L’arte incontra: Cesare Merigo – uno scontro con la coscienza

«Una certa teoria messa in pratica potrebbe svelare un talento nascosto o svilupparne uno che si è già manifestato o addirittura avere l’effetto contrario e soffocare un talento potenziale per sempre» (Hugh Laidman).

Ogni evento della vita o incontro importante è destinato a conservare una radice che porterà il suo frutto.

Carnia, 1973,  «Una limpida mattina di primavera (…), quando il fiore era pesco e il tormento lo stesso fiore! Adagiato sul banco con l’ingenua fissità sbattuta nella tenue condensa delle finestre dell’aula attendevo, tranquillamente. La maestra mi chiamò per correggere il tema! Strinsi al petto quel quaderno e affrontai la passione! “Grasso, innanzi tutto, il sole non si colora di rosa! Hai scritto “Le acque del Po scorrono quiete, possono ascoltare le preghiere della gente, che di nuvola in nuvola saliranno a Dio”

Tutto qui? Il Po dove nasce, quanto è lungo? che città bagna? Così in quarta non ci andrai! Non posso perdere tempo! Hai capito?” Nel giardino un’improvvisa folata di vento tinse l’aria di nuvole, nuvole di fiori di pesco (e gli occhi non pensarono ad altro)» 

Friuli, 6 maggio 1976, «Al sorgere di una notte l’umano pesò la sua precarietà dinnanzi all’urlo della terra (…) uno strano sussulto fece eco nella mia piccola stanza; iniziai a tremare. L’apocalisse scandirà il mio passo… percorrerò gli inferi. Nella semioscurità mi perdo e tra macerie nauseabonde, davanti corpi pietosamente abbracciati sino all’abbandono, soffoco la poesia» (Nel Silenzio di uno sole, Grasso S. – 2009).

Nel 1980 la mia famiglia lasciò la Carnia e tornò nella Sicilia, quella dei Ciclopi. Ma qui non mi fermai molto.
Di certo era il 1985 e mi trovavo a Iglesias – un dimenticato paese nel sud della Sardegna – rinchiuso in una caserma da “legione straniera”, dove seguivo il corso per allievo Carabiniere. Quello che non ricordo è in quale sera di quell’inverno, in preda alla nostalgia ripresi a disegnare. Mano rigida, fiore “debole”, una brutta sensazione. Pur tuttavia, al rientro dalla libera uscita, i miei compagni di camera videro il disegno e, da lì a qualche settimana, dal Piemonte alla Sicilia, le fidanzatine del plotone ebbero una rosa nella lettera!

Anni dopo, a Corticelle Pieve, un centro abitato della bassa bresciana talmente piccolo che, anche a chiamarlo paesino, ancor oggi mi pare una licenza poetica: una trentina di case che se ne stavano immerse in un purgatorio simile a quello che Pasolini descriveva a Casarsa «un vecchio borgo (…) grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana»

Con il suo impermeabile consumato, due lievi fondi di bottiglia al posto degli occhi e un’eterna sigaretta incollata a nere dita, Cesare Merigo era il poeta di quel paesino.
Lo incontrai una sera di gelido inverno, dentro una bettola per stanchi contadini padani, dove fui obbligato ad entrare per virtù dell’“Autorità Costituita” .

Cesare era seduto, immerso in una viziata coltre di fumo, attorniato da una calca di beffarde dentature mutilate. L’onesto intellettuale vendeva il suo canto per un “aperitivo della mente”. Certamente non furono i miei assurdi paramenti luccicanti a catturare la sua anarchica attenzione. Accennò un saluto e mi invitò a fermare il mio fare e ascoltare. Al suo segnale le snervate maschere zittirono e nella spelonca un quieto silenzio immobilizzò pure il tempo.
«Vi racconterò/ – così iniziò lento, quasi a scandire ogni istante – Vi racconterò/dell’ospizio dei poeti/ che inventano la gioia/ nella quiete/ di un giorno/ non pericoloso/ così reale/ dove Socrate/ moltiplica le colombe/ dove la cicuta/ è un aperitivo/ per la mente./ Vi racconterò/ dell’ospizio dei poeti/ che sanno di vivere di niente/ che sanno di termine indefinito/ – e a mo’ d’inchino, e un deciso risveglio di voce concluse – / che moltiplicano la storia»  (Vi Racconterò – C.M. 1989).

Il breve silenzio si trasformò in uno scroscio surreale, brutale, di applausi che risvegliò la sete di quelle ugole malsane.

Un «Tu?» perentorio echeggiò tra i fetori del purgatorio come un monito profetico e lì si decretò la mia condanna, «Tu vuoi un’altra poesia! vero? no! … tu la troverai qui». Brandendo il suo libro come fosse una spada, me lo puntò contro. Basta! Restituita l’attenzione verso i compagni di sventura, Cesare si fece inghiottire dai ricordi. A un amico comune disse che mi sarei “salvato” leggendo.

Da quella sera non lo rividi più. Tuttavia, nel 2008 lessi con stupore:«le trasparenze dell’acqua di Lipari e delle Eolie, e quel vapore diffuso sulla campagna che viene dalle risorgive, da tempo prendono corpo, in lievità nelle parole di Cesare Merigo!» – appresi che Cesare scriveva – «in riva al mare o alla finestra della casa lombarda: una finestra che dà su un piccolo slargo, la chiesa da una parte, due case e un’osteria, con pensionati seduti sul sagrato, quando fa un po’ caldo, a vedere passare il tempo» (Lina Agnelli).

Casualmente, nel 1990, mi guardai allo specchio e vidi solo un consumato veterano. Mi buttai a capofitto nella pittura, non c’era più tempo. In verità, non c’era un altro tempo per me. Il dipinto in epigrafe all’articolo ha per titolo “Nel silenzio di un sole”.

E’un olio su tavola (L90xH100) presentato nel 2009 ad Acireale. D’innanzi a un informale non c’è bisogno di presentazioni. Ciò nondimeno… Quello che salta subito all’occhio è un senso di “inquietudine” (come se non se ne fosse già parlato abbastanza!).

Magra stesura del colore dominata da una tavolozza di grigi scuri e di bruni. I pochi timbri di colore più squillante (blu e rosso cobalto) sono resi mansueti da sottili velature che ne spengono i valori, sino a fargli raggiungere quella mestizia trasbordante. Dove a tratti la trama abissale si fa più lieve, lì riaffiora il fondo chiaro, che dona un’intima e raccolta luminosità al dipinto. Alle diagonali, “graffiate” dall’ocra affidai il compito di dare profondità prospettica alla struttura.

Fu l’unica opera che descrive lo stato d’animo di un tempo, che andò «consumandosi in un tono di grigi: accozzaglie di voci lontane, soli poco più luminosi di falene all’imbrunire»

Ricordo di avere avuto bene in mente il sentimento di smarrimento che caratterizzò quelle lontane esperienze (trasparenze). Eppure, ogni tentativo di dipingere quell’emozione risultava manieristico, descrittivo, privo di sentimento, spazialità e luce interiore.

Colto da un raptus, più che di ispirazione poetica direi di esasperazione estetica, in pochi istanti cancellai tutte le settimane di lavoro. Presi fiato e, mentre guardavo sfinito quella superficie silenziosa, avvertii che qualcos’altro stava prendendo il sopravvento in me. Attinsi il colore a mani nude e iniziai a stirarlo in ogni direzione. Per circa un’ora, credo, mi persi; l’inconscio prese il sopravvento. Risultato… “ritrovai” il sole rosa e quel lontano mondo solco, capace di essere altura e foresta, squarcio e silenzio. Lottai con la rabbia e la paura. Poi finalmente ritrovai la pace. «Sul finir di quel micidiale anno scolastico, dopo le lezioni, al ritorno a casa, la maestra iniziò a farmi compagnia! Percorrevamo a piedi un tratto della vecchia ferrovia e mentre lei lasciava alle carezze di un sole il suo cuore, lentamente e senza parole incontravamo l’orizzonte»

Se
ti capitasse
d’incontrare
l’esistenza
prova
a viverla
davvero.
(Cesare Merigo – “Quel gioco nel silenzio”)

About Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.

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