L’arte incontra Salvatore Lanzafame

Considero Salvo un carissimo amico e nello stesso tempo lo ritengo una delle più originali personalità del panorama artistico catanese. E’ un pittore, classe 1973. Si diploma all’Istituto d’Arte del capoluogo etneo nel 1992. Nello stesso periodo frequenta la scuola di pittura e incisione di Gaetano Signorelli per il quale collaborerà come stampatore per tre anni. Nel 1997 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Catania dove, attraverso una personale ricerca, sintetizza la tradizione del paesaggismo Romantico e la forza espressiva dei cromatismi delle avanguardie. La costante ricerca sarà il suo focus.

Gli slanci espressivi attingono dall’utilizzo sinergico di linguaggi e mezzi espressivi differenti: nel 2000 frequenta un corso di “Operatore di ripresa direttore della fotografia” che lo avvicina al cinema orientale e come conseguenza allo “shan shui”, lo stile della pittura tradizionale cinese. Comincia a favorire il senso evocativo a quello rappresentativo anche attraverso la produzione di assemblaggi polimaterici; ricavando così in pittura, una scena compositiva dove le ampie linee di forza vengono modulate dai ritmi dello spazialismo spirituale. Tra il 2014 e il 2016 ha la possibilità di sperimentare nuove profondità cromatiche tramite l’esperienza ceramico-pittorica nella quale accorda profondità naturali con masse cromatiche esaltanti e sature di essenze plastico-costruttive.
L’opera in epigrafe chiarisce la cifra dell’artista, “Linquan (La foresta delle sorgenti)”, olio su tela, dim. 100cmx140cm, anno 2018: Notizie sul suo percorso artistico possiamo trovarle nel sito www.salvatorelanzafame.it.

1) Ci conosciamo da oltre venti anni e posso sostenere che, la tua cifra stilistica contraddistingue appieno il tuo carattere, il tuo stare in questo tempo. Attento agli umori della società, al suo traghettare verso le ignote latitudini di questa era di mutazioni digitali, capace di spersonalizzare e dissacrare ciò che di buono abbiamo imparato tra di noi, tu mantieni la rotta e resti saldamente ancorato alla tradizione della locuzione espressiva. Il tuo piano di confronto è e resta la pittura! Quasi schivo, sino a sembrare disinteressato, ascetico, non cerchi compromessi di comodo…e affermi la tua resilienza – Più di una volta, quando sui nostri confronti la tela della vita sembrava schiacciarci alla deriva, tra le trame di quel tuo volto duro, ho rubato il guizzo sommesso di un sorriso, stavi a dire: “Non temere, noi siamo qui e lotteremo sino alla fine!” Potrei sottoscrivere che Lanzafame è un giusto, un indomito, un cavaliere di altri tempi. Così è pure la tua pittura: energica, decisa, precisa. Spatolate forti, coraggiose, dilagano attraverso i tuoi cieli sfiorando diafane colline, sino a sprofondare nelle viscere di una terra che pulsa di ancestrali moti. Mai risulti ossessivo, ripetitivo. I tuoi colori stesi, spesso, puri si amalgamano in una cromia capace di restituire lievi albe e caldi tramonti. Per il GdP, ti chiedo di spiegarci, cosa insegui dentro questi tuoi universi?

Sono un paesaggista, dipingo semplicemente il paesaggio.
Quello che inseguo all’interno di questo scenario è la scoperta dell’orizzonte, ma ad ogni metro di territorio conquistato, altrettanto se ne ripropone in lontananza.
Montagne, corsi d’acqua e nebbia, elementi naturalistici per ordinare una scena compositiva che non traduco in realismo pittorico, in pittura di rappresentazione, ma vado configurando attraverso immagini evocative in una pittura di memoria. Forme appena accennate, aperte nei loro confini, senza limiti di spazio e tempo; all’estremo dell’individuabile, all’estremo del riconoscimento mnemonico. Immagini che abitano il non luogo della lontananza dove cielo (Urano) e terra (Gea) si incontrano nell’infinito dell’orizzonte generando Mnemosine, la memoria.
E’ attraverso la memoria che l’assenza si manifesta: divenendo presenza nel “vuoto” (per “vuoto” si intenda il wu taoista, ossia 無), si fa reale nella sua invisibilità. E tanto più l’immagine svanisce tanto più entra nella realtà suprema della percezione come quella montagna che invasa dal vuoto delle nubi si impone ancor più reale nella percezione che nella visione.

La percezione ha molto a che fare con l’interpretazione. Ogni processo interpretativo ha necessariamente un esito estetico culminando nella contemplazione di ciò che si è percepito.
Quando lo sguardo riesce a figurare una forma dallo stato di invisibilità in cui si nasconde, risulta impossibile sottrarsi al valore estetico della sua contemplabilità e il godimento intuitivo dispone l’occhio verso altri movimenti alla ricerca di nuove scoperte tra il piacere etico del fare ed il piacere estetico del percepire.
Il piacere genera se stesso quando la consapevolezza della visione si eleva a veggenza.

2) Hai sempre sperimentato e rimesso in discussione le tue certezze. Ultimamente ti stai misurando con un metodo estremamente complesso, l’ossidazione, su lastre d’acciaio; un processo diametralmente opposto alla (tua) pittura: qui la luce si ottiene per sottrazione. Abbiamo spesso parlato delle difficoltà che hai incontrato per riuscire a controllare il decadimento ossidativo. Attualmente i risultati sono stupefacenti. Quanto ci puoi dire di questa tecnica, che ti pone tra le avanguardie?

Il principio è stato casuale, inatteso. I primi lavori su supporti metallici risalgono al 2011, una fase ancora del tutto embrionale in cui le potenzialità espressive degli ossidi ferrosi mi entusiasmarono molto, ma il progetto fu quasi immediatamente accantonato non riuscendo a stabilizzare i processi ossidativi del ferro.
Tre anni dopo, frequentando un laboratorio ceramico ebbi modo di approfondire certe tecnologie degli ossidi. Utilizzando il metodo della riserva pittorica, proprio dell’incisione calcografica, ottenni una selezione delle zone ossidate più accurata riuscendo a calibrarne anche i toni.
Passai dal supporto ferroso all’acciaio inox e questo, oltre a garantire un’alta stabilità, ebbe effetto anche sul linguaggio pittorico: fu come passare da un supporto nero ad uno bianco, la luce adesso viene riflessa dall’acciaio e non assorbita dal ferro.
Attraverso sostanze grasse e resine alchidiche sono riuscito a bloccare i processi ossidativi e nel 2016, dopo due anni di controllo e valutazione dell’eventuale maturazione ossidativa, ho avuto l’onore di esporre per la prima volta la collezione “Paesaggi d’acciaio” a Caltagirone (ScalaMatrice33), città nella quale ho avuto modo di sviluppare questa tecnica”.

3) Se stilisticamente rimane chiara la tua firma, concettualmente la nuova ricerca si pone agli antipodi di ciò che è stata la tua pittura. Tutto ciò può essere ricondotto anche ad una tua diversa visione del mondo?

Ne sono certo. Gli entusiasmi si fanno tramutare da antichi sapori dimenticati che riaffiorano, certezze che decadono, micce che si riaccendono in nuovi lumi, meccanismi occulti che perpetuano il loro movimento contro il tempo.
Come giustamente tu notavi in questi nuovi lavori la luce viene dall’interno!

4) Nelle tue opere l’assenza della figura umana, paradossalmente, risulta una presenza…in ogni dove immagino un gravido focolare di vita…storie che si consumano nel tempo. Pensi di proporre studi di figure in modo esplicito? Cosa ti potrebbe interessare delle interazioni umane?

Sento affine la proposta stilistica della pittura tradizionale cinese attraverso la quale viene esposta la veduta paesaggistica attraverso tre distinti punti prospettici in difformità col fuoco unico del modello occidentale.
Per intenderci, in maniera semplice, la pittura tradizionale cinese ad inchiostro struttura il paesaggio secondo una prospettiva inferiore, di primo piano, con visione dall’alto verso il basso; una mediana; e una superiore, dell’infinito del cielo, con visione dal basso verso l’alto. Un pluralismo di visione così derivato invita l’occhio dell’osservatore a muoversi all’interno della composizione in libertà. Il pittore cinese offre al fruitore l’entrata nel dipinto: con dinamica intimità gli fa attraversare le acque, lo approda e gli fa risalire i pendii fino a farlo sparire tra i sentieri nascosti dalla vegetazione per poi farlo riemergere in cima alla vetta in contemplazione dell’al di là del paesaggio.
Al momento è questa l’interazione umana che tento di aggiungere ai miei quadri.

5) Hai viaggiato molto in Europa, confrontandoti in vari simposi. Quali sono le impressioni che ne hai ricevuto?

Una bella esperienza è stata la settimana di permanenza artistica in Macedonia dove ho avuto modo di confrontare il mio lavoro a stretto contatto con artisti di mezza Europa. Condividere tecniche, procedimenti, paesaggi, musiche e cibo a cui non ero abituato mi ha molto arricchito.
Restando in Italia, non posso dimenticare la Puglia, regione che mi ha permesso di conoscere persone dalle quali ho imparato molto.

6) Quali caratteristiche intrinseche deve possedere un soggetto per cogliere la tua attenzione?

Vengo attratto da tutti quei soggetti che pur mantenendo le proprie qualità intrinseche riescono a mettersi in relazione con altri senza prevaricarli, ma producendo scambi efficaci: non ho un colore preferito, ma accordi di colori si.

7) I tuoi maestri di riferimento chi sono e quali debiti hai nei loro confronti?

Ricordo con affetto e stima Gaetano Signorelli, è stato l’unico maestro: mi ha spiegato come attaccare una tela con i pennelli.
In questo periodo il mio riferimento diretto è il pittore Zao Wou-Ki. Guardo molto anche l’opera dei pittori-poeti tradizionali cinesi Wang Wei, Shitao e Guo Xi.

8) Il “quadro”, ha ancora un futuro?

Completo la risposta la scrivendo che il quadro ha ancora un futuro semplice, ma presto anche uno anteriore.

9) Di quale salute gode oggi l’Arte in Sicilia?

Leonardo Sciascia ha già ben esposto la matrice duale della Sicilia.
Un’isola in cui coabitano grande potenza formatrice e senso di flessione, di disfacimento. Esistono paure fortissime verso le linee più innovative eppure una straordinaria propensione all’accoglienza. Come tutte le isole anche la Sicilia che ne è esempio specifico, emana una connaturata energia creativa, evidenti le capacità produttive, totalmente inadeguate quelle di mantenimento: molti amici pittori e scultori sono partiti da tempo. Resta un grande serbatoio di riserva, fonte d’ispirazione.

10) I tuoi progetti?

Le intenzioni sono quelle di portare a sintesi il progetto delle ossidazioni su lastre di rame e ottone di grandi dimensioni e allestire una mostra all’interno di una fabbrica siderurgica.

About Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.

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