Il Gruppo di Polifemo

La “Neonata”

Nella foto Giuseppe Cutino e Sabrina Petyx

Nel dicembre 2016 ha debuttato al teatro Garibaldi di Enna lo spettacolo Lingua di cane, opera del regista Giuseppe Cutino e della drammaturga Sabrina Petyx. Sullo sfondo della tragedia dell’immigrazione, sei voci urlano i loro drammi, inghiottiti dal mare, prima di scomparire nel nulla. Così come miriadi di pesci, appena nati, spariscono crudelmente nell’indistinta massa di una polpetta di “neonata”. Lingua di cane si riferisce a quel pesce, un tipo di sogliola, che si appiattisce sui fondali marini fino a rendersi invisibile.L’opera è stata pubblicata di recente dalla Glifo Edizioni di Palermo.

Luciana Mongiovì ha intervistato il regista e la drammaturga per il Gruppo di Polifemo.

LM: Partiamo da una domanda “facile”: il titolo. A chi, e come, è venuto in mente “Lingua di Cane”?

SP: E’ stato un lungo lavoro. Per cominciare a scrivere ho sempre bisogno di un titolo. Per me rappresenta un motivo d’ispirazione, una traccia che mi orienta nella stesura di ciò che andrò a sviluppare in seguito.

GC: Prima, in realtà, avevamo partorito il progetto pensando a un altro titolo, Nato con la camicia, ma non ci suonava, non come volevamo.

LM: Cosa ha ispirato, allora, “Lingua di cane”?

SP: Sono partita da una ricerca su internet, così, random! Sinonimi di parole, aforismi, poi sono arrivata ai nomi dei pesci, ho cercato tutto quello che riguardava il mare. Finché, a un certo punto, mi sono imbattuta in questa sogliola.

Avevo anche letto, in quel periodo, sull’immigrazione degli italiani in America e in Australia, dove i nostri compaesani venivano denominati con una serie di appellativi dispregiativi, quindi è possibile che la parola cane sia nata pure da queste letture.

GC: Noi partivamo, come fonti di studio, dalle migrazioni siciliane a cavallo tra ottocento e novecento. Però il punto focale erano i morti a mare; questo tema ha una sua forza che non poteva essere trascurato. Bisogna aggiungere poi che il binomio arte/temi civili fa parte della cifra poetica di Sabrina. Ad esempio, nel 2003 abbiamo portato in scena uno spettacolo sulle immigrazioni balcaniche, dal titolo Come campi d’arare (Premio Scenario, 2003 ndr). Sembra una cosa molto evocativa, poetica, in realtà si riferiva a come gli arabi definiscono le loro donne nel loro decalogo di regole.

LM: Rispetto a un argomento, quello dell’immigrazione, che può facilmente assumere toni retorici, qual è stata la vostra motivazione personale. 

SP: Siamo sempre molto attenti ai temi sociali, abbiamo un approccio a un teatro che vuol essere, al contempo, sociale e poetico, ovvero attraverso il linguaggio poetico cerchiamo di incidere sui temi sociali. E quello dell’immigrazione, secondo me, almeno dal 2003, non ce lo siamo più scollati via, anche perché è un tema enorme che contiene tante altre tematiche come quella dell’amore, della famiglia, degli addii, dell’umanità.

GC: Siamo migranti, in un modo o nell’altro, e il teatro rappresenta il luogo migliore, grazie alle innumerevoli metafore che ci vengono in soccorso, dove poter tradurre questo pensiero.

Il teatro deve essere civile. Questo per noi è un punto importante perché il teatro civile non si può risolvere nella sola rappresentazione didascalica, nel raccontare una storia, un vissuto.

SP: Il teatro civile, un tempo, era inteso come teatro di protesta. E anche oggi potrebbe assolvere questa funzione, tuttavia è cambiato il modo di protestare. E’ più blando, più annacquato. Si possono trovare, comunque, nuovi modi per far un buon teatro, l’importante per noi è che abbia come obiettivo quello di sollecitare le coscienze e promuovere punti di vista.

LM: Quello dei migranti è un tema attuale ed è stato spesso rappresentato al cinema, in letteratura; qual è, secondo voi, la peculiarità, la cifra del vostro testo? Perché, mi sembra, si corresse il rischio di finire nel calderone. 

GC: C’era un enorme rischio, è vero! Capita, quando dobbiamo promuovere un nostro spettacolo, che ci si chieda la trama. Ora, è ovvio che questo spettacolo non ne ha alcuna. Nella logica comune bisogna raccontare una storia, i personaggi partono, viaggiano, si disperano, muoiono. Non è questo il nostro caso, anche perché qualunque cosa tu voglia raccontare con una tale forza emotiva, non puoi che scadere nella retorica, nella banalità. È inevitabile! Quindi, la peculiarità di questo nostro lavoro non è certo la vicenda o la storia di per sé, ma la paura.

SP: La paura di sparire, la paura di diventare invisibili.

GC: Nel momento in cui si muore, siamo tranquilli – si fa per dire – perché sappiamo che finiremo in un determinato posto. Il nostro futuro sarà nel ricordo delle persone che ci pensano. Queste persone, i migranti, invece muoiono senza un nome, senza nessuno che li possa reclamare. Scomparire è così una doppia morte.

SP: Il nostro modo di lavorare è quello di non prendere di petto il tema. Bensì di avvalersi di storie piccole per affrontare i grandi temi sociali. Il tema grande si libera, in tal modo, del timbro didascalico, dottrinale. Non devono esistere slogan, spiegazioni di nessun tipo. I nostri personaggi si pongono, infatti, quesiti semplici, con ragionamenti molto elementari. Si fanno domande importantissime come se le potrebbe fare uno stupido.

LM: Che idea avete dello straniero, come lo rappresentate? Perché noi, come Gruppo di Polifemo, lo intendiamo non soltanto come chi proviene da un altro paese o appartiene a un’altra cultura, ma anche come altro da noi e come lo straniero, l’estraneo, l’oscuro che c’è dentro ciascuno di noi.

SP: Penso che la vostra linea di pensiero sia simile alla nostra. Ora, scusami la frase banale, ma si è sempre a sud di qualcuno. Noi siciliani lo sappiamo bene! Quando vado a Firenze, mi guardano storta perché immigrata, quello di Firenze prova la stessa sensazione in Svizzera e così via.

Io mi sento una migrante quando vado fuori, ma a volte mi sento nello stesso modo qui, a casa mia. Vi sono luoghi, momenti e situazioni in cui si percepisce di essere fuori contesto, fuori luogo. Quando si avverte questo disagio è perché non ci si sente accolti, perché c’è qualcosa che respinge. La diversità è ogni giorno, ed è un tema controverso, perché ritengo che nessuno di noi non possa provare del disagio davanti a certe situazioni. Mi viene in mente che a scuola i miei figli hanno avuto di recente dei problemi con dei compagni di classe, mi sembra siano slavi; lì, anch’io, a quel punto, mi sono fatta delle domande, perché volente o meno, sono portatrice di pregiudizi.

GC: Per quanto vogliamo essere persone con la mentalità aperta, dobbiamo fare i conti con i nostri stereotipi interni.

LM: Gli attori dello spettacolo sono essi stessi migranti; quanto del loro vissuto e della loro esperienza emotiva avete messo in scena.

SP: Prendiamo molto dall’attore e continuamente. E’ un furto reciproco, non ci sono però storie biografiche. Tutti sono diventati humus, non elementi specifici.

GC: Nel momento in cui esiste il laboratorio, da parte nostra c’è l’obiettivo di condurli, tanto che in un modo o nell’altro diventiamo quasi il loro destino. La cosa interessante è stata il primo incontro che abbiamo avuto con gli attori. Si è parlato molto non solo di loro, dell’essere dei migranti, da Enna verso altre città, ma anche dei rapporti che intrattengono con gli immigrati nelle loro realtà.

LM: Giuseppe, affermi nel libro (Lingua di cane, edizioni Glifo, ndr) che si tratta di “…uno spettacolo corale per genesi e composizione”. Mi sembra che abbiate privilegiato la dimensione gruppale. 

SP: Siamo strutturati su un’idea di lavoro di gruppo.

GC: Nel momento in cui si lavora con un gruppo di persone, non alludo solo agli attori, ma anche al costumista, al coreografo, allo scenografo, si allargano i confini dei punti di vista. Se vogliamo avere una visione trasversale – e non frontale perché appiattisce – non si può fare a meno di ascoltare i diversi punti di vista. Lavorare con Mariagrazia Finocchiaro, la coreografa, non c’è servito perché dovevamo fare un balletto, ma ci ha dato un punto di vista altro. Parto sempre dal presupposto che circondarsi di persone di cui ci si fida è utile perché queste, coralmente, cominciano a vedere una determinata cosa secondo il tuo punto di vista, ma con la loro testa. Quindi, i tuoi occhi si amplificano, diventano altri, le sensazioni aumentano, poi – è ovvio – spetterà a noi tirare le file, dare un’unità a tutto quanto.

LM: Riferendomi al testo sembrerebbe che, secondo voi, chi emigra si approcci a ciò con il desiderio o la speranza di volare, e invece, poi, si ritrova sotto il mare e fa la fine della “neonata”? Sublime metafora tipicamente siciliana! Questa polpetta è molto apprezzata, molto gustosa, se però pensassimo a quanti pesciolini sono stati uccisi, come scrivi nel testo verrebbe da vomitare.

SP: Non so com’è nata questa metafora, la mia scrittura è di getto, sono flussi di coscienza. Quel personaggio parlava…

GC: Questo dà la cifra dello spettacolo e della messa in scena; questa leggerezza del testo, minimale senza drammaticità, senza voler sottolineare le cose importanti. Questa è la bellezza della scrittura di Sabrina, non può essere detto in altra maniera se non in quel modo.

SP: Il tema della sparizione è legato chiaramente alla morte in sé ma è anche fortemente legato all’invisibilità, alla possibilità di diventare un mucchio, un mucchio indistinto, come la “neonata”. 

LM: Emerge, quindi, dal testo l’accostamento tra l’affidarsi al mare, in termini di viaggio, e il mare come tomba… non prevedete altre possibilità? 

SP: Non facciamo prognosi ma delle istantanee, di speranze, paure, possibilità, sogni infranti. Fondamentalmente, questa barca che affronta il viaggio, nella messa in scena, non è una speranza perché qualcuno ce la possa fare, ma un ricordiamoci che c’è tanta gente che corre questo rischio. Un modo per togliere questo silenzio che c’è intorno a chi sparisce. Chi sparisce non è solo morto, è peggio. Dobbiamo piangere di più quello che è sparito, e lo possiamo fare stimolando le coscienze.

GC: Fin da subito si evince che lo spettacolo è una domanda continua. Non è una rappresentazione che mette un tema e ti dà delle risposte.

LM: Mi sembra che il testo dica: le persone non spariscono e basta. Ma c’è la paura, la sofferenza di una porzione dell’umanità in questo sparire.

GC: Esatto, sparire, inghiottiti dal mare, con la paura negli occhi. 

LM: Per concludere, vorrei che consigliaste al Gruppo di Polifemo un libro e un film.

SP: Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda, Il paese del male ed Esodo di Domenico Quirico.  Film La finestra sul cortile di Hitchock.

GC: Appunti per un naufragio e Così in terra di Davide Enia. Film Fragole e Sangue di Stuart Hagmann.

 

 

 

 

 

 

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