Le Troiane è un testo che parla e fa parlare delle donne.
Cassandra, Ecuba, Andromaca sono le troiane regali, vinte e violate dai greci. Ciascuna, a suo modo, esprime un aspetto del “femminile”.

Cassandra, vergine consacrata al dio Apollo, viene considerata da Ecuba e dalle donne del Coro come una folle, una squinternata. Per la madre sembra, addirittura, vaneggiare a tal punto da risultare paradossalmente motivo di imbarazzo agli occhi dei greci bruti vincitori. Eppure, Cassandra si fa portavoce di una “verità” psichica, la vendetta, che al contempo le da la forza, quel guizzo vitale per reagire a una posizione passiva, ineluttabilmente perdente, cui erano state poste le troiane, le vinte appunto.

Ecuba, la regina vegliarda, matrona di Troia saggia e lucida. Vedova, madre e nonna; ingaggia, probabilmente a suo scapito, il “confronto” con Elena che consentirà a quest’ultima di cavarsela.
Ecuba, sempre descritta al limite della disfatta definitiva, cui pare resistere tuttavia con passione, è in realtà l’emblema della sconfitta.

Andromaca, moglie fedele e devota per antonomasia del marito-eroe Ettore. Madre colpita nell’amore più profondo, nel modo più barbaro, con l’uccisione atroce del piccolo Astianatte, la scena più struggente di tutta la tragedia.

Il cuore del tema dei “vinti” è racchiuso nel dialogo tra Ecuba e Andromaca, in cui quest’ultima dichiara di preferire di gran lunga il destino di Polissena, altra figlia di Ecuba e Priamo, uccisa sulla tomba di Achille, perché – sostiene Andromaca – chi muore, se non altro, cessa di soffrire. Ben più doloroso e segnato da infelicità è il destino di chi nella vita passa da una fase di agiatezza a una di sventura. L’annullamento che si raggiunge con la morte pare dunque preferibile a una vita così tanto penosa.

Ma la “teoria” dei vinti raggiunge l’acme con l’idea di fondo della saggezza classica secondo cui l’ideale, a questo punto, sarebbe proprio «non essere mai nati o, una volta nati, tornare il prima possibile laggiù, da dove si è venuti» (Edipo a Colono, di Sofocle).

Nondimeno, ancorché anziana, afflitta e umiliata, c’è tuttavia un passaggio della tragedia ove Ecuba sembra incarnare un aspetto più vitale, recuperando le potenzialità trasformative insite nella speranza.
Dice Ecuba ad Andromaca: «Non sono mai salita su una nave, ma so, per sentito dire, da qualche dipinto che ho visto, come si comportano i marinai. Se la tempesta non è molto forte, ce la mettono tutta per salvarsi: chi sta al timone, chi alle vele, chi a impedire che la nave imbrachi acqua. Ma quando il mare è troppo agitato e la violenza della tempesta li schiaccia, si arrendono al loro destino e si abbandonano alla furia delle onde. Così anch’io, davanti a tutte queste disgrazie, resto muta, senza parole: gli dei ci hanno scatenato contro una tempesta terribile e io non posso più fare nulla.Ma tu, figlia cara, lascia perdere Ettore, non pensare a quello che gli è successo: le lacrime non lo riporteranno in vita. Preoccupati di rispettare il tuo nuovo padrone. Sii dolce, adescalo! Fai così, vedrai, sarà un bene per i tuoi e forse potrai crescere mio nipote.E’ la nostra più grande risorsa: tuo figlio, chissà, rifonderà di nuovo Ilio e la città tornerà ad esistere».

Per contro, perdere la speranza – come accade ad Andromaca – pone in una condizione di passività e acquiescenza che immobilizza il destino dei vinti.

Ben diversi, invece, risuonano lo spirito e la determinazione, apparentemente folli, di Cassandra. Intendo dire che, talora, esternare la speranza che si custodisce dentro di sé, può far apparire o sentire come dei matti! Il discorso di Cassandra appare delirante perché sovverte la logica vinti-vincitori, perché mette in crisi la logica lineare causa-effetto, tanto da arrivare ad affermare: «se non ci fosse stata questa sconfitta, io non avrei mai potuto sposare il più grande dei re greci, Agamennone, ma sarei rimasta il personaggio lugubre che mi era stato assegnato come ruolo fisso a Troia. Ettore non sarebbe mai divenuto un eroe universale ed Enea non avrebbe mai fondato Roma. Sarebbero tutti rimasti quieti nell’essere vincenti a Troia grandiosa, ma immobili simulacri di vita».

Euripide descrive dunque le donne di Troia come le vinte private dei propri cari trucidati innanzi ai loro occhi, rese prigioniere di nuovi padroni, sradicate e deportate.
Così come accade alle donne prevalentemente africane, a volte ex regine, rinchiuse e trattenute oggi nei lager libici, ove subiscono le peggiori sevizie e soprusi dopo aver assistito alla decimazioni dei propri affetti. Donne che spesso si imbarcano per attraversare il mediterraneo col frutto di tali violenze in grembo. O che, per provare a realizzare un sogno di vita, muoiono imbarcate.

Rispetto a una deriva catastrofista, tanto diffusa nella nostra epoca, è possibile pensare che la condizione di essere “vinti” possa costituire la precondizione per ripartire, risanare, ricominciare? Che esso sia un aspetto fondamentale della psiche?

Chi sono i vinti, gli sconfitti? E chi sono i vincitori?
Chi fa la storia, giorno dopo giorno?

Scriveva Pier Paolo Pasolini: «Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco».

Ma ritorniamo alle Troiane: domina tra le vinte la certezza di divenire schiave sessuali dei maschi vincitori.
E’ purtroppo ben noto che lo stupro è stato ed è tuttora regolarmente utilizzato come arma di guerra durante i conflitti, come metodo per calpestare, annullare, dominare, ciò che probabilmente viene considerato, a un qualche livello della coscienza, la “cosa” più importante, “sacra”, ancorché secondo un ottica di potere patriarcale.

Epperò ci sono donne come Nadia Murad che, a partire dalla sua tragica esperienza personale di schiava sessuale, è stata insignita lo scorso anno del premio Nobel per la Pace, per la sua ribellione contro tale insopportabile prassi.

Nadia Murad è una donna curda yazide originaria del nord dell’Iraq, imprigionata dai miliziani dell’ISIS nel 2014. All’epoca ventunenne, era stata rapita dal suo villaggio e rinchiusa a Mosul, assieme a migliaia di donne curde, per sei interminabili mesi densi di violenze psicologiche e fisiche, stupri di gruppo e pestaggi continui.
Vere e proprie tratte di schiave, vendute e comprate; donne trasformate a tutti gli effetti in oggetti materiali di cui i membri del Califfatto disponevano a loro piacimento.
Nadia Murad riuscì a scappare dalla prigionia e oggi lotta per il movimento di liberazione di circa 3500, fra donne e bambine, che sono ancora sfruttate come schiave nei territori dello Stato islamico.

Poi, ci sono donne come quelle della “Diciotti”, la nave di Stato bloccata dal ministro degli Interni per giorni al porto di Catania sotto il sole cocente, la scorsa estate. Donne che, pur avendo ricevuto ad un certo punto l’autorizzazione a scendere sulla terra ferma, preferirono non farlo. Temevano di lasciare i propri mariti, i propri parenti, a chissà quale destino, rischiando di frammentare ulteriormente nuclei familiari già colpiti. Queste donne rinunciarono a lasciare l’imbarcazione nell’intento di salvaguardare legami affettivi vitali, gruppi familiari cui appartenevano e cui era legata la loro identità.

Scrive Riccardo Romano nel suo lavoro “Il futuro dei vinti”: «Voglio capovolgere un luogo comune che assegna il futuro soltanto ai vincitori e ai vinti soltanto la disperazione. (…) il futuro non può essere appannaggio dei vincitori, perché non producono più nuovi miti da proiettare nel futuro e non lo possono fare perché dovrebbero accettare il cambiamento, e cioè la perdita dello statuto di vincitore. I vincitori non possono far altro che sperare che le condizioni attuali si prolunghino e permangano i loro privilegi senza modificazioni. I vincitori sono per necessità conservatori. I vinti, invece, hanno solo la possibilità di sperare in un cambiamento. Essi producono più facilmente nuove illusioni che possono diventare dei miti da proiettare nel futuro, e quindi il futuro è soltanto dei vinti».

Sappiamo che durante le guerre si infligge il barbaro colpo di grazia alla popolazione sconfitta violentando le donne e uccidendo i bambini, ovvero coloro che, un giorno, potrebbero vendicare i “padri”. Bambini che sono e devono essere, giocoforza, i custodi del futuro.
Tra le tante immagini dolorose che la tragedia propone, la scena più truculenta è rappresentata, prima, dall’annuncio di Taltibio ad Andromaca della prossima uccisione del figlio Astianatte e, dopo, dalla descrizione che Ecuba fa del corpicino smembrato dell’amato nipote. Domanda Ecuba ai greci vincitori, con amaro sarcasmo: « La città è stata conquistata, i Troiani sono morti e voi avete paura di un bambino così piccolo? Che assurdità! Capisco la paura, ma deve esserci una ragione!»

Crudele attacco a ciò che è più caro e indifeso – qual è un inerme e incolpevole bambino – per stroncare definitivamente persino il minimo slancio vitale di un popolo, di un gruppo, di una famiglia, per spezzarne gli animi.
Non molto diverso da quello che avveniva con le torture sistematicamente inferte nei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau un tempo, e nei lager libici oggi.

E vi domando: c’è differenza fra la crudele uccisione di Astianatte che tanto ci ha colpito e la morte del piccolo Aylan, il bimbo siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, qualche estate fa?
Sembra che, in realtà, non sia più tempo né di bambini, né di futuro.
La foto di questo bimbo, che scandalizzò molti, fece il giro del mondo spingendo – questa ne è la narrazione mediatica – la Merkel ad aprire le frontiere tedesche ai flussi migratori provenienti dal quel “corridoio”.

E ancora: c’è differenza tra queste uccisioni e la morte che sta evidentemente sopraggiungendo nella bambina africana, accanto alla quale il fotografo Kevin Carter ha immortalato un avvoltoio in attesa della dipartita della piccola?
La foto mostra una delle tante bambine e dei tanti bambini affamati del cosiddetto “terzo mondo”. L’Africa distrutta e dilaniata da guerre infinite, sfruttata e impoverita dalle politiche imperialiste e neoliberiste dell’Occidente, e della Cina soprattutto negli ultimi tempi.
Quella bimba della foto, come tanti altri bambini, sta morendo. L’alternativa per molti di loro è provare a creare nuove illusioni, ad alimentare il “mito dell’Europa”, il desiderio e la speranza della traversata, del viaggio, per poter approdare a nuovi lidi esistenziali.
Il mito dell’Europa non coincide con la realtà che offre l’Europa, protestano in tanti. E’ vero, è così; pur non di meno, non si può annullare la spinta propulsiva a vivere e creare relazioni della mente. Non si possono bloccare flussi di persone né coi muri né coi porti chiusi.

L’ultima donna “vinta” della tragedia Troiane è Elena, la bellissima Spartana, derisa, insultata, dileggiata, sia dalle troiane che dai greci. Resa all’unanimità capro espiatorio della guerra di Troia, Elena “la puttana”, rea moglie fedifraga.

Sembra gravitare un alone di “impensabilità” attorno a questa figura.
In tutto il testo non si rileva la benché minima traccia di compassione, pietà o comprensione nei suoi confronti. Perché la colpa è, ed è soltanto, di Elena, degna dei più infami e sprezzanti epiteti?
C’è un interessante passaggio nella tragedia in cui Ecuba dice a Elena di tirar giù la maschera, di lasciar perdere il pretesto di Afrodite, giacché ella si era concessa a Paride perché attratta dalla sua avvenenza straordinaria, non per il volere della dea.

La mia ipotesi al riguardo è che, affacciandosi sulla scena la sessualità e il desiderio femminile, si apre il sipario sul “perturbante”. Elena fa paura, spaventa ed è colpevole perché incarna la pulsionalità, che si presenta come perturbante, con una veste inquietante e angosciante per gli uomini greci ma anche per le stesse donne troiane.

Forse entra in gioco un “eccesso di erotico” (A. Giuffrida 2011), iscritto nel pulsionale, nel corpo, all’interno, in uno spazio spesso fantasticato come sconfinato, misterioso, pericoloso, perché associato ad antiche e inconsce fantasie ambivalenti sul corpo della madre, da cui provengono le prime cure e i primi investimenti affettivi e sensuali, aggiungo io.
E, in realtà, il perturbante sottende e risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è in fondo familiare. Ovvero l’accesso all’”antica patria”, al luogo in cui ognuno ha dimorato un tempo e che è anzi la sua prima dimora. “Amore è nostalgia” (Freud 1919)!

La tragedia sembra rappresentare, allora, lo status delle vinte ma anche un attacco al “femminile”, al codice dell’erotico e della tenerezza, del pulsionale e dell’accoglienza, che appartiene, come componente psichica, al mondo interno sia delle donne che degli uomini.
Un attacco nella tragedia realizzato sia da parte degli uomini che, così facendo, distruggono tale codice dentro di loro, sia da parte delle donne che evidentemente presentano, a loro volta, un problema col femminile, un problema di identificazione col materno. E quando vengono meno i bastioni della tenerezza e dell’affettività dilaga la sopraffazione più violenta e impietosa.

E noi Occidente vincitore, con la nostra recente difficoltà ad accogliere e a identificarci coi vinti, non stiamo esprimendo un attacco al nostro codice femminile, inteso come funzione psichica umana dell’accoglienza, del sestante, del nutrimento e della trasformazione?

In realtà, prima delle Troiane Euripide aveva scritto la tragedia Elena, ove aveva posto una sorta bivio. L’Elena fedifraga, moglie traditrice, la donna emblema del pulsionale più perturbante, sfuma via come una nuvola. In questo caso potremmo dire che, il pulsionale, più che rimosso, sembrerebbe forcluso, quindi tagliato fuori del tutto dalla vita psichica. Rimane invece l’Elena donna fedele, che riesce con sagacia e forza a rovesciare il destino apparentemente ineluttabile della vinta, della sciagurata.

Quella che, grazie alla solidarietà della sorellanza – della profetessa Teonoe, che appoggia ciò che è giusto in luogo della prepotenza del fratello – è capace di modificare la posizione di soggezione nei confronti del nuovo futuro imposto marito, Teoclimeno, e a farsi protagonista della sua esistenza.

Quella che riesce ad occuparsi sia della sua coppia con l’amato marito Menelao, che del gruppo dei greci al seguito di quest’ultimo, potendo in tal modo attivare la pensabilità e il progetto di un futuro diverso, alternativo al miserrimo hic et nunc. E con creatività e spirito d’iniziativa può sovvertire il rapporto vincitori-vinti, divenendo colei che vince il futuro che anelava accanto al suo amato.

In un’epoca ove riscontriamo una penuria di modelli di riferimento positivi e autentici per la costruzione dell’identità, ove imperversano influencers e profili fake, forse storie così, forse le trasformazioni mentali di cui sono state autrici queste donne, potrebbero aiutare.
Così come accade in analisi, quando si attiva la capacità del paziente di sognare e immaginare il futuro, per innescare quelle trasformazioni mentali che consentono di bonificare lo statuto di malessere in qualcosa di diverso e creativo, per ispirare la mente di chi non sa ancora trovare una risposta felice alla ricerca e definizione di un’identità autentica.