La Rocca di Orama

Racconto di Adriano Fischer

Era notte fonda e il cielo era una volta nera senza stelle. I marosi, con le creste arricciate e dure come il marmo, s’infrangevano violente contro la chiglia dell’imbarcazione, rischiando di farla rovesciare in alto mare. L’equipaggio aveva perso già due membri, annegati a meno di duecento metri dalla costa. Trascinati via, rapiti improvvisamente da un vento proditore e collerico, proprio nel momento in cui stavano assicurando la stabilità del detenuto a un candeliere.
Sull’imbarcazione stava regnando paura, incredulità, neppure una parola, un lamento per incoraggiarsi l’un l’altro. I sopravvissuti stavano in silenzio abbarbicati alle sartie, il volto nascosto dalle braccia e dal bavero delle giacche a vento.
Il detenuto aveva trovato riparo sotto il boccaporto ma restava comunque incappucciato e con le mani legate, dietro la schiena, da un paio di manette così strette che, ogni scossone che riceveva, sembrava gli segassero i polsi. Teneva le ginocchia al petto per il freddo mentre i piedi sul gavone per mantenere l’equilibrio.

Appena, tuttavia, un maroso colpiva una fiancata dell’imbarcazione, scivolava puntualmente lungo il ponte, fino a sbattere contro il trasto. Allora, come un lombrico, strisciava fino a sistemarsi sulla parete del boccaporto. Qui si rannicchiava, con il mento ficcato sul petto e il volto rigato dalle lacrime, sperando in cuor suo che quel viaggio finisse in quel momento, che la barca rovesciasse e che una dolce ma immediata morte lo salvasse dalla prigionia.
Il comandante O. mollò la sartia e, temerariamente, saltò per abbracciare l’albero maestro. Un’impresa sciocca, vista l’esigua distanza, eppure il suo successo dispensò improvvisamente buonumore tra le due guardie, che sollevarono fiduciosi lo sguardo verso nord.
«terra!» gridarono all’unisono, «siamo arrivati, terra, terra!»
Cominciava a scorgersi, infatti, la sagoma frastagliata e tetra dell’isola. La Rocca che ospitava la prigione era immersa in una nube scura, un anello che cingeva la base e dava l’impressione che la fortificazione fosse sospesa in aria. Mancava qualche nodo all’attracco e ancora nessun rumore disturbava la quiete mortifera dell’isola che sembrava abbandonata.

Sui merli presidiavano uccellacci, forse corvi, le cui orbite screziavano il cielo di puntini luminosi, e che spiccavano il volo, un po’ alla volta, man mano che l’imbarcazione si avvicinava. Finché, irrequieti, costruivano vortici attorno a ciascuna torre, starnazzando nervosamente. Non si capiva se erano spaventati o si limitavano a comunicare la minaccia in arrivo.
«brutti uccellacci della malora!» berciò O. che conosceva quelle bestie e ne avvertiva ogni volta il cattivo segno. L’equipaggio aveva recuperato fortunatamente contegno e coraggio, tanto più che le acque si erano calmate e si stava ormeggiando.
Fu fissata la cima alla galloccia con notevole difficoltà, le onde e il buio ritardavano le operazioni. La piccola darsena era lasciata un po’ andare, una chiglia in frantumi e rottami sparsi in giro segnalavano un’apparente quiete.
«forza, ragazzi!» stava esortando il comandante che controllava nel frattempo se fosse arrivato qualcuno ad accoglierli. Il buio però, dentro cui era immersa la vegetazione circostante, non gli faceva scorgere un accidenti, per quanto s’impegnasse a sprimacciare gli occhi. Il paesaggio era pervaso tutto da un’aura sinistra e minacciosa. Il vento muoveva le foglie, le cime e fronde degli arbusti, qualche animale notturno testimoniava la sua presenza con friniti e gracidii.

Il detenuto fu fatto scendere dalla delfiniera, aiutato dalle due guardie; una di queste si era fatta trovare in riva per aiutarlo a non cadere. Indossava ancora il cappuccio, totalmente inzaccherato d’acqua, e le manette, i cui tagli inferti, gli avevano ormai neutralizzato l’uso delle mani. Rantolava come un moribondo, più stanco per il dolore che sofferente. E zoppicava, stremato dalla sete e dalla fame.
«non si vede ancora nessuno!» disse O. che era sceso per ultimo. Il suo interesse si concentrò precipitosamente sul mare, sul tragitto appena percorso. Ripensò ai due ragazzi affogati e si fece il segno della croce.
«capo, c’è qualcuno lì in fondo!»
Una figura esile e spettrale emergeva tra gli arbusti avvolto da un manto nero. Era a qualche metro di distanza da dove si trovava l’equipaggio e procedeva lentamente lungo il piccolo molo che congiungeva la terraferma all’acqua.
O. l’aveva riconosciuto. Non commentò, non disse nulla, neppure un pensiero attraversò la sua testa, tanta era la paura che quell’essere gli potesse leggere i pensieri. Voleva sbrigarsi, consegnare il detenuto e riprendere la via del ritorno. Ordinò ai suoi ragazzi di trasportare sul molo il prigioniero e di fare attenzione.
«lo scappucciamo?» domandò il più giovane delle guardie.
«no, non fate nulla… nulla!» si sbrigò a rispondere il comandante fissando, quasi impietrito, l’uomo che adesso era fermo e in silenzio. Le guardie lo salutarono con diffidenza e sospetto, era quella la prima missione alla Rocca e di quell’individuo non avevano mai sentito parlare prima.

L’uomo indossava occhialini scuri su un viso emaciato, le guance scavate, la mandibola quindi in piena evidenza. La fronte e il naso erano così uniformi che poteva anche non avere le orbite. Non c’era, infatti, alcuna espressione nello sguardo; assente come l’assenza che si trova nei cadaveri o nei sonnambuli.
«è lui, Kappa?» disse a un certo punto, schiudendo le labbra solo dopo aver fatto la domanda.
Le guardie si guardarono in cerca di risposte.
«è lui!» fece O., assumendo un aspetto cupo.
Il detenuto era crollato in ginocchio davanti all’uomo. Biascicava parole senza senso, il capo chino sul petto e penzolante. Rivoli di sangue gli colavano dai polsi.
«ho sete» disse, «fatemi bere, per piacere»
Nessuno gli diede ascolto. Le guardie piuttosto aspettavano che quell’uomo liberasse il detenuto dal cappuccio. Non lo avevano ancora visto nel volto e gli era stato rigorosamente ordinato di non scoprirlo. Erano le regole. Il detenuto doveva essere tradotto nella Rocca e lì sarebbe passato sotto il potere del direttore del carcere, che ne avrebbe decise le sorti.
«che ne farete del prigioniero?» provò a domandare il comandante, al quale non era permesso conoscere il destino dei detenuti. Tuttavia, per una ragione che neppure lui era in grado di spiegare, quel prigioniero gli aveva trasmesso dei sentimenti positivi. Non lo conosceva, non l’aveva mai visto, anzi gli avevano ordinato la traduzione proprio nel momento in cui era stato incappucciato. Fu questo lampo, questa testimonianza, che lo aveva intenerito.
«lo sa benissimo, comandante» rispose lapidario l’uomo, «non vedrà più la luce».
Calò il silenzio. Le giovani guardie cercarono gli occhi del comandante, come a chiedere se fosse a conoscenza di una sorte così terribile. Le domande si sarebbero comunque rivelate inutili. Lo sapevano. Sapevano che non dovevano chiedere nulla, così come prima di salpare per la Rocca era vietato chiedere quale pena dovesse espiare il prigioniero.

La guardia più giovane stava per pronunciarsi ma il comandante gli intimò di tacere e di preparare la barca per il ritorno. Il tono fu perentorio e solenne, era evidente che non contemplasse obiezioni. Il giovane, tuttavia, era tanto indignato quanto ingenuo. Provò a lamentare l’ingiustizia per il trattamento riservato al prigioniero ma, appena aprì bocca, un colpo violento di vento, fulmineo come uno schiaffo, lo spazzò via dal molo.
Il mare cominciava nel frattempo a incresparsi, l’imbarcazione ondeggiava nervosamente, la cima tesa si stava sfilacciando.
«è ora che andiate!» sentenziò il direttore, che ordinò al detenuto di alzarsi.
Si addentrarono dentro una fitta sterpaglia, inghiottiti dal fruscio delle foglie.
Il percorso si rivelò particolarmente impervio. Procedevano a rilento perché il detenuto crollava a ogni zolla, scivolando di qualche metro senza ricevere alcun aiuto o una parola di sostegno. Il direttore lo precedeva in silenzio, pestando appena il terreno, come se fluttuasse a meno di un centimetro da terra, tanto che il detenuto cominciava a sentirsi solo. Il silenzio che lo circondava era intenso, ed era tale la sensazione di smarrimento che credette di essersi perso. Gli balenò per un attimo l’idea di scappare, di ripercorrere la china affrontata, di procurarsi una via di fuga che gli permettesse di nascondersi da qualche parte ma era stremato, assetato e soprattutto non vedeva alcunché.

Da quante ore stava in quelle condizioni? Quando era stato incappucciato? E perché? Che necessità c’era? La testa gli stava esplodendo. Quello che riusciva a vedere erano solo milioni di capocchie di spilli color porpora e blu elettrico, capocchie che ruotavano vorticosamente e che gli trapanavano il cranio.

L’ultima immagine reale, l’ultima che ricordava, l’ultima che aveva un minimo di credibilità, era quella del pubblico ministero. Era un uomo in toga con il bavero bianco, tarchiato, zoppo, con guance molli e cascanti protette da una barba lanuginosa e con due occhietti piccoli e cattivi. Mulinava il pugno in aria quando parlava, con l’altra mano, invece,  teneva dei fogli cui dava veloci sbirciate, e si rivolgeva a lui personalmente, sempre, come se non ci fosse un giudice. Il punto forte della sua arringa – l’unico punto .  era sempre lo stesso, ossessivamente lo stesso, che ripeteva energicamente «e lei… lei era lì, era lì e non ha visto nulla?…come ha fatto, spieghi alla giuria! Come ha fatto a non vedere nulla? Era lì, proprio lì, davanti a lei. Come ha fatto, io non mi capacito, come ha fatto?»

Arrivarono a una porta di forma ogivale, accompagnati da un assordante gracidare di corvi. La Rocca era una fortificazione in pietra che svettava sulla cima dell’isola e circondata da un fossato all’interno del quale c’erano carcasse di animali e di esseri umani. Spiccavano costati, femori, teschi, corpi in via di putrefazione, organi in decomposizione, animali eviscerati. La puzza che si sollevava da lì sotto era qualcosa di nauseabondo, aggravata dal fatto che rimaneva imprigionata tra la scarpa e la controscarpa.
«cos’è, cos’è questa puzza?» chiese Kappa stomacato, afflosciandosi sul terreno farinoso. Il direttore non rispondeva ma tirava diritto, falciando la fratta, senza resistenza, che si rigenerava più viva di prima al suo passaggio.
«Orama!» urlò.
Il direttore si fermò senza voltarsi. Aveva una figura slanciata e la sua ombra, con tutti i suoi spigoli e le sue imperfezioni, si distingueva in mezzo a quella landa fuligginosa.
«mi conosce!»
«la conosce chiunque finisce alla Rocca!» replicò il detenuto che, in ginocchio, roteava la testa come un animale braccato.
«chiunque…» ripeté pensieroso, «lo crede davvero? …Saranno leggende… fantasticherie… La sente ancora questa puzza? Sono tutte le persone che hanno tentato la fuga».
Immersa nella più tetra oscurità, la Rocca sembrava deserta. Non c’erano rumori o grida, il prevedibile chiasso, non si sentiva nulla. Gli unici inquilini – a volersi affidare al solo udito – erano quei corvi che svolazzavano nervosamente sopra le loro teste e che si dileguarono, cabrando verso i merli delle torri, appena la porta ogivale fu schiusa.
Due uomini, senza palpebre e con un braccio solamente, illuminati da una torcia, si presentarono al cospetto del direttore. Stavano uniti, come un uomo a un torso e due teste, e indossavano larghe cocolle scure secondo la moda dei monaci. La parte di uomo che teneva la torcia si pronunciò per primo,
«dove lo dobbiamo sistemare, signore?»
«nell’ala dei non vedenti» ordinò, «sapete già cosa fare, vero?»

Il detenuto, sentite queste parole, crollò ai piedi del direttore. Scoppiò in lacrime, pregò di essere liberato perché lui vedeva, vedeva benissimo, era solo impossibilitato per via del cappuccio, quel maledetto cappuccio che indossava da non ricordava quanto tempo, l’aria era irrespirabile lì dentro, e poi il prurito, un prurito insopportabile, non poteva neppure grattarsi per via delle manette.
I servitori annuirono agli ordini del direttore senza prendere in considerazione le auppliche del detenuto. Scortarono così il prigioniero, attraversando prima un grande piazzale con le basole di pietra nera, poi salirono al camminamento, lungo la merlettatura delle torri, tutte popolate adesso dai corvi che seguivano avidamente il calvario del detenuto, finché non giunsero alle celle della zona riservata ai non vedenti. Lo sferragliare della chiave, assieme al cigolio della porta, rincuorò per un istante il detenuto che, giunto nella sua cella, si abbandonò sul freddo pavimento.
Le sentinelle, allora, lo sollevarono e sistemarono sopra una sedia che dava le spalle a un’angusta gelosia a sbarre intrecciate, una finestrella attraverso la quale, a mala pena, avrebbe potuto filtrare un pò di luce.
«acqua, vi prego, fatemi bere!»

La testa non gli reggeva, penzolava come se fosse stata vuota e posticcia. Non sentiva più il viso. Quando corrugava la fronte e storceva il mento o le labbra, quando spalancava la bocca in cerca d’aria, il dolore era tutto suo, un dolore che gli bruciava l’anima, che gli contorceva le budella.
Con una goletta di ferro gli fu serrato il cappuccio e con una tenaglia fu liberato dalla costrizione delle manette. Il sangue sui polsi era rappreso. Riusciva appena a sollevare le braccia per palpare quell’oggetto freddo che gli cingeva il collo. Provò a toccarsi le labbra, il viso, gli occhi attraverso quel tessuto ruvido e ritrovò dei lineamenti duri e spigolosi, una pelle sottile, quasi friabile, che sembrava scollarsi al semplice contatto. Se in quel momento gli avessero mostrato il suo aspetto allo specchio, probabilmente non si sarebbe riconosciuto.
Il rigoglio del mare era l’unico e sedante suono che attraversava le sbarre della cella. Anche l’aria salmastra, che frizzava l’ambiente, aveva un suo suono flebilissimo, evocativo, perché in qualche misura confortava l’abisso dentro il quale Kappa si sentiva sprofondare.
«non respiro!» annaspò indicandosi la bocca.
La sentinella bucò con un coltello il cappuccio all’altezza della bocca. Lo divaricò con le dita in modo che il detenuto potesse rifocillarsi di aria. Un brivido carezzò le papille e per un attimo assaporò una lontana idea di libertà.
Gli fu somministrata dell’acqua gelida da una caraffa che gli irrigò una gola arsa e incrostata. E del pane, del pane raffermo che afferrò con rapacità e con la stessa lo divorò, quasi temesse che svanisse tra le mani.

La porta chiusa e lo stridore cigolante della chiave decretarono in quel momento l’inizio della prigionia. Il detenuto si voltò terrorizzato in direzione di quel rumore, gattonò fino alla porta supplicando pietà alle sentinelle, ormai dileguatesi attraverso le tenebre della fortezza. Colpì la superficie con una gragnola di pugni, poi sfinito, esangue, scivolò per terra.
Il silenzio dentro la cella era qualcosa di assolutamente nuovo e sinistro. Lui, che era un uomo di montagna e che viaggiava in città per lavoro, conosceva bene le declinazioni del silenzio. Il silenzio dell’attesa. Dell’abbandono. Del riposo. Della veglia. Dell’alba. Il silenzio ipnagogico. Della solitudine. Quel silenzio, invece, divorava l’anima. Un silenzio che urlava la pena da espiare. Un silenzio torpido che si accumulava nelle viscere e che obbligava a rannicchiarsi per attutirne l’eco. Un silenzio infernale che rievocava fantasmi passati, altri rimossi, tutti gli errori, le colpe che hanno lastricato la vita di un uomo.

Dietro il pubblico ministero, ad esempio, in quell’aula gremita di gente, impaziente che fosse fatta giustizia, spiccava nitidamente il figlio. Una figura che avrebbe potuto perdersi e confondersi in mezzo a quella ressa di persone che sgomitava per assicurarsi le prime file, eppure emergeva distintamente come in un bassorilievo. L’aveva riconosciuto immediatamente, nonostante fossero trascorsi più di dieci anni dall’ultima volta in cui i loro sguardi si erano incrociati. Gli occhi azzurri velati di disapprovazione. Due fili di labbra. L’espressione disincantata. Un incarnato pallido inquinato da una cicatrice che ricordava un capello caduto accidentalmente sulla gobba del naso.
Un viso immortalato un attimo prima che un cappuccio gli oscurasse per sempre quell’immagine e che ora, in preda alla disperazione, riaffiorava sotto forma di rimorso. Il silenzio dentro la cella era fatto così, di questa sostanza, di parole non dette, di discorsi sospesi, d’interminabili promesse disattese, di lunghe esitazioni, di rimpianti laceranti.

Due volte al giorno, una sentinella portava da mangiare e da bere al detenuto. Del pane raffermo e una brocca d’acqua che faceva passare attraverso una finestrella della porta aperta col piede. Avvisava prima, puntualmente. Colpendo con il manico della brocca la porta, o più rudemente usando la crosta in luogo delle nocche. Il pane non era solo duro ma traboccava di vermi e cadaveri, fra moscerini e mosche, insetti che il detenuto ritrovava in bocca o ingurgitava perché non vedeva nulla. Le prime volte vomitava, urlava contro le sentinelle, contro il direttore, malediceva la sua sorte, scagliava il pane contro il muro, calciava via la brocca. Grida che rimanevano inascoltate e che si perdevano sterilmente tra i bracci della prigione. Minacciare di lasciarsi morire di fame non serviva a nulla. Il cibo e l’acqua arrivavano sempre come il giorno precedente e nelle stesse condizioni. Il rifiuto non preoccupava minimamente la sentinella che, vedendo il prigioniero aggomitolato in un angolo della cella, poggiava la brocca e lanciava la carcassa di pane raffermo ai suoi piedi.
Passavano i giorni e il detenuto perdeva peso, le forze, sprofondando lentamente in uno stato di insalubrità mentale sempre più irreversibile. La notte dormiva appena e male, l’oscurità dentro la quale era immerso produceva mostruose allucinazioni che lo tenevano vigile e terrorizzato.

Una di queste notti sentì bussare alla porta. Due colpi nervosi che parvero al detenuto provenire dal mondo dei sogni o dall’aldilà. Seguì un refolo di vento che diede l’impressione che la porta fosse stata spalancata. Invece tutto era al suo posto. Il detenuto sollevò la testa, ondeggiante, come fanno i ciechi a caccia dei suoni. E attese che qualcuno o qualcosa si rivelasse.
«cosa crede di fare?» la voce era quella del direttore. Una voce come la ricordava, distante, austera «vuole morire di fame?»
Il detenuto provò ad alzarsi ma era troppo fiacco. Le gambe non gli reggevano e a stento ne sentiva la consistenza. Era solo l’odio che gli stava dando l’energia per reagire. Ma era stremato, le parole non uscivano anzi, quando ci provava, emetteva rantoli che presagivano l’estremo momento.
«non vuole forse rivedere più suo figlio?» continuava la voce.
«mio …figlio?» pensò di rispondere, ma le parole erano colonie di pensieri che gli formicolavano sulle labbra.
«non c’è ragione di anticipare la fine. Non sia così impaziente» il suono della voce adesso era un impasto fra candore e inganno, «presto potrebbe riabbracciare suo figlio… Non dice nulla? Non lo immaginava? Forse un po’, insomma! Stesso delitto, stessa pena. Una coincidenza? Dicono che le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma anche le pene, a quanto pare! Io trovo tutto ciò molto commuovente. Lei no? Quel giovane l’ha rincorsa per una vita. Ricorderà, era pure in tribunale il giorno della sua condanna. Non vi siete rivolti neppure la parola. In silenzio. Padri e figli non parlano mai, sensibilità troppo simili non si mettono a nudo. E quando succede, è troppo tardi. Io questo momento lo chiamo riconciliazione. Adesso non si disperi… tempo, ci vuole tempo!»
Il detenuto strisciò fino alla porta. Era l’unica soluzione per farsi sentire. Fu un estenuante gioco di gomiti e di ginocchia, il dolore alle articolazioni, che minacciavano di spezzarsi come fili d’erba, consigliava di non andare più oltre, di arrendersi alla dura realtà, che stava morendo. Le lacrime non uscivano ma le vedeva e la sua oscurità diventava un fondale acquitrinoso. Chiuse gli occhi. Svenne.
Si risvegliò qualche ora più tardi, rincuorato, e in dovere di ringraziare Dio, nel sapersi ancora vivo. Erano state le parole del direttore a lasciargli l’anima in corpo. Parole somministrate e che fluidamente circolavano nelle arterie per ripristinare l’equilibrio perso. Non scorgeva nulla nell’orizzonte perché le cose potessero girare a suo favore, ma tant’è che era ancora lì. Vivo.

Su una mano trovò un pezzo di pane raffermo. Pesava che sembrava gliela stessero pestando. Qualcuno doveva essere entrato. Il direttore, probabilmente. Aveva parlato con lui l’ultima volta. Si sistemò seduto, con le spalle appoggiate al muro. Dal tozzo fuoriuscivano minuscoli e viscidi vermi, numerosi, il detenuto sentiva quel pezzo di pane vibrare come se fosse vivo, o almeno abitato. Strisciavano untuosamente sulla mano e sul braccio senza la minima paura, per poi finire per terra. La fame però era diventata insopportabile, palpò il tozzo di pane per trovare il coraggio, se lo portò lentamente alla bocca e ne addentò un pezzo. Era terribilmente duro, per un attimo sembrò gli partisse un dente, i vermi che non finivano in bocca, restavano impigliati nei brandelli del cappuccio. Ci volle appena un secondo perché gli si aprisse lo stomaco e quel pane orribile e gli invertebrati passassero in secondo piano, fino a essere dimenticati del tutto. Consumò avidamente in pochi minuti, consapevole che quello sarebbe stato il suo pasto nei prossimi giorni.
Passarono invece molti anni. Non sapeva bene quanti. Fino a quando riuscì a calcolare, fino a che la testa non avesse cominciato a dare preoccupanti segnali di squilibrio, il detenuto aveva soggiornato nella cella della Rocca quattordici anni.
Il cappuccio nel frattempo era diventato una seconda pelle. Una seconda pelle logora, sporca, tremendamente maleodorante. La barba poi era così cresciuta, e infeltrita dagli insetti morti o dalle larve che vi abitavano, che il cappuccio faceva da calco perfettamente aderente al viso del detenuto. Anche a volerlo liberare, sarebbe stata un’ardua e dolorosissima impresa, perché avrebbe significato strappargli via la pelle del volto. E nonostante la goletta di ferro gli ballasse intorno al collo, per via del progressivo dimagrimento, non provò mai a liberarsi del cappuccio. Né ci pensò più, come se l’oscurità fosse assurta a condizione privilegiata o, al più, a una che sentiva più confacente a quella situazione.

Nelle tenebre si era accorto di vedere e di comprendere meglio. Il buio faceva più luce sui ricordi, sui pensieri. Non trascurava nulla, passando al setaccio tutte quelle parti della sua passata esistenza che la luce, invece, con tutti i suoi bagliori e i suoi colori, aveva oscurato. Cominciavano a emergere quelle zone d’ombra, estese quanto un continente, che nella sua vita da vedente avevano assunto lo stesso rango della polvere che si tende a nascondere sotto i tappeti.
In questi interminabili quattordici anni, nessuno gli aveva comunicato mai nulla. Il tempo scontato, quello che gli restava. L’unico legame con il mondo esterno era rappresentato dal pasto che gli veniva quotidianamente consegnato, al quale ormai si era pietosamente rassegnato. Si stava abituando ormai all’idea che avrebbe trascorso tutta la vita lì dentro. Eppure non voleva morire. Non si lasciava morire.
Quello che continuava a mantenerlo in vita, che in qualche modo gli infondeva speranza, che rendeva i suoi giorni meno angusti, erano dei suoni, dei colpi che a una certa ora della notte rompevano il silenzio e sembravano, per quanto inizialmente confusi e indecifrabili, rivolti direttamente a lui.
Provenivano dal muro, oltre il punto in cui era stata sistemata la branda. In un quadrato, in un punto determinato al quale era sufficiente accostare l’orecchio per sentirne il riverbero. Si erano manifestati qualche anno prima, allora colpi tenui, in principio. Timidi. Poi con i mesi però quella sequenza di colpi diventò sempre più chiara e lineare, ripetendo a intervalli regolari delle serie elaborate di picchi. Il detenuto pensava di essere vittima di allucinazioni, di quelle consuete che accompagnavano la sua reclusione e di cui, ormai,  ne riconosceva i segni.

Servì parecchio tempo perché comprendesse che quella sequenza non corrispondeva a nessun tipo di allucinazione. Cominciò, infatti, a memorizzare ciò che proveniva di là del muro. La regolarità dei colpi, la puntualità con cui cadevano senza sgarrare il millesimo, l’intensità dei picchi raggiunti che si alternavano con altri di diversa intensità, ma dello stesso tipo, rappresentavano l’ordito di un linguaggio, le prime bozze attraverso cui restituire un significato a quella sequenza. Per farlo, cominciò a far corrispondere a ogni colpo un determinato simbolo, ad esempio una semiluna, un sole, una croce dentata, un triangolo, in modo da codificare il messaggio e conferirgli un significato. Incise il tutto sull’intonaco del muro, disponendo la successione in quattro righe piene, e quello che ne uscì, rappresentò una straordinaria scoperta. Il vicino, chiunque o qualunque cosa fosse, per qualunque ragione condividesse la sua sorte, gli aveva comunicato un piano di evasione tanto audace quanto semplice. Gli mancò il fiato e passeggiò freneticamente per la cella, inciampando più volte su se stesso e rialzandosi senza accusare la caduta.
Era vero che non vedeva, però conosceva benissimo quei simboli, li vedeva stagliati e luminosi nel tunnel della sua oscurità. Dove il buio era sì, ormai, la sua condizione naturale ma, anche, lo sfondo su cui era istoriato il codice che gli avrebbe garantito la fuga. Trascinò via la branda con cautela, attento a non fare rumore. Ma i piedi di ferro, quasi cementati sul pavimento, cigolavano in modo imbarazzante. Si fermò. S’intrufolò sotto la branda e cominciò a tastare il pavimento. Era umido e sporco, puzzava di miasmi decennali. Il fetore si acuiva più ci si avvicinava al muro. L’aria era irrespirabile. Tossiva e sputava, eppure continuava a cercare affidandosi ciecamente al messaggio.

Finalmente trovò qualcosa. Ci bussò sopra e un’eco di ritorno confermò le sue supposizioni. C’era un sottopassaggio. Spostò la melma mefitica e trovò una caditoia. Vi appoggiò l’orecchio e non sentì alcun rumore. Infilò le dita tra le feritoie limacciose e provò a sollevare. Era pesante, in ferro, un ferro incrostato dalla ruggine e vischioso. Ma si poteva fare, un altro po’, ancora un altro sforzo, stava cedendo, uno sciame di blatte schizzò fuori appena un angolo della caditoia fu sollevato. Mollò la presa, le mani bruciavano tanto era il peso di quell’arnese.
Sistemò tutto come aveva trovato dopodiché si lasciò cadere sulla branda con la testa tra le mani. Immerso nei pensieri, angosciato e tremendamente in conflitto, rimase ore in quella posizione. Insensibile persino alle blatte che provavano ad abbarbicarsi sulle gambe, gambe glabre, ma che precipitavano sul dorso e che crepitavano prima di morire stecchite.

Attraversò la notte soffocato dai dubbi e dai sospetti e quindi sul da farsi. Un Atlante moderno che reggeva tutti i sensi di colpa del mondo, un peso che sentiva di dover necessariamente smaltire. Aveva la fuga a portata di mano ma esitava in memoria delle parole di Orama, che gli procuravano più dannazione che conforto. La dannazione della scelta, dell’esitazione, di un pensiero plurale che escludeva – per lui innaturalmente – l’istinto di sopravvivenza. E che fare?
Intanto i giorni diventavano mesi e del figlio nessuna notizia. Passeggiava nervosamente per ore dentro la cella, seppur stremato, rasentando i muri, girando su se stesso e tenendosi la testa tra le mani per silenziare voci e bisbigli, simili al mugghio del vento, che lo perseguitavano impietosamente.
Appena sentiva un rumore provenire dai bracci, accostava un orecchio alla porta e spesso quello che pensava fosse l’eco di passi di qualche nuovo ospite della Rocca, si rivelava un’allucinazione, un nuovo prodotto della sua mente, o cose realmente esistenti ma invertiti, dei chiasmi, come appunto sovente l’eco dei passi confondeva con le gocce d’acqua che stillavano dentro il catino.
Alla solita ora, a notte inoltrata, come da copione, irrompeva la sequenza di colpi, con la stessa comunicazione, con lo stesso piano di fuga, che si ripeteva incalzante e molesto, senza aggiungere nulla a quella successione maledetta di simboli e codicilli adesso sbiaditi e, in parte cancellati, che campeggiavano sul muro. Una collaudata cantilena che, quando si spegneva, rimaneva a ronzare nella sua testa acuendo esponenzialmente tutti i sintomi persecutori.

La conclusione era piuttosto semplice, il direttore l’aveva raggirato; dalla Rocca non si usciva che da morti, quel luogo era l’anticamera dell’inferno, o l’inferno stesso, in cui si seppellivano i vivi, si torturava ogni lembo della loro carne, si privava di ogni dignità, e il figlio, suo figlio, l’altro capo del filo di quest’assordante solitudine, era un pretesto, un subdolo pretesto per allungare l’agonia.
Non volle dedicare un secondo di più a quei pensieri che, temendoli farneticanti, lo avrebbero fatto desistere dal proposito di fuggire. Si tuffò sotto la branda. Scoperchiò la caditoia con quel poco di forza che la disperazione gli stava procurando. Un getto d’aria fredda lo investì in tutta la sua imprevedibilità appena chiuse la botola sopra di sé. Il passaggio era stretto, un canale di scarico, uno dei tanti della Rocca, e la puzza di liquame gli bruciava il cervello. Il passaggio era sufficientemente capiente ma soffriva di ostacoli e impedimenti di varia natura. Le pareti erano vischiose, franabili, più strati di putridume incrostato negli anni che rivestivano la roccia. Il detenuto scendeva lentamente aiutandosi con le mani e i piedi.

Ratti sbucavano improvvisamente e si rintanavano dentro caverne di letame, altri invece minacciavano l’intruso fiondandosi addosso, mozzicando le magre carni, tentando di penetrare attraverso il cappuccio, o attraverso la barba. Urlava in preda alla paura, all’orrore, per spaventare i ratti che adesso digradavano numerosi lungo il petto, il costato, le gambe. Riuscì a liberarsi da qualche roditore ma i più resistenti restavano avvinghiati scarnificandogli brandelli di carne e facendogli perdere molto sangue. Stremato, si lasciò cadere come un peso morto, percorse così molti metri nel vuoto, finché non fu espulso fuori e precipitò violentemente dentro un fossato. Morì trafitto da una gabbia toracica sbeccata.
Il corpo fu ripescato qualche giorno dopo, l’ultima domenica del mese quando le sentinelle, sotto la supervisione del direttore, recuperavano i suicidi. Solitamente il fossato era lastricato di prigionieri lanciatisi dalle torri, le spoglie ammassate e indistinguibili le uni dalle altre formavano dei puzzle di carne umana. Li caricavano sopra un grande barroccio di legno, li ripulivano e dopodiché li restituivano alle famiglie per la sepoltura. In genere i corpi troppo malmessi, o tanto irriconoscibili da non riuscire a ricostruire l’identità del prigioniero, quando la fisionomia era troppo compromessa, erano lasciati decomporre dentro il fossato. Nessuno avrebbe reclamato niente, come nessuno reclamava quei corpi che erano stati restituiti alla dignità della sepoltura. Quelle anime trascorrevano un’intera esistenza dentro la Rocca, reclusi, isolati, senza alcun contatto con il mondo esterno, e la possibilità che qualcuno rivendicasse le loro salme era pressoché inesistente.

Il corpo di Kappa fu lanciato per ultimo sopra una pila di cadaveri. Braccia e gambe penzolavano fuori dal barroccio a causa del terreno dirupato e impervio. Non era ancora sorta l’alba e il cielo era screziato all’orizzonte di sfumature di color pesca. La torcia, inforcata su un angolo del barroccio, illuminava, con la sua chioma tremolante, il declivio angusto che portava alla morgue, la camera dove venivano ripuliti e identificati i corpi. La morgue era una modesta struttura in legno nelle vicinanze del molo, nascosta dal mare da una vegetazione selvaggia. Una stradina sterrata la collegava al molo, dove un’imbarcazione, il pomeriggio stesso, avrebbe ritirato i corpi e li avrebbe tradotti verso la terraferma.
Il cadavere del detenuto era piuttosto martoriato. Pelle e ossa, profonde lacerazioni lungo le gambe, il pene quasi completamente reciso, il petto e le braccia gremiti di tumefazioni, in queste pietose condizioni era stato deposto sopra un gelido tavolo da laboratorio. Le sentinelle aspettavano che il direttore si pronunciasse. Stavano, infatti, come un sol uomo, dal lato opposto del tavolo, ciascun con l’unico braccio dentro la saccoccia laterale della cocolla.
«perché avete recuperato quest’uomo?»
«era l’unico suicida della torre dei non-vedenti!» rispose il primo «l’unico incappucciato, signore!»
«pensate quindi…?» il direttore si chinò sul cadavere e studiò con un’espressione severa la salma, «ricordo appena quest’uomo! Quanti anni è stato con noi?»
«quasi venti, signore!»
«quasi? … e immagino che nessuno…»
«nessuno, signore!»

Il direttore esaminò il cappuccio, totalmente sfibrato, poi la goletta che era arrugginita. La barba canuta fuoriusciva ovunque uno spiraglio le permettesse di farsi largo, come quelle radici che il terreno non riesce a contenere.
«liberatelo!» ordinò, allontanandosi di qualche passo.
Le sentinelle, l’una con una tenaglia e l’altra con un arnese simile a un cacciavite – probabilmente avevano smarrito la chiave – forzarono la goletta e in pochi minuti la rimossero. Il collo era nero, scavato e pieno di piaghe.
«il cappuccio!» indicò sbrigativamente, «adesso ricordo quest’uomo!»
Liberarlo in questo caso risultò un’operazione più complessa. Dopo vent’anni, infatti, il cappuccio era diventato un rivestimento, duro come la resina, che si era modellato perfettamente alla fisionomia del detenuto. Tirarlo via fu come asportargli un organo. Appena però quella pellicola fu rimossa, non senza fatica, e appena il detenuto fu rasato e pulito, tra i presenti calò il silenzio.
«ebbene?» domandò il direttore avvicinandosi al viso dello sconosciuto «chi sarebbe questo? È un ragazzo! È giovane!».
«signore, non lo conosceva?»
Il direttore studiò il ragazzo. Avrà avuto una ventina d’anni, forse qualcosina di meno. L’espressione era serena proprio di chi si è da poco addormentato, i capelli all’indietro come a ostentare la fierezza della propria gioventù, una fiducia nei propri mezzi. A violare quell’armonia, però, che alimentò lo stupore dei presenti, era una cicatrice, appena pronunciata, un tratto di matita che era lì all’altezza del naso, impercettibile a un occhio distratto, una traccia, una svista d’inchiostro su una pagina bianca.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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