L’arte incontra Cetty Previtera

Quando pensai a Cetty Previtera mi fu naturale “incontrare” la natura.
Forse era il 1992, durante la mia fase di perfezionamento bonsai mi confrontai con le tecniche di Shozo Tanaka, giapponese, classe 1936, sopravvissuto all’olocausto di Hiroshima. Costui finì il suo peregrinare tra le miti colline nel sud-ovest del Garda, a pochi chilometri da dove abitavo.

I suoi due ettari di terreno ospitavano una splendida popolazione di bonsai, esemplari eleganti nell’aspetto, sani nel vigore e nel colore, coltivati con una tecnica che non avevo mai visto. Il maestro sosteneva che “ …il bonsai è amore.”. Asseriva che “…in Giappone potevano mancare i mobili in una casa, ma non poteva mancare l’angolo del Bonsai! ”, il cosiddetto tokonoma .

Solo attraverso l’amore si poteva arrivare a comprendere la natura dell’arte bonsai. Non era sufficiente conoscere le diagonali delle strutture, né la botanica. Era anche necessario imparare a cogliere l’armonia tra i colori, sentire l’impercettibile brezza che scuoteva le fronde degli alberi e, solo attraverso il profumo, distinguere le differenze tra le varie terre.

Da dicembre a marzo inoltrato sui fianchi dell’Etna si respira aria buona e solitudine. Lungo i tornanti che portano in quota la visuale si fa straripante: a est il mar Jonio, immobile e inquietante, a nord, a sud e ad ovest una distesa nera si spartisce ciò che resta dell’universo con un cielo privo di echi.

Ad una certa ora, a due terzi sopra la linea dell’orizzonte, i raggi del sole si fermano oltre le creste laviche, creando una singolarità cromatica: la luce non abbaglia e l’aria tersa non offusca i contrasti.

Tutto appare congelato in un istante che sa di eternità. Tra i fiumi di basalto galleggiano, e poi affondano, piccole isole multicolori, le foreste caduche. Ma l’insieme diventa un’armonica amalgama di dettagli che invitano a sensazioni astratte, capaci di percorrere questo formidabile universo. Un luogo che, magari altrove, Cetty Previtera deve avere “visto” e, per ciò che sto per mostrarvi, ne deve avere compreso gli intimi meccanismi. Seppure non ci è dato di conoscere le “strategie” di rafforzamento delle sue visioni pittoriche, noi possiamo “sentire” le sue opere: luoghi dove non si racconta una storia, un luogo, un chiaro dettaglio bensì l’attimo, il profumo. E’ l’essenza, quella condizione che si perpetua, quieta, come fosse un’onda di ritorni, e per
l’appunto in “ istanti che sanno di eternità ”.

Alcuni esempi? L’opera in epigrafe “Paesaggio interno lordo” del 2017, olio su tela, 256x280cm, oppure a fianco “With love” anno 2018, olio su tela, 150x200cm. Ma chi volesse approfondire la sua conoscenza vi rimando al sito www.cettyprevitera.it

Cetty Previtera nasce in Svizzera nel 1976. Da bambina, con la famiglia si trasferisce in Sicilia e qui si riappropria delle sue radici. Vive a Zafferana Etnea (Ct). Alimenta l’istinto alla pittura, inizia a frequentare gli studi di alcuni pittori siciliani. Fondamentale è l’incontro con Giuseppe Puglisi e Piero Zuccaro. Frequenta le loro lezioni presso l’Accademia Abadir (Ct). Nel 2010 è selezionata tra i finalisti del Premio Nazionale delle Arti a Napoli . Alla fine dello stesso anno espone alla Galleria Lo Magno di Modica, con la mostra​ collettiva “ L’unicotratto ”, curata da Piero Zuccaro. In seguito ci sarà un crescendo di esposizioni e consensi che culmineranno nel 2014 con l’invito di Marco Goldin. Cetty esporrà all’interno di “ Attorno a Vermeer ” a Bologna. Successivi inviti non faranno che consolidare e confermare questo autentico talento.

1) Cetty, con la tua partecipazione alla mostra “Attorno a Vermeer”, organizzata da Marco Goldin a Bologna, un pubblico più ampio ha imparato a conoscerti. Un evento che, tra l’altro, ha certamente dato forza alla tua autostima. Ma, prima di allora, quale appuntamento artistico ti risulta rilevante in termini propedeutici?

La mostra Attorno a Vermeer è stata di certo un punto di slancio e forza per il mio percorso artistico. È vero, ho avuto modo di far girare il mio nome un po’ fuori dalla Sicilia, e ne ho tratto vigore. Ma non è stato affatto semplice. Ho ricevuto l’invito con estrema incredulità, ho sentito di avere un incarico di responsabilità, verso Vermeer, verso la pittura e verso me stessa. Non avevo mai lavorato al d’après, se non per motivi di studio iniziale, e da principio non sapevo assolutamente come mi sarei mossa.

L’entusiasmo e la crisi furono fondamentali, l’ascolto dei silenzi di Vermeer e della mia
pittura, l’approvazione del lavoro da parte dei miei maestri e di Marco Goldin successivamente, fecero sì che tutto prendesse la giusta piega. Tutto fu bello, quei giorni del 2014 a Bologna li ricordo sempre con il calore dei grandissimi artisti che erano con me. Ma, certamente, come è giusto che sia, fu molto prima di Bologna che qualcosa accadde. Allora posso parlarti della mia quasi involontaria decisione di studiare pittura, del mio incontro con due maestri grandissimi, dell’averli riconosciuti e scelti, del primissimo appuntamento espositivo, L’Unicotratto, collettiva del 2010 curata appunto da Piero Zuccaro a Modica. Ricordo perfettamente come mi sono sentita ad essere inserita in quella mostra, fondamentalmente incredula, ricordo quanto io stessa non riconoscessi la mia pittura, nonostante amassi farla.

Quel primo riconoscimento, e poi la lavorazione della mostra, la scelta dei quadri, i dialoghi con il maestro curatore, il catalogo, il primo rapporto con una galleria, furono le basi del mio percorso espositivo. Adesso mi sento acerba, quello fu però un vitale semino, da cui sono nate le recenti primissime esperienze di mostre personali, alle Quam di Scicli (RG) nel 2017, e da Carta Bianca Fine Arts nel 2018. A conti fatti, ogni ultima esperienza viene poi percepita come propedeutica al continuo del percorso artistico.

2) Cosa è mutato nella tua visione pittorica dopo il confronto bolognese?

La prima cosa che mi viene in mente è la pluralità della pittura, della pittura universale e delle possibilità per il mio procedere artistico. L’esperienza permette di guardare oltre, se lo si desidera. Il lavoro ai d’après ha modificato in qualche modo, interrompendolo, ciò che stavo facendo. Forse di tanto in tanto è utile avere delle direttive esterne, pur restando ovviamente liberi. Si ha la possibilità di aprirsi al nuovo, ad altro, a cose magari mai pensate. Si cambia strada e vuoi o non vuoi ci si ritrova a scoprire cose nuove di sé. Ora non so se riesco a rispondere bene alla tua domanda, perché di solito non mi rendo subito conto di quello che succede in studio, i cambiamenti sono spesso ardentemente desiderati e difficilissimi da raggiungere, molti tentativi si rivelano sporchi, brutte imitazioni di chissà cosa si è visto in giro. Però nel tempo le cose si appianano, trovano un equilibrio.

Oggi so meglio cosa voglio, a volte mi illudo di sapere come farlo! Comunque sono certa che non è un bene avere troppe certezze. È meglio di tanto in tanto dimenticare, mettere da parte le comodità acquisite e avventurarsi. La mia tavolozza è un po’ cambiata, e di questo sono felice perché anche questo non è stato facile, e adesso forse l’idea di usare colori nuovi non mi spaventa troppo. In questo momento sono abbastanza felice della mia visione pittorica, mi accorgo di avere più pazienza, di riuscire a far sempre più pace con la mia lentezza e la mia pazienza.​

3) Quali caratteristiche intrinseche deve possedere un soggetto per cogliere la tua attenzione?

Il soggetto che mi prende deve avere apertura, aria dentro, linee, segmenti, deve avere una struttura da estrapolare. I colori, paradossalmente, quasi mai sono importanti, ma la struttura sì. Da diverso tempo ormai prediligo soggetti derivanti da ambientazioni esterne, natura boschiva in particolar modo, paesaggi poco umanizzati. Gli alberi, i rami, le fioriture, diventano linee strutturali e macchie di colore. È incredibile il mutare delle sensazioni quando invece ho davanti un soggetto interno, è veramente come se ci fosse un muro ad ostacolarmi la profondità, faccio fatica ad uscirne.

Il cielo in una stanza non basta più. Il cielo cola su tutto. Mi rendo conto ovviamente che si tratta di fasi, anche di giornate a volte. Forse il quadro è un po’ un portale attraverso il quale raggiungere sé stessi. grande è, e non conosce riferimenti geografici troppo definiti. Se penso ai miei maestri, ad esempio, ai cieli stellati di Giuseppe Puglisi, agli interni di Piero Zuccaro, io vedo la pittura. Tuttavia, se qualcuno volesse dirmi che luce vede nelle mie tele, io lo ascolterò con piacere.

4) Ma ciò che dipingi è l’elaborazione di un progetto ben preciso oppure il frutto di un divenire sensoriale?

Quasi mai ciò che dipingo è l’elaborazione di un progetto. A volte mi sento mancante di questa capacità, della pazienza, dell’inquadratura mentale necessaria per la metodologia progettuale, ma un po’ per forma mentis e un po’ forse per non aver fatto studi tecnici, non riesco facilmente a lavorare per progetto, a meno che non mi venga espressamente richiesto. Quando dipingo, i sensi vanno per conto loro. In realtà il processo inizia quando involontariamente scelgo un soggetto, comincio ad assorbirlo, a desiderarlo. E poi inizio a leggerlo, a fissarlo sulla tela. Come dice un mio maestro, anche la pittura è strumento di conoscenza, perché devi star lì a guardarla, la realtà, per poterla mostrare così come la vedi. Il quadro poi va da sé ed io devo seguirlo, diventa altro dalla realtà, e quello è un momento di magica rivelazione. Più che di progetti, forse un giorno potrò parlare più classicamente dei miei periodi artistici.

5) Se è vero che ogni artista dipinge per compensare un non detto, o, forse, per indovinare un nuovo colore, per stigmatizzare un disagio, tu a cosa ambisci o cosa speri di raggiungere con la pittura?

A cosa ambisco… non so. Se è così come dici, non posso rispondere alla tua domanda in modo diretto. Non posso dire del non detto ma soltanto dipingerlo, e lasciare eventualmente ad altri di individuarlo sulla tela. Non posso indovinare un nuovo colore ma scoprirlo, cercarlo, indovinarlo forse per me soltanto, facendo, come disse Picasso, di una macchia gialla un sole o di una macchia rosa una luna. Se stigmatizzo un disagio, grazie al cielo, ho la pittura, e magari un buon osservatore troverà tracce di inquietudine sulle mie tele. Di certo la pittura è mio sostegno, ambisco forse principalmente soltanto a continuare a sentirla, a goderne.

6) La “luce” dei tuoi quadri è più vicina a quella dei cosiddetti “pittori del Nord” o a quella dei “pittori del Sud”?

Io non ci ho mai pensato. Non ho mai pensato a nessun tipo di luce né in realtà riesco a rispondere col senno di poi. Mi sento siciliana, molto, probabilmente ho anche portato con me qualche caratteristica nordica dalla Svizzera, mia terra natia. Il sud mi appassiona, il caldo, la montagna, il mare, la musica. Ma trovo intriganti ed efficaci alcuni elementi che sento tipicamente nordici: l’austerità, il rigore, l’ordine. Ciò magari si traduce in cromie; amo i grigi, gli azzurri, i contrasti con i colori caldi. Però guardo la pittura, e mi pare che la sua grandezza sia universale, quando appunto grande è, e non conosce riferimenti geografici troppo definiti. Se penso ai miei maestri, ad esempio, ai cieli stellati di Giuseppe Puglisi, agli interni di Piero Zuccaro, io vedo la pittura. Tuttavia, se qualcuno volesse dirmi che luce vede nelle mie tele, io lo ascolterò con piacere.

7) I tuoi maestri di riferimento chi sono e quali debiti hai nei loro confronti?

Dei miei maestri ho già accennato. Anni fa ho trovato questi due pittori grandissimi, Giuseppe Puglisi e Piero Zuccaro. Li ho trovati per caso. O forse no. C’è un aneddoto nella mia storia con loro che narra di un evento precedente al nostro incontro ufficiale. Partecipavo un paio di anni prima, per motivi di studio all’università, ad una performance durante la quale mi venivano affidate coppie casuali di persone per accompagnarle in un percorso ad occhi chiusi per la percezione sensoriale
dello spazio circostante. Io ebbi affidati loro due ma non avevo idea di chi fossero e la cosa finì lì. Quando arrivai in accademia, due anni dopo, mi chiedevo dov’è che avevo già visto queste persone.
Soltanto mesi dopo, vedendo per caso una foto con una amica comune, e cioè la coreografa della performance, Donatella Capraro, ho rimesso assieme il puzzle. E questa consapevolezza è stata molto emozionante, lo è tutt’oggi, perché quell’esperienza sulle scalinate del Monastero dei Benedettini era stata molto intima e toccante. Mi dico spesso che quello è stato un incipit, un primo scambio di energia.
Loro sono persone speciali. Dipingono una pittura che è vera, autentica, originata da sé stessi. Sono ricercatori di una pittura sincera oltre ad avere un grandissimo talento. Attraverso loro ho conosciuto grandissimi artisti, la storia dell’arte raccontata da loro è come un racconto di amici pittori. Ho iniziato a guardare a pittori come Afro, Bonnard, Music, Kiefer, Sarnari, Gianquinto, De Stael, Klee, Pollock, Rotchko. C’è sempre un grande maestro a cui guardare a seconda della sensibilità del momento. Amo Picasso, la sua libertà e la sua esuberanza, amo Morandi, la sua quiete e la sua perseveranza. Ma soprattutto, grazie ai miei maestri, e questo è il più grande debito che ho con loro, ho avuto l’opportunità di conoscere la pittrice che sono, di cui non sapevo proprio nulla! Ancora oggi li seguo e ho sempre bisogno di una loro parola, anche se loro, da Maestri, mi hanno sempre concesso di camminare con le mie gambe, con affetto e sincerità anche spietata, sempre.

8) Il “quadro” ha ancora un futuro?

Sì. Immagino tu ti riferisca alla possibilità della pittura di sopravvivere in mezzo alle nuove, e nemmeno tanto ormai, proposte d’arte. Considerando che l’uomo dipinge da quella famosa notte dei tempi, non vedo perché debba perdere l’istinto, la voglia, il bisogno di continuare a farlo. Se ne facciamo una questione di mercato, allora ovviamente si incontrano delle difficoltà per la pittura, ed anche la cultura di massa, la facilità di immagini altre che sostituiscono il “quadro” alla parete, tolgono alla pittura la visibilità e il sostegno a cui avrebbe diritto. È vero che tutto è già stato visto, prodotto e riprodotto, ma se ricordiamo di essere umani, il quadro dipinto, con la sua impronta umana, rimane sempre un ottimo specchio. Finché nascerà qualcuno che sentirà che c’è da dipingere, dipingerà.

9) Di quale salute gode oggi l’Arte in Sicilia?

La Sicilia, a detta di amici trasferitisi sull’isola dallo stivale, pare goda di un fermento artistico formidabile, di una produttività eccellente. Siamo in tanti, pittrici e pittori, abbiamo voglia di dare, di dire, di mostrarci. È come se ci trovassimo al centro di qualcosa da cui irradiarci. Si sente che le potenzialità sono grandi. Si riescono a fare cose belle, ci sono buoni e calorosi incontri per gli artisti. Certo il territorio soffre di tante pecche, e l’esigenza di lasciare l’isola, di tanto in tanto, non​ manca. C’è tanto da fare in Sicilia, è sempre buono anche riuscire a viaggiare un po’ per vedere
oltre. Si deve fare molto, ma mi piace essere ottimista.

10) I tuoi progetti?

I miei progetti più concreti e a breve termine riguardano uno studio di mostra legato alla notte, tema che mi è molto caro, e ad una forte amicizia umana ed artistica. Per il resto, dentro di me progetto molto, immagino sempre grandi tele da realizzare, giorno per giorno, guardandomi intorno, cerco di non mancare mai dallo studio e dalle passeggiate, e lì cerco di ritrovarmi in mezzo a tante cose, aria, luce, colori, tele, pennelli, fili, carte, fotografie, libri, poesie. I progetti sensoriali di cui dicevamo.

About Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.

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