Lettera a una prof!

Cara prof. Maria Cordonato,

Le scrivo questa perché sono anni che covo questo progetto.
Finalmente mi sono risolto.
All’epoca avevo sedici anni. Quasi trent’anni fa. Lei, una cinquantina, forse più. Se non è passata a miglior vita – migliore, chissà! – dovrebbe averne, quanti? ottanta, ottantuno?


Ne è passata di acqua sotto i ponti, prof.
Ne sono passati di alunni da sotto i suoi baffi e da sotto quel suo bubbone che spiccava alle pendici di un nasone a patata.
Ricordo i suoi pesanti passi, il respiro sofferto di chi fatica a fare un solo piano, la voce cavernosa con un collega e ossequiosa davanti alla preside, il suo incedere autoritario, mastino, e l’esigenza sadica e solenne di vederci in piedi, come soldatini in attesa di rompere le righe, appena varcava la soglia della classe.
Stretta dentro il solito castigato abito grigio scuro, dove neppure una caviglia – forse fortunatamente – veniva baciata dalla luce, si abbandonava sulla sedia, mollando una borsa in perfetta tinta con la sua suite, come una casalinga sulla poltrona di casa pronta a trascorrere la serata davanti alla tv.
La sua sicilianità era tradita da un mal dissimulato amore per le lingue straniere se appena apriva il registro, il primo nome che le saltava sulle labbra era il mio. Ricordo come la ciccia della fronte si accartocciava man mano che gli occhi mettevano a fuoco la vittima. Una bocca serrata dalla quale sembrava impossibile filtrasse ossigeno e una mano che come indipendente dalla braciola che la reggeva, cercava la penna con cui vergare un tre o un quattro.
È stata un incubo prof.
Lei detestava gli studenti, lo confessi pure.
Si leggeva in ogni gesto, anche dalla trascuratezza con cui teneva i capelli, sfibrati, raccolti alla buona, anzi alla cieca, quasi le avessero pignorato gli specchi di casa.
Il terrore che incuteva, prof, era tracciato sopra ogni nostra espressione. Pietrificati sui posti, si misurava la quantità d’aria che era possibile inspirare senza svenire. Il morale meritava un esame autoptico.
E quando anche la percezione di un rumore sfiorava il suo udito, ecco, di punto in bianco, il fervore le esplodeva sul volto e una gragnola di pugni infieriva sul registro di classe. SILENZIO! Vociava.
Mi dirà perché tutto questo adesso. Dopo tanto tempo.
Perché qualche giorno fa ho finito di leggere i Promessi Sposi.
Si ricorda dei Promessi Sposi, prof?
Si ricorda di Alessandro Manzoni, prof?
Ricordo che ci faceva leggere in classe interi brani del libro,

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura….

E ricordo che seguivano spiegazioni senza anima, come se fosse stata incaricata dalle istituzioni di spiegare un libretto delle istruzioni di chissà quale diavoleria.
Affrontavamo quel testo con l’idea di impararlo a memoria. Che pretesa assurda! Di capirlo non si vedeva il motivo e domande non se ne facevano.
Non c’è generazione che non abbia odiato questo libro senza averlo neppure letto. Figuriamoci, anch’io l’ho odiato, perché ho associato i Promessi Sposi a lei, prof, brutti, insopportabili, noiosi – e così immancabilmente il loro autore – come lei.
Invece è un’opera meravigliosa. Uno stile unico, sperimentale all’epoca, sorprendente e avvincente. E di questi e tanti lussureggianti aggettivi lei non è riuscita a trasmetterne uno?

Poteva prenderla da qualsiasi parte per rendere appetibile la lettura, poteva partire ad esempio da una descrizione del periodo, di questo seicento spagnolo ed epidemico, di un’epoca sudicia, parassitaria e sfarzosa, poteva rappresentarci Renzo come uno di noi, perché anagraficamente lo era, un ragazzo serio e fumantino, che non le mandava a dire, che non taceva davanti ai prepotenti, che si era messo a capo dell’assalto al forno delle Grucce, per via, sa, ricorda, no? dell’aumento del prezzo del pane, che per amore ha sfidato la Chiesa nella misera rappresentazione di un curato di campagna, il vile Don Abbondio, poteva parlarci di Gertrude, la monaca di Monza, come un personaggio turbolento, con i suoi pruriti sessuali, subito repressi ma non soffocati a sufficienza, della sua colpa principale, cioè di essere cadetta e donna, e avrebbe potuto raccontarci della conversione dell’Innominato, di una Lucia mezza rincoglionita che per un voto alla madonna rischia di mandare il matrimonio all’aria, e poi c’erano le macchiette del tempo, i bravi, il Griso, il Nibbio, lo Squinterotto, il Tiradritto, un romanzo strepitoso da tenere a portata di mano e sgranarle quelle pagine così intense.

Eppure nulla di tutto questo è trapelato!
Il punto, prof, è che per gente come lei, gente come me ha fatto giurisprudenza. Forse la vita sarebbe stata diversa se i ruoli fossero stati invertiti. Ma come scriveva il Manzoni del senno di poi ne son piene le fosse!

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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