accade ai prigionieri di Platone che, nel mito della caverna, credono alle ombre sul muro piuttosto che alla luce che lo riflette.

Gli immigrati in Italia rappresentano l’8% della popolazione, quindi non possiamo parlare d’invasione. L’unica spiegazione cui sono arrivato è che la nostra mentalità, il nostro spirito nazional popolare non accetta alcun tipo di cambiamento. Probabilmente razzismo/fascismo sono solo un effetto di questo stallo cui sembra non esista terapia.

Nell’ultimo film di Albanese, Contromano, poco noto perché non brillante, Mario Cavallaro, il protagonista, è un milanese cinquantenne che gestisce un negozio di calze. Ogni mattina per trent’anni passa dal suo bar, il cui amico barista gli serve l’eccellente cappuccino, davanti al quale il nostro Mario si sdilinquisce. E questo fino a quando l’amico barista non è costretto a vendere l’attività a dei giovani senegalesi, che il cappuccino lo faranno pure, non però con lo stesso profumo, non con lo stesso sapore. Il film segue un’altra evoluzione ma l’allegoria, a mio avviso, è pregnante perché è in questa sequenza che monta l’intolleranza di Mario nei confronti dei senegalesi, degli stranieri che rubano il lavoro.

“Cambiamento” è un’altra parola “presa” di mira in questi anni, ciò nondimeno in modo grossolano e approssimativo poiché è diventata la parola chiave di un programma elettorale, anziché la consapevolezza di un popolo.

Il cambiamento non si perpetra per decreto o per legge, per intenderci. Né poi si demanda, così, su due piedi, attraverso il voto nelle urne. Perché comportarsi in tal guisa, riporta alla memoria una frase di Flaiano «Vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri».

Tutto, quindi, deve rimanere esattamente com’è. Il cambiamento è quel nuovo che non si conosce e che allora si teme. Il governo è il rappresentante di questo sintomo. Ha ancora, se non una composizione, un animo strettamente democristiano, non fa leggi che interessano le future generazioni ma quelle che solleticano lo stomaco dei suoi elettori (gli ottanta euro del Governo Renzi; il reddito di cittadinanza del governo Gialloverde). Le leggi, inoltre, non sono rivoluzionarie, tali da definire un netto cambiamento di rotta, vedi conflitto d’interessi, corruzione, evasione fiscale, lotte alle mafie, l’annosa questione meridionale.

Questo ragionamento mi porta a due conclusioni che assumono un valore apodittico.

I siciliani che votano lega sono la regola che diventa paradosso. È noto come l’accidia, benevola e quindi atarassica, sia qui cromosomica, e che ogni cambiamento turbi in modo irrecuperabile gli animi e le coscienze. Aderire a un partito che per un ventennio ha discriminato, ha vilipeso, ha denigrato i meridionali, solo perché millanta sicurezza e protezione contro le invasioni, è il parossismo dello status quo.

Una situazione che volgarmente potrebbe essere tradotta: pur di lasciare tutto com’è, mi affido a chi rinnega le mie origini, e aggiungo, così divento straniero a casa mia. Provo imbarazzo e disagio a immaginare un uomo del sud siglare Lega nell’intimità della cabina elettorale. E da queste pulsioni che bisognerebbe, forse, organizzare dei corsi pre-elettorali, perché il suffragio universale, così come funziona, è una parola vuota. Mi ricorda, questo, una novella di Pirandello, Certi obblighi, quando Quaqueo, il lampionaio, per difendere il suo onore nasconde, dentro l’armadio, l’amante della moglie.

Sul secondo punto mi limito a porre delle domande, lasciando al lettore le sue conclusioni.

E allora chiedo, perché questo slancio di richiesta di sicurezza non emerge mai, così unanime, così condiviso, così violento, contro le mafie? Perché la notizia di Ciancio, il Ciancio lifestyle, muove meno interesse, meno preoccupazione, di centosettanta anime, pure malate, ostaggio dentro la Diciotti? Perché la rabbia non monta con personaggi come Genovese al parlamento siciliano? Forse, che so, perché anche questo rappresenterebbe un cambiamento, estirpare una gramigna che ha fatto radici pure dentro il cemento?

Se esiste mai una terapia, a una situazione del genere, questa non può non essere incarnata da una sinistra, unita e consapevole, che risolva i suoi dissidi e rivalità, che ritorni internazionale. Che medichi i traumi di un popolo il cui sistema immunitario è stato duramente colpito e i cui anticorpi hanno reagito con una destra febbrile che altera la percezione della realtà, che crea deliranti antinomie.

Per adesso, quello che assisto con amarezza e inquietudine, è un Paese pieno di metastasi che crede di curarsi con la propoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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