Lettera agli italiani. Paolo di Tarso

articolo di Adriano Fischer

Cari, vi prego adesso di prestarmi ascolto. Interrompete le vostre funzioni, piaceri o doveri che siano, e leggete fino in fondo questa mia lettera.
Ho una storia contorta da raccontarvi, con le sue tragiche sbandate, una storia piena di ambasce e tralignamenti vari ma che, bisogna dire, ha indiscutibilmente cambiato e stravolto il corso dell’umanità.
Sono sempre stato un uomo di fede ed ogni mia opera, ogni mia azione è stata il frutto dell’abnegazione per la causa che ho sinceramente creduto e sostenuto. Non ho mai fatto nulla per convenienza, uomo terribile sì, ma uomo comunque di fede.
Ho consumato centinaia di calzari perché la buona novella arrivasse nei più sperduti angoli del mondo conosciuto. Del mondo conosciuto dai romani, intendo. Una vita spesa a predicare con una fede che incorruttibile resisteva davanti alle infinite difficoltà che il viaggio mi riservava. Ho fondato varie comunità cristiane a Efeso, Mileto, Corinto, Colossi, Filippi e in altre località dell’Asia Minore e della Grecia. Avreste dovuto vedermi, che camminatore!


Non tutti erano disposti ad ascoltarmi. Non tutti ad ascoltarmi tranquillamente. I più tosti, come al solito, erano gli ebrei; gli illustri sadducei che mi schernivano in continuazione e al mio passaggio mi caricavano delle più inaudibili contumelie, come se io, piuttosto che portare un messaggio d’amore, fossi un appestato, un contaminatore di impurità. L’improperio però più costante era quello di traditore. Certuni me lo gridavano con un disprezzo esasperato. In faccia. Non li riconoscevo neppure io, alcuni poi, miei vecchi compagni di preghiera nella sinagoga di Gerusalemme. Quegli occhi, velati dal talled che pioveva loro sul capo come una medusa, esprimevano un odio che non saprei riprodurre e che non credo di aver mai provato in vita. Poveri noi! I più tranquilli, probabilmente, la corrente meno ostile almeno, erano gli esseni, ecco, questi si limitavano a scrollare le spalle e filare dritto senza prendermi minimamente in considerazione, quasi fossi uno dei tanti mercanti che attraversavano la città santa.

Fosse dipeso da queste persone qui, non sarebbe nato nessun cristianesimo. Stretti e scuri come corvi, con il Torah tra le mani, il lungo tefillin che cingeva i polsi e il talled sul capo, a pregare indefessamente e ininterrottamente finché il messia non avesse bussato alle loro porte e assicurato l’agognata salvezza.
Mi riservavano lo stesso trattamento che un tempo, non lontano e non sospetto, avevano avuto nei confronti di Gesù. La diffidenza era il sentimento più benevolo. Poi trovavate di tutto, minacce, delazioni, ingiurie, insomma tanto odio, per lo più, ingiustificato, gratuito. Se ho temuto di fare la stessa fine? Beh…in qualche modo ho fatto la stessa fine. Più nobile, secondo la giurisdizione romana.

Il punto, lo sapete bene pure voi, che mi pare di capire non abbiate in simpatia il popolo ebraico – e d’altronde carissimi chi ne ha? – è che questa gente, per un’alleanza contratta tra Dio e il loro socio fondatore qualche millennio fa, si crede il popolo eletto e fuori da questa cricca non si può che essere dei millantatori, dei ciarlatani, dei farabutti, degli eretici.
Di profeti – dal loro punto di vista – che disturbavano il millenario letargo o la plurisecolare superbia, ne passavano a migliaia per le strade della Galilea, gente di tutte le risme che aveva un Signore da raccomandare, una legge da insegnare, una parola da divulgare, che confluivano tutti a Gerusalemme, copiosamente, come api attratte dal miele. Trovavano sempre un pulpito sopra cui apparecchiare i bei sermoni, degli straccioni, degli arruffapopoli, la maggior parte dei quali il nome di Dio lo usava esclusivamente per tirare a campare, per mettersi qualcosa nello stomaco, per avere un letto sopra cui distendere le fiacche membra.

Che bell’atmosfera che si respirava a quei tempi! Se non fanatici, truffatori.
A ogni buon conto chi si divertiva molto erano i romani che di questioni religiose non se ne occupavano proprio, anzi le disquisizioni di questo tipo scivolavano via lungo le loro fredde armature. Trattavano questa gente come galline in un’aia. O come un padre assente che permette alle sue creature tutto purché ci si mantenga corretti e obbedienti. Guai a trascendere, guai chi alzava la cresta. I romani, orami da qualche tempo, nei domini che si trovavano sotto la loro giurisdizione, avevano adottato una politica di tolleranza nei confronti dei locali. Non mettevano becco sulle loro diatribe, anzi, a differenza dei più moderni ordinamenti, assicuravano, fin quando possibile, una pacifica e libera convivenza di culti diversi all’interno del vasto territorio.

Così posso dire, senza alcuna smentita, che Gesù, se non fosse stato per loro, per quelli lì, sì, per i farisei, avrebbe avuto tutt’altro destino.
Su poche cose nutro convinzioni, una di queste è che il nazareno non aveva intenzione di fondare alcuna religione, né tantomeno una nuova chiesa. Così pure i suoi seguaci, dei cari ragazzi, per Dio, vivaci, sì, fedeli ma pur sempre dei sempliciotti, degli inoffensivi pescatori, gente senza arte né parte insomma, che fin quando la storia l’ha consentito, hanno manifestato una cieca fiducia nei confronti del loro virgolettato Salvatore, abbandonandosi ai suoi insegnamenti.

Gesù era un uomo, figlio sì di un uomo e di una donna, ma soprattutto figlio della tradizione del suo tempo. Che era giudaica, profondamente giudaica. Come giudeo, infatti, fu circonciso l’ottavo giorno, come un giudeo frequentava il Tempio, come un giudeo aveva studiato le sacre scritture, come un giudeo partecipava ai riti purificatori, come un giudeo osservava i tempi stabiliti per la preghiera. Non si spacciò mai per un Dio, né si rivelò mai come il figlio di Dio, né i suoi discepoli pensarono mai fosse un Dio.

Quello che distingueva il nazareno dagli altri, tutti gli altri, dal primo sadduceo all’ultimo fariseo, era che costui offriva una diversa interpretazione della Torah, un messaggio sintetizzabile in più Dio meno riti, più Dio meno sacerdoti, e più Dio voleva dire più amore, un amore universale, che non escludeva nessuno, quell’uomo insomma promuoveva una radicale riforma interiore. Figuratevi quanto sia difficile parlare di amore universale, proclamare un’uguaglianza indiscriminata davanti a sacerdoti e principi che lastricavano le strade di sangue pur di marcare le differenze.

Un messaggio indubbiamente rivoluzionario, come d’altronde confessò il fratello Giacomo – che chiamavano il Giusto ma ne ignoro le ragioni – che partendo da questo insegnamento, alla sua morte, cercò di continuare la predicazione ma senza grandi risultati. Le comunità giudaico – cristiane che nascevano a macchia d’olio sugli insegnamenti del maestro erano ferocemente e scrupolosamente perseguitate.
Ed è qui che entro in scena io.

Confesso che senza il messaggio del nazareno sarei rimasto quello che ero, membro di un ambiente severissimo come nessuno al tempo; un fariseo, uno spietato e integerrimo persecutore di cristiani.
Il mio nome da fariseo è, infatti, Saulo. Nato e cresciuto a Tarso, capitale della Cilicia, da famiglia ricca di commercianti di lana montone, con il cui vello si producevano gli accampamenti, sono un uomo istruito, educato nella sinagoga dove ho imparato l’aramaico e il greco. E soprattutto sono un cittadino romano.
Essere cittadini romani – vedete cari miei – è un onore, ma sopra ogni altra cosa un privilegio. Non è una questione di appartenenza, beninteso, ma di concessioni e di assicurazioni che un peregrinus – ossia un semplice straniero o barbaro – ne è totalmente tagliato fuori.
Non è facile ottenere la cittadinanza romana per chi romano non è. Tutto comunque e come sempre si risolve con il denaro. La mia famiglia ne aveva eccome, in più è sempre stata una fedele sostenitrice dell’impero tanto da fornire annualmente non so quante libbra – ma credetemi pure se vi dico che erano parecchie – di tendaggi alle legioni romane.
Insomma non sono uno che ha patito mai i morsi della miseria.
Appartenevo a una casta notoriamente molto chiusa e soprattutto rigida. Eravamo famosi perché osservavamo scrupolosamente e maniacalmente la legge mosaica che, a differenza delle altre comunità ebraiche, applicavamo anche fuori dal tempio, nella vita quotidiana.

Vi dico questo per introdurvi all’ambiente, per presentarvi uno stile di vita austero e rigoroso. Uno stile di vita che doveva essere riconoscibile anche in pubblico, attraverso determinati paramenti, determinati riti, determinate funzioni, determinati precetti. La nostra salvezza era strettamente e inesorabilmente collegata con l’osservanza minuziosa dei precetti religiosi. Si insegnava molto su Dio, in quando ad amarlo….

E comunque io ero uno di loro. E neppure uno fra i tanti. Ero addirittura considerato una promessa dal rabbino Gameliele perché non solo ero un osservante disciplinato e irriducibile della legge mosaica, ma perché più di ogni altro ero particolarmente abile a scovare i seguaci del nazareno e portarli a processo a Gerusalemme. Processo sommario e arbitrario e, salvo ritrattazione, il destino era segnato perché si finiva dritti in gattabuia.
Adempivo i miei doveri con inflessibilità ammirevole e senza fare sconti a nessuno, convinto che bisognava estirpare questo cancro nascente che imputridiva la religione ebraica. In poco tempo mi feci un nome tra le comunità ebraiche, un nome che campeggiava sugli sguardi orgogliosi ed entusiasti di scribi, sadducei ed esseni che, finalmente uniti e complici per l’occasione, non mancavano di sostenere la mia impresa.
C’era tuttavia qualcosa che con il tempo mi provocava del disagio. Qualcosa che non riuscivo a comprendere pienamente, che mi sfuggiva. L’estrema facilità ad esempio con cui questi discepoli del nazareno soccombevano e, arrendevolmente, senza opporre resistenza. Eppure sapevo, – c’eravamo nati tutti con questa convinzione – che bisognava lottare per le proprie idee, uccidere e purgare se le circostanze lo richiedevano. Incorrevo allora in una successione d’indizi cui non sapevo cogliere il significato ma che cominciavano lentamente a mettermi fuori gioco. Il motivo per cui facevo quello che facevo mi stava sempre più stretto e il senso su cui prima fondavo le mie azioni andava perdendo il suo vigore. Questi rastrellamenti continui e senza sosta stavano infiacchendo ogni giorno le mie motivazioni; inutili e imbarazzanti scorribande che trovavano degli uomini di pace che non rispondevano al male con altro male, che porgevano l’altra guancia per neutralizzare la violenza.

Poi un giorno accadde l’imprevedibile. Fui incaricato dal rabbino Gameliele di eliminare un pericoloso dissidente e sobillatore che nella zona di Damasco faceva una strenua e incessante propaganda del messaggio del nazareno. Si chiamava Stefano. Lo conoscevo bene per fama ma mai incontrato di persona. Stefano era uno dei sette diaconi che era stato ordinato per portare il messaggio cristiano agli ebrei di lingua greca nella diaspora e si diceva di lui avesse una fede incrollabile per Gesù.
Il sinedrio si pronunciò in modo perentorio, la sua sentenza di morte non lasciava spazi ad alcun ripensamento. Doveva esser fatta giustizia in nome dell’antica alleanza. «E’ il Signore che lo vuole!» facevano eco i membri del consiglio che decretarono l’esecuzione secondo le previsioni della legge mosaica: attraverso lapidazione.

Insomma siete tutti impazziti? Pensai tra me. Proprio nel momento della mia vita in cui dubbi e incertezze non mi davano tregua. Lapidazione, perché mai!
La lapidazione era la pena prevista per i reati più gravi, come la blasfemia e l’adulterio, pensarla diversamente, avere un’altra opinione, non era neppure contemplato come reato. Che Dio era mai costui che si vendicava? Può la volontà di Dio esprimersi attraverso lo spargimento di sangue? Che Dio desidera questo, che fa tacere le altrui testimonianze? E mentre pensavo a tutto ciò il sinedrio mi affidò una scorta di cinque uomini. Una decisione che si rivelò insolita e che non ebbi la forza e la tempestività di contestare. Io che viaggiavo sempre da solo! Probabilmente le alte sfere avevano intercettato qualche mio ripensamento, avevano letto in me dei comportamenti equivoci, tali a ogni modo da ritenere che non sarei riuscito a portare a termine la missione.

Partimmo un mattino afoso per Damasco. Nessuno dei cinque ebbe la minima accortezza di presentarsi. Si marciava con gli occhi fissi verso l’orizzonte, il capo interamente coperto dal talled. Ci fermavamo solo per ristorarci e per il rituale giornaliero dello Shema. Respiravo a pieni polmoni l’atmosfera di un viaggio punitivo. Giungemmo a Damasco con le vesti e le barbe interamente impolverate. Pregavo il Signore di non trovare Stefano, che fosse sparito, che si fosse indirizzato verso altri lidi. Le mie preghiere tuttavia non furono ascoltate. Lo trovammo predicare all’altezza della porta dei Leoni, circondato da un manipolo di persone tutte entusiaste. Fino all’ultimo ho sperato che il corso della storia cambiasse. Le domande sul da farsi mi assillavano. Cercare un modo per salvarlo da un’orribile esecuzione ed essere così processato per tradimento oppure lasciare correre ogni scrupolo e fingere che va bene, che dev’essere fatta la volontà di un dio terribile?

Senza aspettare che il discepolo terminasse il sermone, nel mezzo quindi della sua oratoria, quasi come un monito per i presenti, i cinque sgherri miei compagni di viaggio lo trascinarono via, chi prendendolo per le braccia, chi trascinandolo per i capelli. Stefano urlava e si dimenava sollevando polvere e pietrisco, i talloni sgusciavano fuori i calzari sanguinanti. Gli astanti erano attoniti e lentamente andavano disperdendosi per i vicoli della città, intimoriti e immaginando le conseguenze. Stefano fu tradotto di là della porta, in un’area impraticabile e sufficientemente nascosta, fu scaraventato sopra un mucchio di pietre. Sulle gambe del ragazzo colavano rivoli di sangue, segno di sbucciature e abrasioni, il viso era gonfio e rosso, lo sguardo smarrito e sorpreso ma non c’era paura nei suoi occhi. Ci osservò uno a uno attentamente e quando i suoi occhi si fermarono su di me mi sentì bruciare l’anima, ai suoi occhi ero colpevole e complice tanto quanto gli altri.

Il più anziano si abbassò il talled lasciando scoperta la bocca. Occhi glaciali, assenti, ogni suo movimento sembrava estraneo alla sua volontà. Si avvicinò a Stefano dopo aver raccolto un sasso da terra. Gli altri lo emularono e si sistemarono al suo fianco. Ero terrorizzato e sudavo, e più sudavo più mi guardavo attorno nella speranza che qualcuno soccorresse il ragazzo.
Non m’immaginavo così vile, spettatore asservito e impotente.

Il più anziano allora parlò. Era la prima volta che sentì la sua voce. Era calda e distante. Una voce senz’anima, cui non spettava capire, giudicare ma solo eseguire e interdire.
«Stefano» disse l’uomo «hai qualcosa da confessare?»
Stefano provò a raddrizzarsi sui gomiti e assumere una posizione più dignitosa. Sul suo viso c’era sempre meno traccia di paura, nulla, piuttosto un sorriso sereno in armonia con tutto il resto, un sorriso consapevole e, nonostante tutto, appagato. Non pronunciò parola. L’uomo attese qualche secondo ancora, diede un cenno ai suoi e partì violenta una fitta sassaiola che colpì petto, gambe, braccia e testa e ancora testa e nuovamente la testa. Si fermarono, non quando esalò l’ultimo respiro, ben oltre, quando ormai la sua faccia era spappolata, quando l’ultimo sasso aveva cancellato in eterno quel sorriso.

Da allora l’immagine del nazareno lapidato mi tormenta. Non tornai a Gerusalemme ma rimasi a Damasco per tre giorni e tre notti. Dormendo dove trovavo e quando riuscivo, perché il dolore mi straziava tanto e a tal punto che mi sembrava di perdere lentamente la vista. Un dono di Dio, pensavo, per non farmi essere più testimone di tanta sofferenza. Tanto il ricordo del giovane discepolo mi perseguitava come se fossi stato io a scagliargli quel sasso tanto più cercavo dentro di me una risposta, un modo per liberarmi da questo supplizio.

Mi raccolse un mattino un vecchio signore, aveva la barba lunga e interamente bianca, gli occhi piccoli nascosti sotto cispose e bianche sopracciglia, occhi che s’illuminavano appena apriva la bocca. Aveva una voce morbida e calda e dai toni sembrava mi conoscesse. Anche quel modo di guardarmi, come qualcuno che ti stava cercando e che si aspettava di trovarti lì dove effettivamente ti aveva trovato. Non esitò a invitarmi a casa sua, aveva capito che ero totalmente disidratato, la gola arsa e le labbra secche e le parole si appiccicavano tra lingua e palato. Percorremmo la Via Dritta finché non entrammo in una strettissima stradina, lì da una porta si entrava a casa sua. Abitazione spoglia, tutta in pietra, con un tavolo e una panca, mi sono seduto stremato. Mi confessò che quella era la sua cripta. Mi portò vino rosso e verdure crude.
«mangia Paolo!» mi disse.

Obbedì e solo dopo pensai che mi aveva confuso per un altro. Sollevai gli occhi, imbarazzato e a disagio, gli dissi che non mi chiamavo in quel modo. Stavo per prendere la via del ritorno, quando mi pregò di restare.
«so bene chi sei, Paolo!» continuò sorridente. Si era seduto davanti a me e con le mani minute e magre accarezzava la superficie del tavolo. Si presentò allora con il nome di Anania, era un vescovo, o comunque una personalità influente della comunità cristiana. Non riuscivo a credere in quel momento che ero a casa di un cristiano. Io che fino a qualche giorno prima a casa dei cristiani ci entravo sfondando i cardini delle porte e trascinandoci via le persone dentro. Senza dimenticare le volte che con i più insolenti e i più difficili, li flagellavo sulle schiene. Pubblicamente, per le strade. Ancora le urla mi rintronavano in testa, confondendosi con quelle di Stefano. Era orribile. Il rossore del vino si confuse fortunatamente con quello della vergogna ma percepì, che quel vecchio aveva comunque capito tutto.

Per un istante mi parve che leggesse ogni mio pensiero, ogni mia esitazione e quando questa si poteva tradurre in domanda, lui attendeva, aspettava che la formulassi. Allora rimanevamo in silenzio e i sorsi che davo al vino scandivano il tempo all’interno della cripta. Poi finalmente mi liberai da quel fardello che mi attanagliava da quando avevo varcato la soglia della cripta. 
«padre, ho ucciso Stefano» dissi, stringendo con entrambe le mani la coppa del vino e abbassando lo sguardo «io sono il responsabile della morte del nazareno!» Anania non si scompose e mi rispose che lo sapeva benissimo, e che lui e altri due diaconi l’avevano seppellito, proprio lì, alla porta dei Leoni. Mi versò dell’altro vino rosso e approfittò anche lui di un goccio, dopo aver recuperato un altro bicchiere.

«devo andarci piano!» confessò concedendomi un sorriso largo come quello di un bambino. Mi chiese allora se avessi mai conosciuto Gesù e risposi che no, mai, che non sapevo nulla di lui, neppure dove fosse nato, dove avesse predicato, da quale famiglia di ebrei provenisse, e non sapevo – ma quest’ultima era una bugia che il vecchio non meritava ricevere – il motivo per cui fu crocefisso. Lui comunque capì. Cominciai a riconoscere quello sguardo e come intercettava ogni singola esitazione, come se mi respirasse dentro.

Bevemmo ancora e Anania tradì la sua promessa, cioè quella di andarci piano. Mi sentivo così bene, così a mio agio e la voce di quell’uomo mi infondeva una fiducia e una serenità di spirito che, vi garantisco, non avevo mai provato prima. Se non sentivo rimessi i miei peccati, almeno potevo definirmi compreso e accettato.
«un brindisi a Paolo di Tarso!» fece il vecchio sollevando la coppa al cielo. Lo seguì ricambiando il brindisi, senza minimamente interrogarlo su come conoscesse pure che la mia città fosse Tarso. Mi avrebbe risposto comunque nello stesso modo, cioè che sapeva tutto di me.

Prima di crollare dal sonno, prima che l’ultima coppa di vino mi tramortisse definitivamente, la mia mente aveva registrato una parola che il vecchio aveva ripetuto e che io non avevo mai sentito prima. Quella parola fece presto a insinuarsi nei miei sogni quella notte, quasi a cercarvi una risposta, una spiegazione, convinto che la mattina l’avrei dimenticata e persa per sempre. Invece mi ritornò miracolosamente il giorno dopo, quando meno me l’aspettavo. Amore cristiano, cari miei, questa era la parola, amore cristiano e non pensai neppure un secondo, neppure uno, che quella parola avrebbe stravolta la mia vita, il mio percorso e il destino del mondo.

in fede e Vostro

Paolo di Tarso

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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Un commento

  1. Bel racconto che testimonia conoscenza storica e umana!

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