Prima venne l’atmosfera, poi furono i personaggi e quindi la trama.
Questo il mio ordine di priorità quando scrivo.
Io di un romanzo infatti, anche da lettore, amo di più l’atmosfera che la trama.
Per provare a creare l’atmosfera giusta ho un mio modo di fare molto semplice.
Ascolto musica legata al periodo di riferimento (nella pause dalla scrittura), guardo film e leggo parecchia roba del genere a cui mi voglio accostare. Non per copiare ma per entrare nell’anima della storia che voglio raccontare.

Quando ho scritto Che fine ha fatto Sandra Poggi, a me interessava costruire un certo tipo di romanzo con personaggi ben delineati e un certo tipo di atmosfera. Volevo ricreare un contesto hard-boiled, quello dei romanzi con investigatori tormentati, locali fumosi, pugni. Quei romanzi che se fossero vecchi film ve li immaginereste con Humphrey Bogart o Robert Mitchum.
E così ho letto scrittori diversi tra loro come James Crumley e Charles Willeford e ho fatto un ripasso di Chandler e Hammett.
Con questo metodo mi immergo nel clima della storia che voglio raccontare.

Finita questa fase lascio decantare le idee. E quando queste si palesano le metto su carta e anche su cartaccia per non lasciarle sfuggire.
Nero su bianco su brandelli di carta, scontrini, depliant pubblicitari.
Arrivati al momento dell’ebollizione, quando i tempi di maturazione sono al punto giusto, mi rimbocco le maniche e mi siedo di nuovo di fronte alla tastiera del computer.
Ci sono giorni che vengo rapito dalla furia della scrittura e poi possono anche passare dei mesi senza che scriva un rigo. Il mio cervello è lo stesso concentrato su quanto sto scrivendo e capta situazioni da poter ribaltare nel romanzo, studia i personaggi, lascia sedimentare.

Di solito scrivo a casa. Nella stanza da letto ho attrezzato un angolo con scrivania, una vecchia macchina per scrivere come elemento decorativo, lente di ingrandimento sempre per far scena e computer (questo oggetto ogni tanto per usarlo davvero).
Da lì do un’occhiata alla finestra e magari vedo i più disparati abitanti di Bologna passare per strada. Qualche volta vado al parco e scrivo. Essere circondati da una umanità varia che legge, parla, beve, flirta, litiga, suona o fa quel che gli pare può essere una bella fonte di ispirazione.

Poi provo a mettere giù una traccia del mio romanzo, una sorta di scalettone da tenere sempre a portata di mano. Accanto alla trama (fondamentale per me avere inizio e finale ben piantati in testa) creo una mini bibbia dei personaggi (anche per non far cambiare loro fisionomia e personalità ogni due capitoli).
Poi procedo così: immaginate che il romanzo sia un essere umano e che io sia una sorta di divinità stramba (non preoccupatevi: non soffro di delirio di onnipotenza, al contrario). In prima battuta questa specie di divinità che sembra fatta di crack butta giù lo scheletro della sua creatura. Dopo qualche tempo viene fuori lo scheletro di una persona con gravi malformazioni, un cranio troppo grande o troppo piccolo, gambe corte, ossa che si sovrappongono.

La divinità si mette di buzzo buono (non so cosa significhi questa espressione ma mi è sempre piaciuta) e comincia a raddrizzare lo scheletro e a dargli una sistemata. Quando lo scheletro è a posto, comincia a gettare manciate di ossa e polpa sulla struttura e a immettere sangue. Prima alla rinfusa. Poi con un qualche senso (si spera). A un certo punto la divinità si accorge che ha messo troppa carne sull’essere che sta creando. La sua creatura è ora una sorta di Polifemo grasso e goffo. Comincia allora a fargli fare una cura dimagrante, a tagliare pezzi di carne del ciclope (senza fare troppi danni), a dargli due occhi. Fin quando arriva a essere soddisfatto. La sua creatura non è più un mostro (la divinità lo spera sempre).
Ecco, questo è il mio processo creativo e di lavoro.

I mondi da cui attingo di solito sono quelli della storia e della cronaca.

Utilizzo il titolo di un romanzo di Carofiglio per dire che il passato è una terra straniera. Una terra da esplorare e che può essere uno spunto continuo.
Il mio secondo romanzo è ambientato negli anni ’70 perché sono anni ricchi di fermento sociale e politico, di impegno, di lotte e sui quali incombono anche grandi tragedie come l’arrivo dell’eroina e il terrorismo.
Sono affascinato dalla storia del nostro Paese, ancora ricca di aspetti da scoprire. Gli anni ’70 proprio per le luci e ombre che contengono sono perfetti per ambientare un noir.
Per lavorare su Milano Pastis ho effettuato una grande lavoro di ricerca documentale e di archivio sui “Marsigliesi” e sulle compagini criminali che arrivarono dalla Francia tra gli anni ’60 e ’70. A Milano, all’Archivio di Stato e dopo autorizzazione ministeriale, ho spulciato il faldone sul processo sulla rapina di via Montenapoleone. Una miniera d’oro: rapporti della polizia francese, di quella italiana, dossier, foto, testimonianze. Che goduria!

Nella storia dei “Marsigliesi” c’era un fatto di sangue che si prestava come spunto per un giallo classico: l’omicidio del braccio destro di un vecchio boss della mala. Il crimine era avvenuto a Roma e io per dare continuità “territoriale” a Milano Pastis ho trasferito tutto a Milano. Dal giallo classico dello spunto mi sono spostato quindi sull’hard boiled, introducendo la figura dell’investigatore deluso e fallito ma storpiando volutamente il genere con tocchi di ironia e con elementi di introspezione. E così è nato il secondo romanzo, Buonasera (signorina).

Questa è la mia personale versione di come si costruisce un romanzo. Avendo partecipato ad alcuni corsi di scrittura e frequentando gli autori mi sono accorto che ognuno ha la propria strada.
Se vi state avvicinando alla scrittura, il mio consiglio è di trovarla da soli, per tentativi.
Non preoccupatevi se questa strada cambia nel corso del tempo. E’ normale, state cambiando voi e il contesto che vi circonda.

Buon cammino a tutti.