La militanza del cinema King

Pomeriggio al King: Cinestudio

Il film è Su Re del regista architetto Giovanni Columbu, una versione sarda della passione di Cristo con attori non professionisti ambientata tra le pietre di Supramonte. Un film visivamente ostico e che difficilmente troverà posto in una prima serata di un canale generalista della televisione italiana. Il numero di spettatori non supera la decina e tutti abbondantemente sopra l’età della pubertà.

Durante la visione, in seconda fila nella galleria del cinema, una pensionata, emette delle vibrazioni costanti tipiche del sonno. Sotto, nella platea, due attempati abbandonano la sala prima della fine, tra le poltrone invece, un cinefilopsicopatico preferisce dedicarsi alla visione più interessante del piccolo schermo del cellulare.

Il cinema King si trova in via Antonio de Curtis 14, in zona San Berillo a Catania al confine con la parte di quartiere “sventrata” alla fine degli anni 50. Inaugurato nel 1928 come cinema Mirone è la sala più vecchia della città ancora in attività e anche l’unica sala a Catania che oggi propone cinema d’essai.

Purtroppo, pur essendoci una folta presenza di sale, sia in città che in provincia, la Catania di oggi, a parte qualche lodevole rassegna di cinema come quella dei film in lingua originale Learn By Movies, quella sui film classici del Cinema Ritrovato e il suddetto Cinestudio, presenta un panorama piuttosto arido dal punto di vista della programmazione, ma quello che più preoccupa è che, allo stato attuale, non sembra ci siano prospettive perché questa scelta sia implementata.

Il King, esempio di cinema che persegue una politica di visioni alternative e indipendenti, arranca. Lo conferma lo stesso Alberto Surrentino, che abbiamo intervistato con l’intenzione di capire meglio come funziona la distribuzione dei film nella nostra città.
Alberto Surrentino avvocato appassionato di cinema è uno dei soci della cooperativa Cinestudio che oltre il King si occupa anche della programmazione estiva dell’arena Argentina in via Vanasco, nei pressi di Piazza Carlo Alberto. Partiamo dalla distribuzione:

Ci sono sale che, per selezionare i propri film, si affidano a una società di servizi che si pone come intermediaria tra il gestore e il distributore e poi ci sono i gestori indipendenti che scelgono da soli la propria programmazione. Il vantaggio, nel primo caso, sta nel potere contrattuale, perché una società di servizi come ad esempio Circuito Cinema, che programma 200 sale, gestisce in maniera diversa la programmazione rispetto al singolo esercente, però di contro si ha pochissima autonomia sui titoli da programmare.

Il King fa parte di quella categoria che seleziona indipendentemente la propria programmazione e anche per questo non sempre abbiamo il potere contrattuale per ottenere i film che desideriamo proiettare, ma in compenso manteniamo la nostra autonomia di scelta e l’indirizzo da dare alla sala.

Per fare un esempio con la programmazione recente, siamo riusciti a proiettare un film importante come Tre Manifesti a Ebbing mentre non abbiamo avuto la concessione per LadyBird, che al pari del primo prevedeva qualche incasso sopra la media. I film erano rispettivamente di due grosse distribuzioni, la 20th Century Fox e l’Universal Pictures, ditte con le quali non abbiamo dei rapporti consolidati e che spesso, per ragioni di mercato, preferiscono proiettare in altre sale (perlopiù multiplex).

Poi ci sono rapporti più stretti con alcune distribuzioni magari più piccole, per esempio la Bim o Cinema o la Tucker, dove noi andiamo a fare tutto il listino dei loro film, perché riteniamo che selezionino un prodotto sempre in linea con il modo di essere del King.
Nell’ordine delle cose è chiaro che, se una di queste distribuzioni si dovesse ritrovare un film più grosso dal punto di vista degli incassi, dato i rapporti consolidati, noi ne avremmo l’esclusiva per Catania”.

Surrentino, non colpevolizza in toto la politica delle case di distribuzione, sostiene che questa sia governata da regole complesse che devono necessariamente essere conosciute da chi lavora in questo settore. Esistono tuttavia dei vincoli dettati dall’esigenza del distributore di incassare quanto più possibile da un singolo film:

“Mi piacerebbe avere maggiore flessibilità nella programmazione di una sala e soprattutto proiettare più film in orari diversi, mentre le case di distribuzione spesso ti cedono i diritti di un film a condizione che questo sia proiettato in tutte le tre fasce orarie previste dalla sala (17.30, 20.30, 22.30). Inoltre, cerco spesso di proporre i film in lingua originale, perché chi prova a diffondere un cinema come il nostro sa quanto sia importante apprezzare un film senza il filtro del doppiaggio, ma purtroppo non riesco a fare una programmazione continuativa, a volte non è possibile garantire la fascia oraria delle 20.30 perché le stesse distribuzioni ti chiedono di evitarla. E purtroppo devo dire che spesso hanno ragione, perché a Catania il pubblico che va a vedere il film in versione originale è ancora molto limitato”.

Dopo Surrentino inizia a parlare della situazione finanziaria del King:

Il nostro cinema è come una nave che ogni tanto rischia di andare sotto la linea di galleggiamento. Bastano due o tre film con pochi incassi che il cinema rischia di chiudere. So già che l’anno prossimo potrò portare avanti la programmazione, ma chissà cosa succederà tra due anni. Ad ogni modo oggi il King è economicamente inutile perché riusciamo appena a coprire le spese per gli stipendi della cooperativa e a pagare gli affitti delle due sale, ma non a reinvestire per migliorare la qualità del servizio che offriamo. Godiamo sì degli incentivi per il cinema d’autore, ma solo questo non basta per sopravvivere, serve anche una maggiore partecipazione da parte degli spettatori. Sono loro che decidono prima di tutto”.

E qui arriva la nota dolente dell’intervista: gli spettatori. Surrentino constata che negli ultimi anni c’è stato un calo repentino degli spettatori soprattutto dovuto al mancato ricambio generazionale.

“Il mio ricordo degli anni 80 e 90 era quello di una città strapiena di monografiche. L’offerta non era circoscritta a un singolo cinema ma era più trasversale. Ricordo per esempio la proiezione di tutti gli undici episodi di Heimat al cinema Alfieri oppure Effetto notte all’Ariston, la rassegna di film a mezzanotte e mezza di sabato o le retrospettive di Bellocchio e Pasolini. Oggi purtroppo non riusciamo a essere più un’attrattiva per i giovani ad eccezione della programmazione estiva dell’arena Argentina che però è una realtà differente dalla classica sala cinematografica”.

Si discute sui possibili sviluppi del cinema e su quali strade possa intraprendere oggi il cinema d’autore per sopravvivere all’era del digitale. È innegabile che la possibilità di vedere tutto e subito tra le proprie mura domestiche, abbia svilito l’idea del cinema inteso come luogo di visione.

Mi ricordo una conversazione con uno studente di cinema che dava poca importanza alla sala, perché la sua passione per i grandi autori si era alimentata grazie a un torrent, magari in alta definizione e uno streaming più o meno legale. Oggi abbiamo quantità enormi di informazioni ma forse meno capacità interpretativa, proprio perché manca quel processo di scambio e interazione tra e con il pubblico. Mi sovviene così uno stralcio d’intervista di Franco Maresco sul cineclub Nuovo Brancaccio che avevo letto tempo fa, in una delle tante riviste di cinema online:

“Io appartengo a una generazione per cui il rapporto con le immagini era molto diverso da ora. La possibilità stessa di poter vedere un certo film era un’esperienza unica, che non sapevi se e quando si sarebbe potuta ripetere, mentre con la rete e i supporti digitali c’è la possibilità di vedere quello che si vuole e quando lo si vuole, di studiarlo, di analizzarlo eccetera.
Nei primi anni Ottanta a Palermo facevo parte di un cineclub fatto da ragazzi che erano contestatori del PCI e che si chiamava Nuovo Brancaccio, nato nel quartiere in cui scoppiò la seconda grande guerra di mafia, durante la quale il quotidiano «L’ora» titolava non più con parole, ma con numeri: 90, 100, a contare i morti ammazzati. Ricordo che dovevamo portare «le pizze» dalle cineteche come la Tortolina, ormai sparite e smaniavamo per poter vedere, neanche sempre per intero, un Erich von Stroheim o le novità del cinema tedesco, ricordo Nick’s Movie di Wenders, con il suo Nicolas Ray morente.

E dopo la visione creavamo una vera e propria mitologia del film, mille discorsi, interpretazioni e dibattiti, che occupavano serate intere. Ford, ad esempio: noi eravamo tutti fordiani, vedevamo i suoi film in televisione e sognavamo di poterli rivedere quando volevamo e dove volevamo… non sapevi che sarebbe arrivato quel che è arrivato. L’attesa creava desiderio. Credo che questo avere tutto, e averlo quando si vuole, abbia rotto il mistero. Il digitale ha ucciso un’idea di cinema, non dico il cinema in assoluto, quell’aspetto stregonesco, come un tempo era stata la fotografia, il cinema era alchimia, era chimica, era fisica, era qualcosa di elitario.

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