articolo di Sebastiano Grasso

Ottobre 1983, frequento con ottimo rendimento il quarto anno di un istituto professionale a indirizzo meccanico; alla lavagna non ricordo un dato banale, mi vergogno dell’amnesia e abbandono la scuola. Per un breve periodo faccio il manovale. Il mio stato di servizio dirà: ‘in possesso di licenza media’.

Gennaio 2020, l’esigenza di commissionare un fotolibro in grado di raccogliere gli scatti che ho realizzato in occasione del 60^ anniversario di un matrimonio mi impone l’indagine di mercato. Scopro offerte dozzinali, album miseramente impaginati senza alcuna poesia; per risultati migliori è necessario spendere molto.

Analizzo le possibilità ed opto per una soluzione azzardata ma in grado di soddisfare le mie aspettative estetiche e poetiche. Rispolvero le poche nozioni di Photoshop (che implemento con una overdose di tutorial sull’uso del programma, Youtube ne offre alcuni davvero validi): l’idea è tentare di produrre in casa i file del fotolibro. «…Faccia Lei, ma non la ritengo capace per un simile progetto!» il lapidario giudizio del responsabile del rinomato laboratorio catanese a cui mi rivolgo per lo sviluppo; non vengo neppure dispensato da alcuno sconto: il costo dell’album sarà comunque di 85 (ovvero, editing compreso).

Febbraio 2020, consegno i file del fotolibro; il risultato supera le aspettative e costringo l’attonito tecnico a sviluppare una ‘storia imprevista’.
Giugno 2020, l’esigenza di modificare una foto per l’articolo ‘Arte incontra – la tela bianca, il testamento di un emotivo’, a cura del G.d.P., mi impone di rivedere la risoluzione, il taglio e il colore; una sciocchezza (!). Eppure non sarà così! Stento a ricordare le manovre base.

Cosa succede?
Sapendo di poter escludere stati di sofferenza psichica, addebito questo fenomeno a modalità di natura mnemonica. Eheheh, e qui sarebbe il caso di dire «RICORDO» che un mio amico neurochirurgo mi disse che «…il nostro cervello dimentica per necessità e, cancellando i ricordi inutili, da spazio a quelli che meglio servono a prendere decisioni efficaci al momento!»

Sembra (meno male!) che uno studio condotto da un gruppo di neuro scienziati dell’Università di Toronto (e pubblicato sulla rivista Neuron) ha rivoluzionato il concetto di memoria: non più definita come la capacità di conservare il maggior numero di informazioni nel tempo (avete presente quei tipi in grado di snocciolarvi tutto lo scibile con una dovizia di particolari da risultare irritanti?), ma come l’abilità di saper dimenticare le cose superflue; in altre parole il cervello elimina vecchie informazioni per non perdersi in dettagli inutili (qualcosa di simile accade anche nei principi che regolano l’apprendimento nel campo dell’intelligenza artificiale).

Certo, la cosa diventa complicata quando a farne i danni sono le informazioni importanti (ivi comprese le interrogazioni!): regole grammaticali e logiche di analisi linguistica, testi di poesie o preghiere, le formule e le definizioni matematiche, date, appuntamenti storici, nomi, ecc. Nel libro ‘Da persona e persona – Il problema di essere umani’ (Astrolabio Ubaldini Edizioni, 1967, pag. 260, 261) l’umanità e l’immensa abilità di Carl Rogers (psicoterapeuta) si confronta con la semplicità e l’immediatezza intuitiva di Barry Stevens (scrittrice, esperta in Gestalt), una mente libera, creativa. Nel testo la Stevens afferma:

«Il fatto che le mie ampie conoscenze non possano essere consapevolmente ricordate non le rende per questo prive di valore per me. (…) Ricordo uno scritto di Carl Rogers in cui diceva che l’unica cosa che ricordava di un corso all’università era un professore che aveva detto: ‘Non essere un vagone di munizioni. Sii un fucile!’

Qualsiasi legame tra titolo di studio e imparare è un’illusione. (…) Tuttora non so niente di grammatica. Ma posso utilizzarla quando faccio un errore, lo faccio per ottenere un effetto voluto. Questa è la cosa pazza. Non so proprio le regole, e tuttavia so quando le ho violate (…) Conosco le regole senza conoscerle. Per la maggior parte del tempo le utilizzo perché mi aiutano a esprimere quello che voglio dire, ma posso violarle ogni volta che ne ho voglia, e trasmettere ciò che altrimenti non può essere trasmesso altrettanto bene. Le ampie conoscenze che mi vengono non mi lasciano mai! »

Ma che ricadute ha nella quotidianità questa caratteristica. Personalmente ho avuto modo di osservare che, nel lavoro d’Ufficio, laddove i miei colleghi si servono o di collaudati modelli/formule, io non di rado mi trovo costretto a processare nuove soluzioni – anche in funzione delle intuizioni che mi giungono caso per caso; in modo analogo mi capita con l’Arte. La bussola che utilizzo per arginare o aggirare questo gap ha un nome noto: creatività! Una qualità che trova impiego in tutti gli ambiti dell’attività umana, dall’economia all’estetica. Ovviamente, non esiste una scontata correlazione tra Arte ed atto creativo; basti pensare che anche la capacità poetica, legata a moduli e a regole da applicare, non fa l’occhiolino alla creatività.

La nota dolente del genio creativo è la malinconia. Aristotele (in Problemi XXX) si chiese:
«Perché gli uomini che si sono distinti [perittòi] nella filosofia, nella politica, nella poesia, nelle diverse arti sono tutti dei melanconici e alcuni fino al punto da ammalarsi delle malattie dovute alla bile nera?» (trad. Marco Mazzeo)

Mi potrebbe consolare sapere che le frontiere dell’Antropologia hanno messo in luce che i sapiens non sono una specie specializzata, né una specie che attribuisce significati biologici predefiniti. Ne consegue il fatto che ogni situazione, ogni ragionamento creativo teso ad assumere decisioni, a istituire regole e soluzioni, soffre di continua indecisione; il valore dell’incertezza produce lo stato emotivo noto come malinconia.

Se i vantaggi di una memoria pronta sono facilmente intuibili quelli di una mente intuitiva (creativa) sono indubbiamente più articolati, complessi.
Henri Poincaré in ‘Scienza e metodo’ (Einaudi, Torino 1997, p. 49) affronta il tema della creatività e delle sue implicazioni: «Creare è discernere, è scegliere fra tutte le combinazioni quelle più feconde, originali, innovative che saranno formate da elementi tratti da settori molto distanti. Non intendo dire che per creare sia sufficiente mettere insieme oggetti quanto più possibile disparati: la maggior parte delle combinazioni che si formerebbero in tal modo sarebbero del tutto sterili. Ma alcune di queste, assai rare, sono le più feconde di tutte. Un risultato nuovo ha valore, nel caso in cui stabilendo un legame tra elementi noti da tempo, ma fino ad allora sparsi e in apparenza estranei gli uni agli altri, mette ordine, immediatamente, là dove sembrava regnare il disordine.

Creare, inventare consiste proprio nel non costruire le combinazioni inutili e nel costruire unicamente quelle utili, che sono un’esigua minoranza. Quel che più lascia colpiti è il fenomeno di queste improvvise illuminazioni, segno manifesto di un lungo lavoro inconscio precedente.

A proposito delle condizioni in cui avviene il lavoro inconscio, vi è un’altra osservazione da fare: esso è impossibile, e in ogni caso rimane sterile, se non è preceduto e seguito da un periodo di lavoro cosciente. Le ispirazioni improvvise non avvengono mai se non dopo alcuni giorni di sforzi volontari, che sono sembrati completamente infruttuosi.

Come vanno le cose, allora? Tra le numerosissime combinazioni che l’io subliminale ha formato alla cieca, quasi tutte sono prive di interesse e senza utilità; ma proprio per questo motivo non esercitano alcuna influenza sulla sensibilità estetica: la coscienza non arriverà mai a conoscerle. Soltanto alcune di esse sono creative, utili e innovative» .

Alla luce di queste affermazioni trovo una sorta di refrigerio interiore se penso a quanto tempo, energia (e danaro) ho dovuto spendere per apprendere e mettere in pratica una serie di conoscenze ed abilità: fisica teorica, meccanica teorica ed applicata, impiantistica elettrica, elettronica di base, lavorazione del legno e dei metalli, scultura, dattilografia, stenografia, fotografia analogica e digitale, post-produzione fotografica, presepistica, bonsai, suiseki e bonkei, acquariofilia, giardinaggio, edilizia, disegno tecnico e libero (compresa anatomia umana), pittura, teoria del colore, storia dell’Arte, tecniche di training autogeno, psicologia cognitiva comportamentale, psicologia sociale, antropologia (ivi compreso lo studio delle religioni). Tutto ciò mi ha permesso di dare un volto agli infiniti impulsi creativi.

Oggi nel mio ‘BioLabArt’ (di oltre 50mq.), trovano spazio cataste di dipinti ad olio, e disegni (quello in epigrafe è un carboncino su carta A4 riciclata, realizzato nell’anno 2003, ma non ne sono sicuro e neppure ricordo il suo titolo.), pittosculture, carcasse di legno o di metallo, strutture luminose, giardini rocciosi, presepi, bonsai, mobili, oltre che ad un’infinita serie di attrezzature: tecnigrafo, combinata per la lavorazione del legno, sega a nastro, banco meccanico, chiavi, tester, saldatrici, elettroutensili di ogni tipo, cavalletti per belle arti, tele, pennelli, tavolozze, colori a olio, pastello, acquerello, cera. Lì tutto testimonia più di un quarto di secolo di caparbia malinconia creativa, combattuta in assoluta solitudine.

Ho scoperto che è possibile implementare la concentrazione e sollecitare la creatività a livelli tali che tutto il pensiero diventa un fluido energetico in grado di recepire, inventare, discriminare, escludere. Ecco che ascoltando suoni particolari, tappeti sonori composti da pochi fraseggi, loop che si ripetono nel tempo, che non descrivono, capaci di creare una bolla amniotica in grado di bloccare ogni pensiero disturbante (e badate, con ‘suoni’ non mi riferisco alla cosiddetta musicoterapia; per es. nella stesura di questo articolo mi è capitato di ascoltare il capolavoro di William Basinski, ‘Melancholia II’), scopro la zona neutra che da spazio all’eco del silenzio interiore.

Magari tra un mese non ricorderò più il tuo nome, o farò fatica a spiegarti cosa sia la creatività, eppure sono certo che mi basterà usare alcuni tubetti di colore per rivedere il colore dei tuoi occhi, o sentire il tuo respiro e descrivere la vita: un istante intriso di eternità.