Articolo di Ciccio Schembari

La legge Merlin eliminò il riconoscimento dei casini da parte dello Stato con relativa riscossione dell’imposta sulla prestazione. La famosa “marchetta”. Prima della legge Merlin la tariffa a Ragusa ammontava a 300 (tre cento) lire così distribuite: signorina 150; tenutaria 100; marchetta 40; igiene e profilassi 10. Tra le altre cose si disse che non era giusto, morale, corretto che lo Stato guadagnasse sul meretricio. Che, oggi e anche allora, guadagna sul gioco d’azzardo diffuso a livello di massa, sulla vendita di armi ai caporioni dei paesi africani che scatenano guerre tra poveri e costringono uomini e donne a intraprendere i viaggi della morte verso l’Europa dove sono costretti a vendersi e prostituirsi è invece cosa giusta, morale e corretta!

Dopo la legge Merlin, si ricostituirono i casini pur non riconosciuti dallo Stato, quindi clandestini, ma noti a tutti. Il più noto era l’albergo Nazionale, attaccato al Palazzo comunale e alla Questura. C’erano fisse due prostitute che si alternavano ogni quindici giorni. La tariffa, per tutti gli anni sessanta, ammontava a 3.000 (tre mila) lire. Si andava da soli o in comitiva, si lasciava la tessera in portineria, e ci si accomodava in una stanza. Poi venivano le signorine, insieme o prima l’una e poi l’altra e si sceglieva. Si pagava in portineria al ritiro della tessera. Delle volte i gruppi erano più di uno e numerosi e il tempo d’attesa lungo. C’era il ragazzo addetto alle pulizie che ne approfittava per ingaggiare con i clienti il gioco con le monete, come quello che da ragazzini si faceva in mezzo alle strade con le monete del vecchio corso con l’effige del Re. Era bravo in questo gioco e così arrotondava alle spalle dei clienti.

Un altro albergo casino era l’Astoria. Era in una stradina traversa di Via Mario Rapisardi. Tariffa sempre 3.000 (tre mila) lire, ma la “qualità” spesso superiore a quella del Nazionale. Io abitavo in Via San Vito, la strada di sotto. Accadde che una signorina che fu stabile per dei mesi all’Astoria, prese a frequentare casa mia. Le mie sorelle cucivano e lei chiese la confezione di un vestito. Mia madre acconsentì senza pregiudizio e così, per via delle prove, degli aggiustamenti e poi della confezione di un altro vestito, questa giovane donna si tratteneva a chiacchierare, si sentiva accolta, aveva voglia di stare in famiglia. Legato all’Astoria ho un ricordo buffo. Una sera d’inverno, eravamo in tre/quattro compagni di scuola, eravamo al liceo, ci trovavamo nei dintorni e un signore ci chiese dove si fotteva, parola perfettamente capita anche se non pronunciata. Noi invece di indicargli la stradina gli indicammo alcune porte più avanti dove sapevamo che sostavano una signora con le figlie in quanto titolari di un autonoleggio. Data l’indicazione ci nascondemmo dietro l’angolo, vedemmo il signore, bussare, entrare e, dopo pochi secondi, uscire a razzo rincorso da uno scaldino che lo colpì alle spalle.  

A parte i due alberghi_casini che funzionavano solo da casino anche gli alberghi normali tenevano almeno una prostituta. Si racconta di un professore di nobile famiglia di Chiaramonte che aveva la mania di ingaggiare per un’intera settimana una signorina dell’Astoria, la faceva trasferire all’albergo San Giovanni a sua sola ed esclusiva pertinenza. Accadde una volta che un suo cugino e fraterno amico approfittasse gratuitamente della situazione. Il professore lo venne a sapere e ruppe definitivamente la fraterna amicizia.

Poi c’erano le libere professioniste la cui tariffa ammontava a 500 (cinque cento) lire. Le due storiche furono Tosca, nome d’arte, e Adriana. Per lo spettacolo teatrale “Non si parte”, ho scritto un pezzo con protagonista una prostituta che nascondeva i giovani del movimento “Non si parte” che nel 1944 e 1945 non risposero al richiamo alle armi contro la repubblica di Salò non perché simpatizzanti del fascismo, ma perché in Sicilia della guerra non se ne poteva più ed era considerata cosa chiusa, mi sono ricordato di quella prostituta dal nome bello e l’ho intitolato “Tosca la buttana”. Ci fu un periodo in cui ebbe grande successo una giovane identificata come “la Siracusana”. S’invaghi di un giovane ragusano e gli finanziò una redditiva attività commerciale.

A Catania, nel mio periodo universitario dal 1963 al 1968, c’erano le “signore” della famosa Via delle Finanze e delle viuzze attorno. Un intero agglomerato facente parte del più vasto quartiere San Berillo che era, al tempo stesso, lo squallore e l’umanità descritti negli articoli di Saro Distefano e di Giuseppina Aiello nei loro articoli pubblicati sul n. 39/2008 “Vite in vendita”. Al numero 3 di una stradina, accanto al Teatro Massimo Bellini, al primo piano di uno stabile storico, nello stesso pianerottolo, c’erano due porte con su scritto in una Sabrina e nell’altra Paola. Tariffa 3.000 (tre mila) lire. Per la pensione, in una stanza a tre letti, pagavo 6.000 (sei mila) lire al mese.

Gli ultimi due anni di università li feci in una pensione tenuta da due signore. La signora Enza e la signora Emilia. Tra i quaranta e i cinquanta anni. Enza viveva da sola, aveva una figlia al continente e per un certo periodo ci fu il nipotino di pochi anni. Emilia aveva un figlio giovane e conviveva con Turuzzu che faceva il guardiano notturno alla Lancia. Veniva a far le pulizie Concettina, una virago molto energica e spiritosa. Le stanze in affitto erano due: una occupata da me e dal collega Peppino; l’altra da Vincenzo, un avvocato dell’ufficio legale dell’ISTICA.

A differenza delle altre pensioni non c’era problema di risparmio di energia elettrica. Si potevano usare lampadine anche da 40 e 60 watt e la televisione, in cucina, era sempre accesa. Frequentavano la casa diversi amici. Il tabaccaio all’angolo. Un signore di Paternò proprietario di agrumeti che portava ceste di arance di prima qualità. Un avvocato molto brioso e simpatico. Una coppia: la signora Franca, il marito e una figlia adolescente. Tina, un’amica oltre i quaranta, con un ragazzino adottato. Insomma, a differenza di altre pensioni, c’era vita attorno a questa casa. Il sabato e la domenica sera si giocava, soprattutto nel periodo natalizio, ai soliti giochi in famiglia. Spesso si facevano vedere le nipotine di Concettina. Tutte giovani e belle.

Per un tempo, io e Peppino, ingenui, non capimmo nulla. Poi, a poco a poco venimmo a sapere che Enza, giovane e bella aveva lasciato il marito al paesino e venuta a Catania aveva fatto la prostituta assieme a Tina. Poi, superati i quaranta anni e in possesso di un gruzzoletto s’erano ritirate dal mestiere. Emilia, meno attraente fisicamente, aveva una storia analoga di marito lasciato e di fuga nella grande città che in quegli anni conobbe uno sviluppo enorme. Enza tuttavia era l’amante del tabaccaio, Tina non disdegnava eventuali relazioni quale quella col mio collega Peppino ed Emilia arrotondava con qualche servizietto ai vecchietti del quartiere. Mi viene in mente la scena di un film, non ricordo il titolo, in cui una vecchia signora addetta alle caldarroste faceva qualche servizietto ai poveri del quartiere. La ricordo per le battute tra lei e l’attore protagonista (Nino Manfredi, se non ricordo male): “Mano destra o mano sinistra?”. “Che differenza c’è?”. “La mano destra è calda e costa di più”. E poi c’erano le nipotine di Concettina che erano “nipotine”, insomma un bel giro! Capita la situazione cessammo di comprare sigarette e arance. Accennammo anche alla possibilità di frequentare qualcuna delle “nipotine” e ci fu detto: dopo la laurea, quando sarete professionisti.

Una serata particolare la visse Peppino. Vincenzo, l’avvocato dell’altra stanza in affitto, aveva concordato con un’avvenente signora una serata con cena stile familiare. Così furono invitati Peppino e Tina. Vincenzo comprò da mangiare per tutti e con il fagotto si avviarono verso la casa della signora. Trovarono però il segnale di non accesso e dovettero aspettare che l’amante, l’amante fisso, della signora uscisse di casa. Questo, per altro, era uomo da temere in quanto in odore di mafia. Durante la cena la signora raccontò come riusciva a frequentare altri clienti gabbando l’amante. S’era fatta disattivare la suoneria dell’apparecchio telefonico ed installare una suoneria a parte che suonava solo quando il telefono era staccato. Così, quando l’amante mafioso era in casa, lei attaccava il telefono che tuttavia non suonava mai. Quando l’amante usciva staccava il telefono ed entrava in funzione la suoneria supplementare, al suono di questa attaccava il telefono e rispondeva.

Peppino fu protagonista anche di un evento non singolare ma significativo per il modo in cui si sviluppò e fu risolto. Una sera recandosi con la sua cinquecento da Tina fu investito da un’auto. Colpa inequivocabile dell’altro in quanto proveniente da sinistra e però non era munito di assicurazione e neanche di liquidità sufficiente a pagare il danno. Peppino tornò a casa sconvolto. Le signore dissero che la cosa poteva essere risolta con facilità. Mi colpì la frase che, nel corso della discussione, Enza disse, senza farsi sentire da Peppino ma da me: «Se fosse altro tipo, potrebbe farsi comprare una macchina nuova!». Intendendo che Tina, con qualche moina di Peppino, sarebbe stata ben disposta a comprargli una macchina nuova. Ma Peppino, appunto, non era quel tipo. La questione fu risolta comunque in modo elegante coinvolgendo il carrozziere dove lavorava il marito della signora Franca nonché amante della stessa e “uomo di pancia” ovvero non proprio mafioso ma certo sapeva come comportarsi e come fare le cose. L’incidente fu dichiarato in altro incrocio con stop non rispettato da Peppino e, con i soldi pagati dall’assicurazione, fu riparata la cinquecento e qualcosina ci fu anche per l’investitore.

Insomma la vita è proprio un bel casino!