Le guaritrici Donne di fora

 

articolo di Ombretta Costanzo

Con un salto nel 1526 ritroviamo le autorità cittadine di Palermo rivolgersi alla popolazione, senza media e senza social, per avvertire che era stata accertata la peste. Fu proibito a “fundacharj et hosterij” di dare alloggio a persone “di qualsivoglia locu e terra di lo Regno” che fossero “sanza bolittino” e senza l’attestato di sanità, un’antica autocertificazione.

Per i trasgressori erano previste torture ad opera del fuoco. Il morbo assassino si espanse indisturbatamente nei centri maggiori della costa mentre l’interno dell’isola assisteva ad una graduale scomparsa degli abitanti. A Messina, secondo quanto tramandato, si registrarono 17000 morti; danni non più lievi anche a Siracusa ed Enna. La drastica ascesa del pericolo di morte nera aveva spinto i poteri amministrativi a tentare misure ancora più rigide, tant’è che nell’ottobre dello stesso anno, per proteggere Palermo, si ordinarono rimedi, benché approssimativi, per arginarne l’ulteriore diffusione, come quello di dare alle fiamme le case degli appestati.

Ad una tale direttiva del viceré, i giurati replicarono che in nessun’altra città di Sicilia, “undi è statu per lo passato ditto morbo”, si era mai utilizzato il fuoco e che in quel modo si sarebbe dovuto radere al suolo l’intero paese, essendo “ditta terra tutta prisa de detto morbu”. L’alternativa proposta era quella di radunare gli ammalati in “li lochi a li deputati ben visti” e lasciarli effettuare la “purgatione”, una pratica di quarantena che in seguito sarebbe stata istituzionalizzata nel lazzaretto.

Tali intransigenti ordini preventivi, se da una parte crearono disordini e proteste, fecero sì che Palermo venisse risparmiata dalla peste d’inizio Cinquecento; purtroppo però, correndo al secolo successivo, la ritroviamo stravolta dalla stessa epidemia con effetti sconfinati e devastanti. Secondo la versione ufficiale, il contagio seicentesco avvenne attraverso alcuni cristiani riscattati provenienti da una Tunisi infestata e scaraventati a Palermo, passeggeri di un’imbarcazione mercantile che aveva fatto scalo anche a Trapani senza alcuna conseguenza, motivo per cui si decise di lasciarla attraccare in un altro porto con incosciente benestare, ricorrente leggerezza che sfocia ciclicamente nel disastro.

Comunque uno sguardo critico alle condizioni igienico-sanitarie durante il dominio spagnolo nel Regno di Sicilia, rivela quanto esse fossero all’epoca propizie al sorgere di qualunque epidemia. Sono indicativi in questo senso soprattutto i bandi che il senato palermitano diffondeva in quegli anni: a giugno del 1624, solo pochi giorni prima che la città venisse ufficialmente dichiarata infestata, approvava un “actus expensionis pro limpiando urbem ab immundicijs”. Lo stesso mese fu pubblicato anche il bando “di la prohibitione di mettere a mollo lo lino nelli fiumi et mari della Chiana di Palermo”.

Queste sono quindi alcune delle disposizioni attraverso le quali è possibile farsi un’idea delle condizioni di degrado in cui vertevano, in generale, le città. Altro dato di fatto è che le difese biologiche della popolazione fossero a quel tempo molto indebolite anche a causa di una recente moria di bestiame che rendeva difficile l’approvvigionamento di carne. Infine, favorita anche dalle condizioni climatiche dell’estate siciliana, la catena infettiva si spinse sempre più nell’entroterra occidentale.

Di pari passo alla peste, cresceva il successo speculativo dei guaritori, mentre la medicina ufficiale si rivelava impotente e fallimentare rispetto al suo scopo istituzionale: evidente soprattutto nella pestilenza in questione, per cui sono documentate abbondanti negligenze da parte della classe medica del Consiglio di Sanità che, invece di mostrare risolutezza, si contraddiceva sulle misure di prevenzione e sulla necessità o meno dei lazzaretti. I medici, così come locandieri, notai, avvocati o alchimisti, venivano spesso condannati dal Sant’Officio e definiti dalla dottrina canonica inhonesta mercimonia, poiché svolgevano attività finalizzate al vile guadagno.

Per dissimulare la propria imperizia e difendere la propria efficienza, sembra che alcuni rappresentanti della medicina strumentalizzassero la credenza negli avvelenatori ben inseriti tra le falangi dei guaritori magici. Negli studi tradizionali sulla stregoneria in Sicilia, ancora una volta rintracciamo un’ostinata prepotenza femminile nella pratica magica, anche se non confermata dalle fonti dell’Inquisizione.

Tra i “guaritori” protagonisti lampeggiano le cosiddette “Donne di fora”, espertissime ad ottenere morbosa dipendenza di infetti e affascinati di sovrannaturale, persuadendoli con massaggi a base di oli benefici e miele e assistendoli moralmente con ritmiche orazioni: pretendevano infine compensi. Chi voleva ricevere la visita di una delle donne deve bruciare incenso, foglie d’alloro e rosmarino e pronunciare una particolare formula che ne dichiarava l’attesa.

A tal proposito ho scoperto, grazie alle descrizioni di Marinella Fiume, la figura di Joana Reyna, una schiva e timida locandiera di Alcamo vissuta nel XVII secolo. Joana inizia la sua vita coniugale aiutando il benestante marito nella gestione della locanda tra varie incombenze che la confinano in un contesto scomodo e noioso finché, per uscire dal torpore, scopre l’esaltante rimedio di portare il bucato al fiume, galeotto luogo di incontro con altre donne con le quali inizia a socializzare.

Conosce così tre curiose quarantenni appartenenti alla cerchia delle “Donne di fora”, un po’ fate un po’ streghe. Fra una curtigghio e l’altro, tra le consorelle alcamesi si assiste al cementarsi della nuova amicizia intramata di segreti più intimi e racconti di fruttuosi successi: fanno le guaritrici, curano i mali del corpo e dello spirito, febbri, ferite, infezioni ed epidemie, esorcizzano gli invasati, alleviano le malattie d’amore e ritrovano tesori nascosti, lavorano insieme andando di casa in casa, di paese in paese, prestando la loro opera e ricevendo un compenso. Secondo alcune interpretazioni le “Donne di fora” sono una mistura di esseri umani in carne ed ossa, affascinanti fate danzanti e misteriose streghe che danzano tenendosi per mano, banchettano nel lusso e nell’abbondanza e curano durante le peggiori epidemie.

Joana, ipnotizzata da tanto incanto, ottiene il suo battesimo ungendosi con una sostanza allucinogena estratta dalle piante che si raccolgono nella notte di San Giovanni, ricorrenza in cui si annullano i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La locandiera lievita al ruolo di guaritrice, finché l’invidia dilagante per la sua condizione sociale agiata, sfocia in denunce all’Inquisizione di Palermo. Nel 1621 sarà imprigionata e liberata per inaffidabilità dei denuncianti. Stessa sorte le altre guaritrici alcamesi contro le quali le successive accuse non sortiscono buon esito.

La posizione della chiesa nei confronti dei guaritori e delle guaritrici non era sempre coerente ed intollerante: inquisitori e vescovi allentavano la morsa nei confronti dei reati di stregoneria e tolleravano le pratiche magiche, atteggiamento giustificato dal bisogno che il clero aveva di certe categorie per mantenere un’apparente ordine pubblico.

Se la crisi straripante era causata dalla peste, il ruolo che svolgevano i guaritori era infatti del tutto simile a quello di sacerdoti e medici: le loro orazioni e i loro incantesimi contro la malattia erano paragonabili alle ritualità mistiche e le pozioni che somministravano si componevano di erbe e sostanze simili a quelle mediche. Dal momento che la peste era considerata un castigo divino, a finire nel mirino erano piuttosto coloro che, durante le epidemie, si macchiavano di reati di blasfemia.

Solo dopo i primi accenni di un ritorno alla normalità, gli inquisitori ripresero a perseguitare con rinnovato vigore la superstizione, sfoderando raptus indignati e sfogando tutto quel codardo timore che avevano covato nei confronti delle streghe guaritrici, il cui aumentato potere minacciava di sottrarre alla Chiesa il controllo sulla guarigione miracolosa concessa tramite esclusivo utilizzo dei sacramenti.

Nel 1627 le “Donne di fora” sono tutte assolte, non si sa come.

Informazioni su Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *