articolo di Ombretta Costanzo

“Tapina me che amava uno sparviero,
Amaval tanto ch’io me ne moria;
A lo richiamo ben m’era maniero”

Tapina lei, adombrata, isolana, radiosa come “un prezioso gioiello”, come la definisce Trucchi attribuendole il sonetto “Tapina me” presente nel codice Vaticano Latino 3793 di fine XIII sec. o inizio XIV, componitrice di lamenti amorosi e volgari in sinergica simbiosi con gli stilnovisti del tempo; l’immaginario contenitore d’anima e versi che si propone orgogliosamente di poetare in lingua ‘volgare’ è Nina, una “qualunque” siciliana.
Anche detta “Monna Nina”, resta nei secoli avviluppata nel mistero. Di questa poetessa della fine del XIII secolo, non ci è dato conoscere generalità varie, neppure il nome completo, magari Antonina, ma solo una scarsa collezione di supposizioni sulla sua effettiva storicità, anzi, sulla sua fondata esistenza. Gli studiosi hanno confabulato sulle ipotesi circa il territorio natale estorcendo sommarie informazioni dal nome “Nina” e dal periodo in cui visse, adornato di trovatori che circolavano nelle corti e negli ambienti colti siciliani dell’epoca.

Voglio parlarne sebbene non abbia trovato fonti soddisfacenti per cui la mia ricerca si completi, infatti resta appesa ad un’insicurezza di dati che a stento la allochino geograficamente a Palermo o a Messina. Il curriculum che voglio proporre per Nina si aggrappa alla tarda cultura medievale che si avvale di una glassa leggendaria, conscia di do¬na¬re alla Sicilia un altro primato dopo quello detenuto dalla Scuola Poetica di Federico II. Dunque, fidandoci della sua tridimensionalità, inchiodiamo tale figura femminile alla letteratura non solo per la lingua utilizzata, ma anche per i nuovi significati dati alla scrittura poetica con la sua eleganza di stile, che consentono alla Sicilia di pregiarsi di una taciuta precocità relativa alla poesia in volgare al femminile.

I dubbi da parte di alcuni letterati, specie quelli di qualche secolo fa, sulla reale esistenza di Nina, diciamoci la verità, non son dovuti soltanto alla mancanza di dati storici ma, probabilmente, anche alla loro avversione ad accettare che una donna, in piena diffusione di analfabetismo, potesse trasmigrare da oggetto a soggetto del cantare in metrica. Eppure ho scoperto che proprio alcuni decenni prima, nel sud della Francia, un gruppo di circa venti donne, le cosiddette trobairitz, cantarono con successo la fin’amors al femminile con cui si intravede una certa affinità con Nina Siciliana; se Nina è realmente vissuta, è possibile che lesse i componimenti delle sue “colleghe” provenzali che la ispirarono affinché raffinasse e perfezionasse il suo stile erudito e assertivo.

Nina non era “donna angelo” ma ricopriva un ruolo operativo e propositivo nei confronti dell’amore, lo si vede dalla corrispondenza di amorosi versi, antesignana degli svilenti incontri virtuali, che sembra evocare l’imperituro iter conoscitivo con cui ci si slaccia da inibizioni e tabù emotivi, per lanciarsi in caduta libera e iniziare a rotolare all’infinito, non preoccupandosi di pregiudizi e censure. Dopotutto il lettore virtuale è sempre uno stimolo per disinibirsi e sprigionare l’arte interiore. E’ così che Nina ha avuto il suo debutto. La foto profilo della poetessa è senza filtro e permette all’osservatore di assemblarne confini secondo le proprie fantasie. Ognuno di noi ha un biglietto da visita da un lato e un parametro per afferrarlo dall’altro: il destinatario è il poeta toscano Dante da Maiano, amante perdigiorno, che si ipnotizzò senza neppure conoscerla, solo leggendo i suoi versi. Da buon uomo diede inizio ad un interscambio, inviandole un sonetto dal quale prese forma uno scambio epistolare poetico e degno di una vera relazione amorosa platonica.

Dante: “La lode e ‘l pregio e ‘l senno e la valenza ch’aggio sovente audito nominare,

gentil mia donna, di vostra plagenza m’han fatto coralmente ennamorare,

e miso tutto in vostra conoscenza di guisa tal, che già considerare

non degno mai che far vostra voglienza: sì m’ha distretto Amor di voi amare.

Nina: “Lo core meo pensare non savria nessuna cosa, che sturbasse amanza,

così affermo, e voglio ognor che sia, d’ udendovi parlar è voglia mia:

se vostra penna ha bona consonanza col vostro core, ond’ ha tra lor resia?

Non si voglia di certo sbiadire tonanti figure di rilievo come Giacomo da Lentini e Pier delle Vigne all’interno della Scuola poetica siciliana raccoltasi intorno a Federico II, ma è il momento di dar volume a chi si cela dietro il chiasso accademico: la robusta pregnanza di una voce femminile mai ricordata. Non sappiamo mai nulla di come la “nostra” dama sia entrata in contatto con l’arte del poetare: è possibile che Nina, insigne per raffinatezza d’espressione, abbia sviluppato una passione per quel¬la poesia così delicata e votata all’amore a tal punto da volerne ricalcare i modi. Rischio di stimolare critiche che le appioppino mediocrità di imitazione, ma no! Se la sua fosse stata una semplice operazione emulativa, probabilmente non saremmo qui a discutere ancora su di lei, non avrebbe avuto peculiarità tali da determinarne un cammino zoppicante ma sarebbe arsa nel rogo del plagio insieme alla carta in cui scriveva. “A Ciciliana” è stata apprezzata per doti progressiste nell’ambito di quella letteratura tanto cara ai dotti del contesto, ciò nonostante non vennero però valutate con altrettanta solerzia da cui avrebbe potuto tramandarle; meglio barricare la “porta del demonio”, denominatore comune alle donne senza raggio d’azione.

Nel diventare soggetto, amante desiderosa, centro propulsore delle sue liriche, la Ciciliana combatteva con espressione gioconda gli schemi dell’amore cortese secondo cui la donna era preda delle ispirazioni virili. Con Nina tutto questo cambia: la donna si scopre protagonista attiva, superiore ai tentennamenti e agli scompensi emotivi dell’uomo nella volontà di prendere le redini della situazione, attivando i più intimi sentimenti femminili che finalmente trovano la loro dignità letteraria. E nonostante la sua esistenza stenti a trovare possibilità di aggrapparsi, la Sicilia tiene stretta questa sfinge come espressione di mistero e genio propri di una siciliana puro sangue.
Resta tra le pellicole di negativi mai sviluppati perché magari, forse, è stata solo una curiosa metafora di poesia che non ha mai traghettato.