L’arte incontra: Arturo Cussigh

Sebbene mi sia garantito una minima abilità pittorica, non mi appartengono i luoghi comuni di un pittore/artista: nel mio studio, oltre alle cataste di quadri e di colori, trova posto un arsenale di macchinari. All’odore degli oli si mischia il profumo delle resine di abete tagliato e nessuno spazio vuoto da regalare al riposo dello sguardo.


Raramente frequento mostre o musei, ancor meno atelier di comuni artisti. Poco di tutto ciò mi emoziona ma tutto quello che mi emoziona io lo conosco, e tutto ciò che è stato necessario io l’ho appreso.
Un passo indietro.
L’Alto Friuli, ovvero la Carnia, estremo Nord-Est del Paese. Ancora oggi appare una terra selvatica e lontana ma ben più distante, e proibitiva, doveva apparire nei primi anni ‘60 ad una coppia di giovani siciliani: i miei genitori.

Sin da bimbo ho sempre avvertito la precisa sensazione che un misterioso filo conduttore collegasse, in qualche modo, la Sicilia alla Carnia. E non mi riferisco ai flussi migratori, che caratterizzarono quegli anni di treni e di speranze, bensì a quel comune sentimento di “melanconia” e “onnipotenza” che si respira in ambienti così distanti e diversi tra loro: la Sicilia, un’isola di isole «una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte».(L’isola plurale, Bufalino); la Carnia, squarciata nell’anima da azzurri ghiacciai, chiaro-oscuri strapiombi e impenetrabili foreste di abete rischiarate dalle indorate radure verdeggianti, ma «Ci giri intorno e quegli stavoli severi, sono briganti, guardiani, filosofi, poeti e costruttori. Sono sempre gli stessi e fanno quello che gli aggrada con tutte le diverse luci del sole o nella notte con o senza la luna, con il vento e la neve o le nuvole» (Lucio Fumagalli).

Il capoluogo della Carnia era Tolmezzo, fu il mio primo ombelico del mondo!
Per quanti sforzi facessero i miei, il respiro della Grande Cultura non abitò mai tra le mura domestiche. L’eccezione la fece l’Arte. L’anziano padrone di casa era un pittore e anche un caro amico di famiglia. Spesso gli facevo compagnia. Sin da piccolo, nel suo studio, o per boschi, lo osservavo dipingere.

Rare le volte che parlava. Spiegava la pittura a gesti. Occhi socchiusi quando leggeva la luce, il pennello in aria per inseguire le proporzioni o tenere in punta il colore da confrontare, che mai doveva essere stridente o fuori dal tono ocra della terra. Io porgevo colori pennelli e pezze. In quella sua casa – un enorme studio/museo pieno di ogni cosa segreta del mondo – dopo la scuola incollavo telai, tiravo e acconciavo puzzolenti tele. Aveva la fama di essere burbero e scostante, poco avvezzo a sopportare i bambini; lui a me regalava austeri sorrisi, tavole di cioccolato, quello austriaco, di cui ero ghiotto, e quelle “cose segrete del mondo”.

Il suo nome Arturo Cussigh (1911-1990), un illustre dimenticato.
Allievo di Cadorin, Guidi, Saetti-Cesetti e Morandi, conobbe Carrà, Sironi, Carena, Campigli e il grande Ardengo Soffici, il quale disse – al critico romano Alberto Neppi – del giovane Cussigh: «Io ho visto le sue opere e vi trovo vera arte, sincerità assoluta, naturalezza ed aura poetica» «…è il migliore dei tre (Tre pittori veneti presenti al Bragaglia a Roma), quello che conosce più degli altri fino a qual punto debba essere condotto il lavoro» aggiunse S. Pensabene.

I suoi colleghi di studio furono: Barbisan, Vettori, Pittino, Pizzinato, Spadavecchia. Partecipò alla Biennale di Venezia del 1938 e del 1942, seppur dichiarato antifascista!
Ma quello che nessuno disse del maestro è che lui fu “un Cristo che si fermò a Eboli”!
Dopo le grandi promesse e i notevoli riscontri degli anni ‘40, il pittore carnico « lascia Roma con ostinata avversione nei confronti dei compagni e coetanei in seguito assurti agli onori della critica ufficiale. Il rifiuto delle avanguardie, da lui intese come l’alibi intellettualistico per sfuggire alla realtà, lo ha infatti costantemente e tenacemente sorretto, una volta conquistata la sua terra d’origine» (Tiziano Della Marta – 1998).

Fu costretto ad imbracciare le armi della 2° Guerra Mondiale. Quando il conflitto si concluse, preferì isolarsi per sempre nella sua amata Carnia, per dedicarsi all’insegnamento e alla pittura dei paesaggi alpini, fino guadagnarsi il non meno prestigioso appellativo di “poeta dei fiori alpestri”.

«Sarebbe riduttivo considerare Cussigh un ottimo “esecutore” dal vero. Come ricorda il suo allievo Sebastiano Grasso, l’arte era per l’artista “sincerità, naturalezza… poesia” ed è proprio questa immediatezza e naturalezza di sentimenti che cercava di trasmettere nei suoi dipinti. Cussigh non è un ricercatore a oltranza e nemmeno un contemplativo. Si accosta alla natura che vede come luogo di inesauribile verità da scoprire e capire, il luogo in cui i paesaggi si impongono per la loro implicita verità e dove ogni elemento è vivo e merita il suo riconoscimento. E proprio il pittore Grasso ha colto questo prezioso insegnamento del maestro e che così abilmente riassume:“Mi fece conoscere il profumo dei colori, educò il mio cuore a vedere il sentire, m’indicò un modo per non svanire. Tra il fitto delle foreste di larice, le brume grigie azzurre svelavano squarci di luce. Radure ornate da un delicato giallo acerbo» (Danielle Maion, Arturo Cussigh – Intima essenza, 2018).

Nell’estate del 1969 il “prof”, ospitato presso i miei nonni materni, ebbe modo di soggiornare nella nostra terra e – con una serie di studi dal vivo – «si concedeva alle calde luci del Mediterraneo, fissando sulla tela scorci di paesaggi marini interessanti per luminosità e intensità cromatica» (Tiziano Della Marta, 1998). L’opera in epigrafe all’articolo fu donata dal maestro ai miei come segno di riconoscenza. Si tratta di un dipinto – senza titolo – olio su tela, L38xH30, che raffigura il porto e i faraglioni di Acitrezza (Ct).

Qui la tavolozza è stata impostata sulle terre basse e sui grigi. Una caratteristica singolare è data dall’entità e dalla qualità della luce: soffusa, lenta, misteriosa, evidenzia il sentimento e lo stile caro alla scuola del Nord Europa.
Nell’opera l’atmosfera è raccolta e austera; la frenesia quotidiana non è altrove ma è lì, in quell’ “assenza”. Questa pittura è distante nella forma, e non nella sostanza, dalla “luce ed il lutto”.
Possiamo pensare che il paesaggio vive in chi vive il paesaggio?
Credo di sì e proverò ad approfondire la riflessione nei successivi appuntamenti (la questione coinvolge aspetti ben più ampi di quelli legati alla sola comprensione dell’Arte).
Del Cussigh concludo ripetendo la sua professione di fede: «bisogna avere penetrato intimamente la vita delle cose per dipingerle»

About Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.

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