La domenica vestivi di rosso

 

Vera è un nome che etimologicamente potrebbe contraddire un atteggiamento, uno stile di vita e addirittura un romanzo.

Nera è un colore, un aggettivo qualificativo, una maschera nuda imbastita su un personaggio in cerca d’autore che si trascina caparbiamente in una rappresentazione scenica, modellando via via un profilo sempre più adatto alla trama della sua vita, misconoscendo i naturali contorni.

E Nerina dunque chi è? Perché chiederlo adesso? La risposta celebra l’epilogo e mortifica l’acutezza strutturale con cui Silvana Grasso ha condotto La domenica vestivi di rosso Marsilio Editori.

Il rosso è un altro colore proposto, una decisa tinta proiettata sulla retina che galoppa in penombra; la domenica vestivi di rosso è un lungo pamphlet introspettivo, una mistura di peso corporeo e finezza sensoriale che in gara tracciano la parabola ambiziosa e ammaliatrice di una ragazza di provincia, nel turbolento 1968.

La profilazione narra che sia nata femmina in uno spazio geografico in lotta col tempo storico, che sia stata provvisoria figlia di una madre suicida, che abbia avuto due madri tacitamente adottive, a loro volta madre e figlia, allevatrici come fossero fatine Disney e ingombrante reiterato tormento di avere dodici dita dei piedi: emblema di presunto rifiuto maschile, nonché freno seduttivo e inasprita prova di resistenza al mondo.

Nerina, il personaggio auto prodotto si chiamerà dunque così, è di evidente bellezza, enfatizzata dal mistero che conduce il lettore/spettatore a voler cambiare spesso scena durante il progetto cinematografico; l’autobiografia decorre dall’errore irreparabile della nascita agli anni del liceo classico; dall’università a Catania prosegue la corsa durante quel sessantotto che al sud puzzava di bruciato, come se una bomba fosse esplosa per lasciare devastazione in quell’immobilismo endogeno proprio dell’indole mediterranea.

L’emancipazione, parola da noi sconosciuta, ci era
stata lanciata addosso dal Nord Italia come una bomba da
un caccia in tempi di guerra.
Era in verità solo un barattolo vuoto, pieno delle stronzate
che ognuno dava alla parola emancipazione, senza
che poi un altro potesse correggere o smentire. Troppa allevata concimata ignoranza c’era da noi, al Sud,Quell’altra “Storia” invece, il Sessantotto, che, nelle premesse
o nelle presunzioni, avrebbe demonizzato il passato,
rivoluzionato il presente, rimpastato il Pensiero, espiantato
il cervello, lobotomizzato la consuetudine, ove necessario,
non sembrava affatto Storia

Nerina tenta di evadere sia dall’ipocrisia perbenista che dalle più agguerrite tendenze sovversive, altrettanto ridicole, ed esorcizza il sottovuoto recitando il ruolo della femme fatale, riluttante nei confronti dell’amore forse, ma affrontandosi da cinica ammaliatrice di uomini che sembrano non disdegnare, né tuttavia impigliarsi in sentimentalismi non richiesti. Con un curriculum da studentessa modello, dotata di brillanti capacità logico-deduttive utili come armi contro il prossimo. Nerina è un’abilissima condottiera al timone della propria vita, che oscilla tra tuffi olimpionici e astuto gioco di scacchi di cui resta vittima il personaggio cruciale della vicenda: il “professore”, un’etichetta al posto del nome che servirà da “cavia” ignara per la stesura del suo romanzo di esordio.

Non cercavo sentimenti né compatimenti,
ma spunti e personaggi disperatamente, cercavo per
un romanzo, che ancora non decollava nella mia cazzo di
mente secca come una prugna secca.

Si apre all’improvviso una stanza entro cui si contemplano età, incroci di sguardi tra mondo felino e umano, pulsioni, inganni e compromessi.

Fotografavo con occhi pancia ginocchia nervi tendini
ossa naso laringe polmoni: ogni parte di me, senza esclusione,
si trasformò nella più fedele macchina fotografica

Nerina nell’ultimo capitolo si interfaccia con la schizofrenia e con un gatto, mi è sembrato il riflesso del “paese delle meraviglie” in cui distopicamente si viaggia ad alta quota, da e per la stessa destinazione, coscienti che per giungere a una meta si deve pur definire un punto di partenza, seppur fittizio.

Il blu del mare all’orizzonte, che sembrava bellissimo
ma solo per la distanza, solo perché nessuno poteva andarci
all’orizzonte, non esisteva l’orizzonte se non nella fantasia
o nel delirio, e per questo nessuno poteva smentire che
fosse bellissimo e blu dicendo: «Ma è un bluff, non ha
niente di blu

Nerina diventa l’amata invisibile, compagna scomparsa o mai esistita, del “professore” senza laurea in eterna elaborazione di tesi, che a sessant’anni convive con la sua follia e la sua filosofica convinzione che non si debba mettere punto mai alla Bellezza, né la si possa confinare nella parola «fine» dell’ultimo capitolo. Il rosso non è il colore di entrambi gli attori, è un inganno che esilia ogni cosa alla probabilità ma mai alla verità assoluta. Nerina nasce, vive e muore simultaneamente, si afferma, nega e reinventa con tono elegiaco rifugiandosi finalmente nell’ unico luogo in cui tutto è eterno: la scrittura

Silvana Grasso ha raccontato un po’ di se’ e un po’ di ciò che siamo state e potremmo essere, riesce a stimolare chi è pronto al sentiero ma non lo sa.

Un romanzo deve invece molestare, molestare chi lo scrive,
molestare chi lo legge, schiaffeggiarlo, bastonarlo, ridestarlo.
E forse in questo c’ero in parte riuscita.

About Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.

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