La ragazza con la leica di Helena Janeczek

 

recensione di Grazia Chillè

Il libro vincitore della LXXII edizione del Premio Strega è La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda editore). Una lettura del tutto al femminile, scritto da una donna per le donne, in modo da poter rendere giustizia al volto sfrontato e malizioso, difficile da incorniciare, di Garda Taro.

Il Premio Strega contribuì alla rinascita culturale del Paese del dopo guerra. Un premio letterario che ha sempre evidenziato gli umori dell’ambiente culturale e dei gusti letterari degli italiani, anno dopo anno, dimostrando quali sono gli argomenti ai quali la maggior parte dei lettori si affeziona.

I libri premiati dal 1947 fino ad oggi hanno raccontato il nostro Paese, documentandone la lingua, i cambiamenti, le tradizioni.

La ragazza con la Leica riunisce al suo interno amanti della lettura e della fotografia, in quanto il racconto prende vita proprio a partire da scatti che immortalano attimi di vita eterni, così come può diventare eterna l’esistenza di una donna, Gerda, dentro le testimonianze e le esperienze delle persone che hanno trascorso con lei pezzi di storia. Da questi ultimi scorci di esistenza nasce il romanzo caleidoscopico basato su riflessioni multiple e costruito sulle fonti originali, delle quali Gerda è il cuore pulsante.

La scrittrice di origini tedesche ha voluto snocciolare le componenti caratteriali di questa giovanissima reporter, Gerda Taro, spregiudicata della borghesia ebraica di Stoccarda, cospiratrice antinazista a Berlino, grande fotografa a Parigi, morta a Brunete sotto un carro armato alla fine di luglio del 1937, ad appena ventisette anni, mentre documentava la caduta della Spagna repubblicana.

La ragazza con la Leica è dunque Gerda, così presente nelle pagine del libro, ma anche del tutto assente: “un fantasma” che ha riempito diverse esistenze dello stesso periodo storico della propria. Il modo con cui ha condotto la sua gioventù negli anni ‘30 ha influenzato permanentemente la vita di molte altre persone, come un effetto domino. La sua presenza si coglie proprio dalla speranza e dalla voglia di vivere che rinnova il ricordo della giovane fotografa negli altri personaggi.

“Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque”.

La sua storia è raccontata da tre personaggi, protagonisti secondari di questo racconto, due amanti passeggeri e un’ amica del liceo. Le tre vite in modo diverso raggruppano esperienze ed aneddoti che fanno di Gerda la vera ed indiscussa presenza costante della lettura. La ragazza con la Leica, viene descritta sicuramente come una donna tenace, con la macchina fotografica pronta a denunciare ogni evento storico che farebbe storcere il naso a chiunque, la cui giovinezza è divampata ed è andata in cenere negli anni delle dittature europee, della bohème parigina, nel genocidio degli ebrei e nel movimento di popoli costretti ad abbandonare i luoghi di nascita per scampare alle persecuzioni.

I racconti che testimoniano la vita di Gerda sono indiscutibilmente una cornice della vita nella Parigi degli anni ’30. L’autrice, Helena, traccia eventi storici ricordando Ernest Hemingway nel descrivere i rapporti che ebbe con la straordinaria Parigi degli anni ’20 in Festa mobile, lì il giovane Hemingway, appena sposato visse la sua bohème.

Allo stesso modo Gerda ci fa da maestra per quanto riguarda il modo di affrontare la vita effimera, soprattutto grazie alla testimonianza dell’amore per un profugo ungherese che deve all’immaginazione della donna l’invenzione del nome d’arte col quale è universalmente conosciuto – Robert Capa –. I due sono descritti intimamente ed intensamente dalla scrittrice, in particolar modo in due fotografie che sigillano il racconto biografico e costituiscono

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