La terrazza su Corso Italia

 

Sì, insomma, gli uffici postali sono più puliti, non ci su schigghi, uciate, la gente è quasi più arucata, quasi. Nel senso che il taglia code, in fin dei conti, è una gran trovata, uno ha il suo numero e con questo si fa la sua fila. Certo sti cose di ultima generazione sono complicati, troppo tecnologici.

Nell’ufficio postale, ad esempio, frequentato da Pippo Cutrera, in Corso Italia, c’è all’ingresso una colonnina gialla di un metro e mezzo con in cima un grande touchscreen bianco, senza indicazioni, sulla destra una voce: tutte le operazioni. E’ vero che pare più semplice ma pare. Qui siamo un popolo abituati al burocratese più patologico quindi meno ci si scrive, chiu domande uno si fa.

Ci sono infatti vecchi e meno vecchi che di fronte quest’informazione si pongono amletici dubbi. Prima di tutto devi premere sulla voce o sullo schermo? Poi, tutte le operazioni che voli dire? Poi, che ne sai quali devo fare? Oppure, la semplice informazione rientra tra tutte le operazioni? Cosicché, davanti alla colonnina, si forma una nuova coda, fastiriusa e ingombrante, che c’abbisognerebbe di un altro taglia code.

Ciò non toglie che il male resta, il male quello serio, quello cromosomico, quindi incurabile e propriamente esiziale, che manco la tecnologia è riuscita a mitigare, anzi probabilmente ha pure peggiorato i sintomi, cioè l’accidia, la pigrizia, la… la… insomma sta voglia de non fa un cazzo, e magari farlo pure bene.

E certo, con tutte queste app, questi applicativi che si scaricano, questi francobolli colorati che appezzano uno smartphone, con ciascuno dei quali si può fare tutto, arrivare ovunque, chiedere qualunque cosa, viene meno rigorosamente qualsiasi capacità reattiva in grado di svolgere, magari non bene, ecco solo svolgere le attività proprie del genere umano.

Pippo Cutrera come risposta a questo mondo così smart che lascia l’uomo a peri, anzi assittato a guardarlo, anche con una certa gaudente soddisfazione, ha deciso di non farvi parte, di non aderirvi, di non connettersi, come si dice. Un anticorpo naturalmente sviluppatosi, nulla di elaborato, nulla di imposto, neanche nulla poi di così trascendente, né di riprovevole, forse causa di emarginazione ma tant’è che Pippo Cutrera non possiede cellulari, o almeno non quelli smart, ha una cosa nica nica e insignificante, non usa internet, ha una vecchia panda beige che non cambia perché non usa, bella impolverata, con le manovelle dei finestrini ca è megghiu lasciarle chiuse perché abbassarle è una fatica disumana, e una macchina da scrivere Olivetti, piuttosto che un computer, una macchina coi tasti che fanno cichi ciachi e pare che stia cascando il soffitto quando batte.

Pippo Cutrera ha quasi quarant’anni ma di testa sono i quaranta di un secolo fa, di portamento, piddiri, di statura ecco, pare un giovanotto, un ventenne. È lungo e asciutto, nel senso che è tutto pelle e nervi, si virunu magari gli addominali quando non ha mai fatto palestra in vita sua. È convinto, lui personalmente, di avere degli occhi lucidi e luminosi, un bello sguardo insomma, diverso dalla massa tecnologizzata e questo essenzialmente perché vede i colori per come la natura li presenta, vede i cristiani così come sono: umani, miseri, meschini, avidi, inviriusi, brutti anche quando belli, pillirini, senza schermi nel mezzo, senza infingimenti. Lui dice, infatti, di assumere vitamina D, cioè Di vita reale va.

E quando uno vive sti estremi ha sempre amici che vivono gli estremi opposti, quasi per dispetto, per capriccio, quasi che la vita voglia sempre mettere zizzania tra i cristiani. Ture Capretta, infatti, una volta il migliore amico di Pippo Cutrera, appartiene a questa categoria.

Ture Capretta non è il cognome, è il suo soprannome, e questo perché porta una barbetta che… Vabbè ovvio, poco più giovane di Pippo Cutrera, è gommoso, non grasso ma gommoso e tozzo, tipo che in un’altra vita sarebbe potuto essere tranquillamente una gomma pane. Quando si siede, o cambia velocemente postura, quando si alza, il corpo sembra accartocciarsi e allungarsi fluttuando, perdendo la forma originaria, assumendone una nuova. Ecco, per ovviare a questo dramma Capretta si veste con la tuta Puma, anzi Tuma perché accattata alla fiera di Carlo Alberto, i capelli rasati che il cardozzo di grasso gommosa emerge dal cozzo. Abita in pratica di fronte al Cutrera, una palazzina stessa epoca ma chiu bidditta.

Sono diversi sì ma amici, veri come si dice, e la vera amicizia è quando uno non c’accucchia niente con l’altro. Se due persone sono molto simili più che amici sono semplicemente molto simili. Ecco, Capretta proprio perché molto diverso da Cutrera era molto amico e affezionato.

Erano persone che avevano sempre un argomento in caldo, sempre carne sul braciere, ed è ovvio che, se uno pensa a e l’altro z, cose da dire, si trovano sempre. Pippo Cutrera, ad esempio, pensa che in Sicilia c’è la mafia, solo mafia, nient’altro che mafia e che quindi l’antimafia non esiste, e che chi parla di antimafia è cunnuto e omertoso, perché l’antimafia stessa è gestita dalla mafia, è regolata dalla mafia, un po’ come la storia delle industrie farmaceutiche che mettono in circolazione il virus per poi creare la cura, l’antidoto e arricchirsi.

Ture Capretta pensa al contrario che la mafia non esiste più, che adesso sono tutti porelli e poracci in Sicilia, che la mafia migrò a Milano, a Bolzano, nel Canton Ticino, unni ci su i piccioli, che se c’è qualcosa c’è mafia da pizzo nelle pizzerie, piddiri, ma piccola roba, robetta.

Cutrera, poi, non crede a nulla, non c’è Dio che tenga, sant’Iddio, non c’è niente oltre questa misera e mischina vita, che siamo dei vermi, dei concimi, che siamo fatti della stessa sostanza del babbalucio. Ture Capretta che appena sente sti discorsi s’ammodda per terra, pensa che Dio è in ogni cosa che si ama, ca si voli beni. Dio è nda mugghieri, nei figghi, nella Juventus, nell’arancino, piddiri, nei boschi, nel mare, nella natura.

Cutrera pensa che l’uomo sia infelice e vile, e se non si ammazza è solo per questa sua ultima caratteristica, perché annunca la sua infelicità non potrebbe non condurlo al suicidio. Capretta che sti discorsi gli ghiacciano gli aricchi dice che uno non è infelice per partito preso, lo è se non trova un’occupazione, se non trova una passione, che uno è magari infelice si nun avi pensieri, i depressi infatti su cristiani che non hanno pensieri, sono depressi, sono vuoti.

Pippo Cutrera che è uno ca s’adduma facile pensa che è solo il caso che regola la vita dei cristiani, dei dadi lanciati contro un angolo, tipo n’esci due e due come sei e uno, che l’uomo è nico, nico, che non conta nulla nell’universo, ed è anch’esso soggetto alla legge dei numeri come tutto.

Ture Capretta pensa qui che l’amico potrebbe avere ragione, potrebbe però, perché uno per campari bene dovrà credere di essere minimamente determinante nei fatti della vita, quantomeno a livello di illusione o di speranza. Pippo Cutrera pensa che la politica sia chiacchiera da bar, che meno si conosce qualcosa, più si parla di politica, meno si sa fari qualcosa, più si parla di politica, che se un popolo ha una consapevolezza demanda ai politici solo problemi minchioni va, marginali. Ture Capretta che prima di essere un pentastellato, è stato un comunista, e prima di essere stato un comunista è stato un democristiano pensa che la politica, al di là di quello che uno dice o crede, è in ogni azione, in ogni fatto del quotidiano, piddiri.

Proprio tornando dall’ufficio postale, pioggia che sembrano aghi, Pippo Cutrera, saltando di basola in basola, con il giornale sulla testa come riparo, decide di passare dall’amico. C’è sto romanzetto, così leggero, leggero, che gli ha dato da leggere – non si ricorda più neppure quando – e di cui non ha avuto alcuna sentenza. Ti piaci, non ti piace, che pensi, che non pensi? Nulla, il silenzio più assordante.

Capretta che è un personaggio comune a quest’età e in questi luoghi, trascorre tutto il tempo a casa, non invita e non riceve visite. Cutrera ci fa visita ogni tanto, dopo lunghi intervalli, picchi lo sa che l’amico, nonostante gli voglia un mondissimo di bene, si siddia a riceverlo, come non se la fida a cacciarlo via una volta che è venuto.

Ma questa volta Pippo Cutrera deve sopperire alle lastime dell’amico, un po’ perché è dovere suo, un po’ perché c’è sta prova letteraria a cui serve una risposta.

L’appartamento è bello ranni, all’ultimo piano. Che manco ultimo perché sopra ci sta il terrazzone. Un lato comunque s’affaccia sulla clacsonante Corso Italia, l’altro non s’affaccia da nessuna parte, però vede il mare, vede magari i bottani, ma lui non lo ammette.

Capretta si fa aspettare, apre che Pippo Cutrera è bagnato fradicio e il giornale può ittari via. L’androne è tutto al buio e l’unica luce ca lampia è quella dell’ascensore. Entra e sale, e magari dentro l’ascensore è tutto oscuru. A Pippo Cutrera acchiana il tipico attacco d’ansia, da claustrofobia incalzante, suda copiosamente e non fa che domandarsi se gli inquilini abbiano o no pagato il condominio. Perché davvero non si capisce. Suona alla porta e chi va ad aprire è Lilli, la madre ottuagenaria di Ture Capretta, chiu rughe che capiddi, bassa e curva, che tiene un telecomando in mano. E rire. Ma che ride?

«ciao Pippo, come stai, sei sciupato, non mangi, non c’è nessuno che ti cucini, forse lavori troppo, che sei depresso? O stai male, hai la febbre, è un tempaccio! Hai visto che tempaccio, eh»

«ciao Lilli, entro»

Lilli ha sto telecomando che annaca nell’aria, tipo bacchetta da direttore d’orchestra. La cosa incuriosisce terribilmente Pippo Cutrera ma ha nella stessa misura paura di domandare.

«lo sai che è questo?» dice lei, direttamente «m’urrialau Ture. Guarda, cose dell’altro mondo! La mia vita è cambiata da così a così» e furria il telecomando«puoi fare tutto quello che vuoi. Non ci credi? E manco io ci credeva. Talia Pippo» preme un pulsante e si adduma la televisione. Di colpo si affaccia il viso masculazzo della De Filippi «wow Lilli, che bello. Un telecomando che accende la televisione! Dai fantastico» Lilli fa aspetta con la mano libera «e prendi per il culo, tu, babbasunazzu vero? Stai a guardare» preme un altro pulsante e si accende la luce del soggiorno «visto?» fa, sorridendo e mostrando due denti d’oro «visto? Eh, non ridi più adesso? seguimi» preme un altro pulsante e antrasatta parte Tiziano Ferro.

Lilli è lì davanti che annaca il culo ossuto e sorride a Pippo Cutrera che, nel frattempo, cerca con gli occhi l’amico «vieni va, che ancora il giro non è finito» la casa puzza di chiuso e nafta, è piena di robe tecnologiche, ma Lilli non si è fatta regalare nulla di tecnologico per quel ciauro. Sono in cucina «adesso talia attentamente» dice, con il dito adunco sul telecomando, tipo e.t. telecomando casa. Schiaccia arrè e parte la lavastoviglie. Si volta verso l’ospite e spalanca l’occhi «hai visto che miracolo?» astuta la lavastoviglie e si mette a fare zapping con quel coso. In men che non si dica si accendono le luci, si alzano le saracinesche, si aprono divani, s’adduma la radio, il condizionatore, si attiva il frullatore, un casino che rintrona tanto che Pippo Cutrera si appezza le mani sulle orecchie. Lilli invece pare in overdose da tecnologia.

A un certo punto, siddiato, scippa il telecomando dalle mani della vecchia e prova a spegnere «comu s’astuta?» grida giustamente «spegni quest’affare, Lilli, astutalo ti prego». Lilli batte le mani in aria, tipo flamenco, due colpi netti e forti, e tutto ritorna perfetto e silenzioso come prima. «dov’è Ture?» domanda«come hai detto? Aspetta che regolo l’apparecchio» afferra il telecomando e solleva verso l’alto una piccola leva, tipo joystick. «ah ora ci sento, dimmi gioia. Vuoi mangiare qualcosa?», «ma magari per le arecchie serve sto telecomando?», «eh non è un miracolo?», «molto bene, dove sta tuo figlio?». Lilli alza il pollice come un’autostoppista «su, in terrazza. Dove può essere quell’orso. È salito appena sei entrato» Pippo Cutrera si ficca un dito nel petto, sorpreso «appena… e perché mai?» Lilli scrolla le spalle e le si aggriccia la faccia come un vecchio boxer «e che ne sacciu. Appena ti ha visto è salito».

Pippo Cutrera alza i tacchi e s’affretta a salire in terrazzo. Che forse barbetta non vuole parlare del suo romanzo? Che forse è scritto male, così brutto che il tipo preferisce scomparire dalla circolazione? Fa due gradini alla volta, delle falcate che manco lui pare. La porta che accede al terrazzo è di ferro, bullonata e rugginita ma comunque sempre aperta. Gli dà n’ammuttata forte, la porta cigola ma si apre quel tanto perché possa uscire. Ha finito di piovere, il cielo è nuvoloso e spira vento freddo.

«Capretta, dove sei!» bercia, e nel frattempo procede sospettoso guardandosi intorno. L’occhio gli cade sul Palazzo delle scienze offuscato da una tendina caliginosa. Le strade sono allagate manco fosse scoppiata una diga.

Indietreggiando, calcia una moretti vuota che rotola via, in quella direzione scorge di spalle che gattona l’amico Capretta. Pare davvero una capretta ora.

«Ture, ma perché scappi dall’amico tuo?» Cutrera fa l’occhiello con una mano«che è successo?». Ture Capretta si alza con le mani in alto, tipo che qualcuno gli sta puntando una pistola contro. È terrorizzato; due occhiaie così, faccia lunga che con quella barbetta pare un ravanello, gli tremano le labbra, la voce è incerta,

«stammi lontano, stammi», «lontano? Cosa ti ho fatto? Eh, amico mio?». Capretta raccoglie la moretti da terra che gli brandisce contro «lontano, vai via, ho detto», «Capretta, tu stai troppo chiuso a casa, devi vedere più gente, amico mio, che ti è preso?». Ogni passo di Cutrera è uno che Capretta fa all’indietro «non avvicinarti, chiamo la polizia!», «parla piano, che ti prende, Ture?», «il romanzo, il romanzo che mi hai fatto leggere, tu» turnica in aria la bottiglia che per niente rischia di darsela in testa «eh, sono passato per questo. Accussì brutto era?», «non scherzare sai, non scherzare con me!» Pippo Cutrera incede con i palmi sopra la testa mentre l’amico retrocede ginocchioni. «tu sei malato, malato sei», «io, io sarei malato? Parli tu» «tu costa mania dello scrivere, tu mi vuoi fottere», «a me pare che tu ti stai fottendo la testa, amico mio». Capretta è cereo che non lo riconoscerebbe manco la mamma, «posa quella bottiglia amico mio che ci possiamo fare male», «lo sapevo che sarebbe arrivato questo momento, lo sapevo», a Capretta ci vengono i tirri e pitirri e lancia, stremato, la moretti contro il parapetto, bottiglia che va in mille pezzi. «Ture, calmati», Capretta corre verso quel parapetto ghermendo il ciglio con le unghie «stai fermo lì, Pippo! Statti fermo», Cutrera s’impala come un fico d’india. Capretta tira fuori dalla tasca posteriore il romanzo dell’amico, avvoltolato come un vecchio canovaccio, adesso è questo a brandirgli contro, «tu vile villico, tu mi fai morire, tu mi ammazzi» urla che ha il sangue agli occhi, qualcuno dal controviale spia, allunga il collo, «statti saggio, Ture, si potrebbe fraintendere, potrebbero chiamare la pula, va», «che la chiamassero che la, tu sei un assassino sei», assassino lo urla tre volte che due piccioni si scantano e, appena atterrati sul cornicione, decollano via starnazzanti.

«Hai previsto tutto, maledetto pazzo, leggo “parlava troppo, era insistente, molesto, aveva bevuto una cassa di ceres, eruttava bolle d’alcol, Lilli era sotto che giochicchiava con le nuove scoperte del secolo, e rideva, rideva e che cazzo rideva poi?”, mia madre, parli così di mia madre, colei che si è tolto il pane dalla bocca per farti mangiare. «Oddio che schifo, ma non è vero… ascoltami Ture», «zitto, fammi leggere “non sapevo come farlo tacere, l’ho afferrato per le spalle e l’ho scosso, forse troppo brutalmente…”», «ma che idiozie, Ture!» «ascolta attentamente “ma solo per farlo rinsavire. Io lo scuotevo e lui mi respingeva, non lo avevo mai visto in questo stato”, questo è materiale per la polizia, vedrai caro amico, vedrai», «tu sei folle, Ture». Pippo Cutrera si allunga per ghermire i fogli ma nulla, si procura solo uno stiramento ai cianchi, «fermo, stai bono, Pippo, che ora arriva il bello “l’isteria del mio amico mi contagiò che c’avevo un diavolo per capello, zitto gli gridavo, zitto, finché non ne ho potuto più”». Capretta tiene le distanze dall’amico con il braccio teso, e legge tutto torto con le spalle che danno sul parapetto «non ne potevi più, hai visto… hai visto?», «Ture ma smettiamola, sono licenze artistiche, no, nulla di reale», «sono licenze di uccidere amico mio, continuo “gli ho dato istintivamente uno spintone, così per farlo spaventare, invece scappottò dall’altra parte del parapetto, dove precipitò per oltre sei piani” sei piani, quanti piani ha questo palazzo, Pippo, quanti?» «amico mio ma questa è paranoia. Quanti palazzi hanno sei piani in questa città? Quello lì ad esempio?», «quello è un grattacielo Pippo, poi quanti ne frequenti di sesti piani con la terrazza? leggo “il mio amico, oh santo cielo, il mio amico, non credevo ai miei occhi. Il compagno di tante disavventure, il mio stesso sangue…”, questo sarebbe il tuo lato melodrammatico, immagino» «su Ture, smettiamola» «taci “…esangue sul tettuccio sfondato di una Yaris bianca, la gente che accorreva delirante vicino al corpo”, lo sai che ti dico, caro il mio amico dopo aver letto questa cronaca di una morte annunciata?», «ma non ho annunciato niente io, è finzione Ture, nient’altro che finzione», «io, accuntu, chiamo la polizia, quella vera però, non finta». Capretta scoppola il cellulare dalla tasca, grosso e lucido che specchia la sua intera figura, compone il 113 «Ture, ma stiamo giocando ancora… posa quella specie di penisola, avanti», Cutrera, siddiato, fa per strappargli quell’arnese dalle mani ma l’amico gli apre un palmo sul petto «polizia, parlo con la polizia…», «che fai, Ture, che figure ci facciamo», «sì, buongiorno mi chiamo Salvatore Imposimato, volevo comunicare un… un premeditato omicidio», la voce dall’altra parte «sì signor Imposimato dove si trova il corpo?» «ebbè il corpo… il corpo non c’è!» «come non c’è signor Imposimato?» «non c’è ancora… ho detto, infatti, che è premeditato, come si dice, mi scusi, un tentato omicidio» «ci sono feriti, signor Imposimato?» «no, no, non ancora signora polizia, ma ci saranno a breve, a brevissimo» «signor Imposimato, quindi lei teme per l’incolumità di qualcuno?» «esatto agente… della mia, agente, della mia, mi vogliono fare fuori» «signor Imposimato adesso, quindi, lei è in pericolo?» «no, non lo so, è probabile, facciamo di sì, potrei esserlo» «signor Imposimato, mi faccia capire, se non è a rischio può passare nella caserma più vicina e fare denuncia» «oh signora polizia, lei non capisce, io non posso muovermi, io, c’è scritto che mi faranno fuori, mi lanceranno dal sesto piano del palazzo di casa mia» «signor Imposimato le sono arrivate lettere di minacce di morte?» «no, no, no, nessuna lettera, nessuna» «ha appena detto c’è scritto, signor Imposimato, dove c’è scritto?» «in un racconto, nel romanzo di un … un amico». Cutrera, esausto di questa sceneggiata, scrolla l’amico per le spalle «smettila, basta Ture». Capretta, che è gommoso, non ci sta niente a perdere l’equilibrio, vano il tentativo di avvinghiarsi al parapetto, pesa troppo e così precipita a peso morto dal sesto piano. Cutrera vede sconvolto e impotente il corpo dell’amico infrangersi contro il parabrezza di una Porsche Suv nera.

Esplode l’allarme, tipo bambino ca chiange. La gente accorre spaventata attorno alla macchina. Cutrera è in ambasce, soffoca un urlo con le mani, vede per terra sparse le pagine del suo romanzo. Le raccoglie, il cuore gli calcia in petto, in lontananza sente le sirene della polizia, cerca con affanno un passo, trova la pagina, compulsa attentamente ogni riga, prende una penna che stappa con la bocca, elimina Yaris bianca e scrive sopra Porsche Suv nera.

 

 

 

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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