La terra scivola di Andrea Segre

Recensione di Grazia Chillè

Torpignattara, Roma.

Francesca e Yasmine, intime amiche, complici. Due culture dfferenti.

Siamo nella realtà evoluta, la questione delle diverse culture presenti in Italia è trattata da un punto di vista 2.0, Yasmine arriva dal Bangladesh già moglie e madre, si contraddistingue per la sua appartenenza a Roma e per il senso di possessività acquisita nei confronti della stessa città.

“E’ proprio perché non sei di qui che sei di qui”.

Francesca è di Padova e colloca corpo e mente in un posto non suo, per caso o forse per necessità.

In un quartiere comune della capitale le due donne si incontrano, il loro rapporto si nutre di connotati sempre più maturi che conferiscono volume e contenuto di cui si serve Segre per raccontare la storia partendo appunto da uno stadio avanzato che si evolve continuamente.

E’ un racconto che nasce da disegni e metafore accostabili a fotografie scattate nella mente dall’autore che scruta, vive e rianima le trame più fitte del quartiere che funge da scenografia.

Nel bel mezzo della lettura ci troviamo nella strada in cui si colloca la casa delle protagoniste e nella quale si apre una voragine, un buco nell’asfalto vissuto e interpretato dal lettore come un vero e proprio buco spazio-temporale, aldilà della risaputa evenienza reiterata.

La grande metafora che lo scrittore vuole ricreare è il punto di partenza di molte riflessioni da parte dei personaggi che si interrogano sul loro passato mentre condividono disagi riflessioni e problemi vari.
Torpignattara è quindi un quartiere sociale, un coro di voci che hanno bisogno di farsi sentire, che sono un l’eco di gruppi italiani, bengalesi, ognuno con la propria lingua, ognuno con il proprio accento. La scelta letteraria di Andrea Segre di non tradurre ne’ lingue di origine dei personaggi ne’ dialetti, è opinabile ma è sicuramente giustificata dal suo passato da cinematografo.

Quelle luci blu dei vigili intorno al nuovo buco la aiutano a ricordare. Un po’ fa paura. Ma è giusto che quel buco faccia paura.”

Il richiamo al verismo, in un quartiere che accoglie un ceto sociale medio-basso, è un voler sottolineare l’umiltà dei personaggi ed in particolar modo delle protagoniste, donne che faranno scaturire al lettore una sorta di empatia nei confronti delle loro vite particolarmente disegnate. Sembra proprio che l’autore abbia a cuore le loro storie e conosca le loro verità che si affermano pagina dopo pagina.

Attorno al buco si creano di conseguenza cornici di vite intrecciate, ma comuni. Dopotutto quando la vita spinge al baratro, é necessario far prevalere l’innato istinto di sopravvivenza.

E scavi, scavi ancora un po’ di più dentro la terra, che magari arrivi dall’altra parte del mondo e lì c’è di nuovo casa.”

Il libro, edito Marsilio, lascia un dolce senso di speranza che induce a proseguire la lettura come se ci si affacciasse alla vita da interpretare come un’esperienza sorprendente e meravigliosa. Per quanto spesso complicate e omologate risultino le vite umane, le donne di questo romanzo realistico suggeriscono l’idea di adattamento ad una condizione inestirpabile autogenerata, talvolta ristrutturata ma che rappresenta fissa dimora da cui scappare è un’opportunità ma non per forza una salvezza.

La scrittura è ‘spicciola’, svelta, scorrevole, vi è un intento evidente da parte dell’autore di volerci raccontare a parole qualcosa che è possibile vedere tutti i giorni tra i meandri cittadini.

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