La magica letteratura di Giuseppe Bonaviri

Nella notte, lasciati….e vecchie con lucerne alle finestre, andavano con carri: dormivano il merlo, la quercia, il guerriero, Gesù beveva, guardando…..

“L’incominciamento” di Giuseppe Bonaviri, di cui oggi 21 marzo 2018 ricorre il IX anniversario dalla morte, sembra a primo sguardo un tentativo di neorealismo un po’ attardato, a cui si accosta con occhio strabico, per mettere in scena “pupi” siciliani poveri ed emigranti. In veste quasi “ sacra” di fedele mineolo, sebbene ometta reiterate circostanze tipiche della letteratura meridionalistica, intona tuttavia con petto da tenore, il suo lirico lamento

Ebbene, leggendo con cura le quartine, scopriamo rapidamente come sgorghino accenni favolistici e idealizzazioni confuse più che denunce populistiche. Sappiamo che favola e fiaba hanno origini e connotati diversi, maturano indisturbate da Esopo ai fratelli Grimm ma ad un tratto convergono per mano dell’ eclettico novecentista che le avvinghia incoscientemente a misteri geologici, ancestrali e mitici.

Bonaviri non rielabora più episodi della storia rivolti a condizioni di contingenze sociali per farne metafora del presente (come faceva Sciascia), bensì rimastica spazio e tempo per assemblare materiali diversi, ed è così che ci restituisce piccolo e grande, particolare e universale, regno umano e animale, astronomico e geologico, fondendoli in un processo di perenne trasformazione.

Il “big bang” della letteratura bonaviriana è Mineo, sorgente affettiva, biologica e cosmica, nucleo primigenio da cui trae linfa vitale per condire il suo magico stile, profuso di eleganza selvatica, che trabocca di fantasia coniugata a dati scientifici.

La sua poetica cosmica lo spinge continuamente a rappresentare l’uomo in rapporto a natura e universo, ad unire il sottilmente piccolo all’infinitamente grande. La musa bonaviriana è la memoria che ne strozza senza tregua i temi, da cui si evince a chiare lettere l’unione morbosa alla civiltà e al paesaggio natale, liberato dalle sue connotazioni storico-geografiche, per collocarsi in un tempo e in uno spazio in cui si intersecano e aggrovigliano i temi “ domestici” come archetipi di una condizione esistenziale.

Bonaviri domina e colora il panorama del ‘900 con tinte surreali che abbracciano esperienze sensoriali affidate a emozioni e patrimonio genetico; il suo narrare è assai distante dal dogma imperante e quindi coltiva un modo di raccontare e raccontarsi meno celebrato rispetto ai suoi contemporanei, pensiamo immediatamente ad un nome letterario più accademico Elio Vittorini.

Bonaviri ha esordito proprio per volere di Vittorini che tra i nascondigli, ha saputo e voluto cogliere l’espediente fiabesco dei suoi componimenti intrisi di sinestesie brillanti, dai fiori alle pietre, dal mistero di una stella remota al canto di un cardellino su un ramo di pesco fiorito, senza mai volgersi a esiti di descrittività naturalistiche spoglie di magia e studio esoterico.

Concordo nell’etichettarlo scrittore-artista nonché “creatore di mondi” che solo lui, e da solo, spennella per innata vocazione. La costante è sempre il bucolico Mineo, evocato e riproposto come nucleo del sole da cui partono a raggiera le creature che si crogiolano nella loro cromosomica inquietudine; sono tutte icone di umanità che si redimono nei viaggi della conoscenza dipinti come luoghi mitici, vividi esempi ne “Il sarto della stradalunga” e soprattutto ne “La contrada degli ulivi” la cui disamina rappresenta appieno la catena che lo lega al mistero del mondo, immortalato nell’impossibile conciliazione tra istinto naturale e azione ragionata, individuo e collettività, risolvibile forse attraverso lo snodo sociologico uomo-natura-cosmo.

Leggo immediatezza di intenti ne “Il fiume di pietra” e una crescita esponenziale rispetto a un Bonaviri estratto dal tempo di “Follia”, che quindi mira a intonacarsi in un’area più strutturata nella quale agiscono personaggi sempre più simbolici, contraddistinti da un’interiore esigenza di verità e protesi verso le grandi interrogazioni della vita.

Bonaviri scavalca numerosi orizzonti, distinguendosi gradatamente per la tendenza a personalizzare la ricerca espressiva in un attento impasto di costruzioni sostenute e irrobustite da impronte dilettali.

La tendenza libertaria e autentica della sua ricerca potrebbe essere studiata partendo dai suoi articoli su L’Unità e l’Osservatore romano; in entrambi brilla di luce propria e osa insistere su pensose chimere e mondi occulti che rimandano alle filosofie ramificate nel gorgo mediterraneo, e si lascia incantare da toste e azzardate combinazioni tra le mille e una notte e le fiabe siciliane, persino tra mito carolingio e il Pinocchio di Collodi.

Sembra evidente che il suo primordiale proposito sia quello di cogliere e sottoscrivere comparazioni fra quanto avvenuto dentro e fuori dalla culla sicula, flussi vitali importati da terre sia vicine che lontane, per defluire nel cuore dell’isola con donazioni riconoscenti.

Il traguardo letterario, spinto fino alle prime luci del 2000, è quello di tracciare sentieri di scambio tra gruppi etnici puntando su simmetrie e asimmetrie frammentarie con cui ha unito pietre, popoli, natura, momenti storici, e persino esseri volatili e acquatici, tutto in perpetua relazione di panteismo naturalistico.

Informazioni su Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.
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