Invettive

Racconto di Liborio Nice

La via è stretta, dritta fra due file ininterrotte di case. Alcune basse coll’uscio che dalla strada immette direttamente nella stanza più importante: sbirciando attraverso i varchi lasciati dalle tende di cotone bianco, a volte ricamato grossolanamente a giorno, si scorgono tavoli da pranzo coperti con tovaglie di plastica colorata, sedie di formica e, a volte, vasi pieni di fiori finti, scoloriti. In un angolo il frigorifero, il televisore. A volte, d’estate, la parte superiore degli usci è aperta e dietro la parte inferiore sta seduto su una sedia impagliata qualche vecchio in canottiera e con i pantaloni del pigiama a righe che guarda fuori soffiandosi con un ventaglietto di cartoncino pieghettato.

Nell’atrio del palazzo più alto, proprio sotto la prima rampa di scale, due vecchi motorini addossati l’un l’altro macchiano d’olio il pavimento di mattonelle di cemento. I gradini di marmo della lunghissima rampa sono consumati al centro e si perdono nel buio fuori dal cono di luce che una lampada polverosa manda fuori dal telaio di un lampione appeso al soffitto dell’atrio: solo uno dei quattro vetri che ne chiudevano i lati è rimasto intatto.

Lui abitava al primo piano. La donna, forse la sorella, con cui viveva, da poco aveva fatto ripitturare in bianco la cornice in tufo dei finestroni, che per questo si staccavano dalla facciata color topo del palazzo. Lui, fosse estate o inverno, alle sei del mattino apriva il balcone, con i vetri colorati in alto, sistemava la sedia nel vano e da lì cominciava a parlare.
Cominciava prima piano, poi sempre più forte, a volte sbraitando contro il governo, qualche conoscente, a volte contro la donna. A tratti taceva e poi prendeva a cantare stonando vecchie canzoni popolari.
Continuava così instancabile per l’intera giornata, almeno così mi sembrava.
Nel quartiere ci avevamo fatto tutti l’abitudine; sì, è vero, a volte qualche vicino protestava, a volte lo scontro era diretto anche perché spesso lui apostrofava i passanti in modo certamente offensivo.

Ma ci era familiare, capivamo che qualcosa nella sua testa era andato fuori posto e compativamo quella povera donna a cui spesso erano rivolte accuse e insulti. Certo un dialogo doveva esserci perché lui la apostrofava, taceva e dopo poco riprendeva a polemizzare, ad inveire; però, non abbiamo mai sentito la voce della donna.
Un sera arrivò una ambulanza a sirene spiegate e si fermò davanti alla casa. Ci affacciammo o fermi dietro i balconi chiusi stemmo a guardare. Dopo un po’ portarono giù una barella con un corpo che si intuiva sotto una coperta di lana pesante, il portello fu chiuso con fragore e l’ambulanza ripartì in silenzio.
Il giorno dopo il balcone rimase chiuso e tutto il quartiere si riprese con sollievo il suo silenzio.

Trascorsero delle settimane ed ogni volta che passavo lì sotto, davo un’occhiata al balcone, tendendo le orecchie. Ma il balcone rimaneva chiuso e dalla casa non usciva alcun suono.
La vita continuò così per un pezzo e alla fine ci sembrò che anche lui, come tante cose, fosse passato e a poco a poco dimenticato. Ieri ho visto arrivare una ambulanza e fermarsi nei pressi di quella casa, ma non vi ho dato particolare importanza. Oggi però andando al bar per un caffè dopo pranzo, ho risentito le inconfondibili invettive.
E’ tornato ed ho sorriso, rassicurato.

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Un commento

  1. una piccola e piacevole storia che ci dice come il ripetersi ritmico di colori e voci – anche se non sempre graditi – fanno parte integrante del nostro vivere quotidiano. Ci assuefiamo tanto da sentrne la mancanza

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