Il Gruppo di Polifemo

La madre di Eva di Silvia Ferreri

Eva non è la protagonista del romanzo di Silvia Ferreri che decide di dar come titolo “La madre di Eva”  – Neo Edizioni –  al magistrale lavoro edificato su un’introspezione ostinata, che incide nella cornea del lettore la luce riflessa di un’anima dalla sensibilità corazzata e incorniciata da capelli rossi, che ne infuocano i contorni.

La madre non ha un nome e la chiamerò “la madre” rischiando un’infinita successione anaforica che possa rendere omaggio a una donna che non ha scelto di essere genitore, tanto meno genitore di Eva, ma si ritrova a realizzare inesorabilmente tale condizione seduta davanti ad un vetro, dietro cui qualcosa sta per cambiare irreversibilmente.

La madre annienta quel flebile controllo naturale e innato della sua area di movimento e conforto, per riversarsi in un fiume in piena che non può più lasciare scampo alla correzione di un “errore” genetico.

Lo spettacolo amaro impone a “la madre” di inchiodare il proprio corpo ad una sedia su cui giace a lungo, ore di attesa per ridisegnare i contorni di una vita che, scontrandosi con la forza di gravità, spinge a ritroso fino al punto di partenza, alle falde del mondo in cui Eva non riesce a camminare ed è costretta a fluttuare in un perenne rifiuto di qualsiasi zavorra dolorosa.

Non può ne’ vuole poggiare i suoi organi in un terreno che non contempla e che la tira verso un vortice sotterraneo e buio nel quale si àncora e contorce. “La madre” continua imperterrita a monologare immobile, graffiandosi la mente con la penna della scrittrice divenuta via via una lama sempre più lucida e scintillante che si affila tra le pagine, fino a sfiorare le viscere.

Da coinvolta lettrice, sono scossa da una feroce empatia traslocata da voce narrante a madre, da madre a figlia, da me a madre e da madre a madre di Eva. “La madre” si attorciglia come un derviscio rotante in un percorso mentale, che la scaraventa inerme in una dimensione distopica in cui non ha più possibilità di esprimersi, non può più contrariare una migrazione psicofisica e una reincarnazione dei sensi.

Lo definisco un romanzo dolorosamente sincero, in cui l’archetipo del ruolo materno adotta la rivisitazione di sé per seguire la figlia in un “laboratorio” serbo, contro ogni immobilismo socioculturale che tenti cinicamente di inibire inaspettate riproduzioni agamiche.

In Eva si genera una rinascita ricucita, ricomposta da bisturi, programmata per anni con supporto e determinazione quasi illogica. L’immaginazione de “la Madre” non è mai fervida, piuttosto un macabro incubo che si arrovella in visioni sanguinolente e rapide ricorse, verso una lucidità fin troppo strabica per focalizzare lo scopo di Eva che sta per trasmigrare.

“La madre” riflette sinistramente su come abbia idealizzato una riproduzione di sé, un derivato del suo sesso furbo e dolcemente solidificato, rimbombando in quell’atrio gelido in cui schiaccia le ore specchiandosi in un vetro di confine tra i suoi ricordi e una figlia svuotata: Eva è imbalsamata di connotati alternativi che le faranno incontrare la felicità contrapposta al torpore dei propositi materni spezzati e offesi.

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina. Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portata in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova.

La sala operatoria serba è il nuovo grembo in cui si sta fertilizzando Eva per mano dell’illustre chirurgo Radovic, nemico amorale della madre che si affaccia verso la psicologa dell’evoluzione umana e sessuale di Eva, Maddalena, donna rappresentante dapprima dell’inconscio genitoriale per poi divenire coscienza, coscienza di madre che avrebbe sopportato tutto per ricevere il pegno della realizzazione della figlia, persino riuscire a chiamarla Alessandro, nome con cui Eva vuole ribattezzarsi per rivendicare la propria identità negata.

«Rettificazione chirurgica e anagrafica del sesso. Qualcuno che rimettesse ordine in quello che a me era riuscito male»; e ancora, è sempre lei ad affermare che «qualche maledizione deve aver attraversato la mia placenta, se oggi siamo qui. Se sono seduta in un corridoio al neon dove in tempo non si segna, ad aspettare che ti ripuliscano degli errori con cui sei nata»

Così si bacchetta la madre, ora disprezzandosi per aver messo al mondo una figlia pervasa da disforia, ora sferrandosi contro un cattolico senso di colpa che non ha mai significato di rifiuto della categoria ne’ razzismo inflazionato, ma abnegazione intesa come disposizione spirituale di chi rinuncia a far prevalere istinti, desideri e interessi personali per motivi superiori e la ragione superiore è partorire Alessandro sia dalla natura di Eva che sovverte l’ordine naturale delle cose , sia, ancora più duramente, dalla propria.

«È un abominio» sussurrai. Ma fu un sussurro che tagliò l’aria in due.

Perché irrigidirsi davanti a tale interiezione?! La costruzione di un essere umano senza un progetto, senza un calco, ha determinato un’antagonista da adorare oltre ogni incorruttibile rigore morale che si rivela labile, “la madre” non può non accettare di dare alla luce ancora una volta ma non sarebbe lecita l’indifferenza di una qualsiasi madre, non sarebbe amore.

Ti odiai perché non ne potevo più di amarti

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