L’utopia moderna «La libertà è partecipazione»

Immagine realizzata dall’artista James Gulliver Hancock, in onore del centesimo anniversario della nascita di J.Jacobs.

Alla luce del fallimento dell’approccio tradizionale dell’urbanistica, viene da chiedersi se trattare il tema di gestione e pianificazione territoriale nelle maniere tradizionali sia ancora un approccio credibile, oltre che funzionale alle effettive esigenze del territorio.

Non si tratta più di rispondere agli standard urbanistici (che, tuttavia, non hanno ancora oggi trovato una completa applicazione nella forma odierna di città, nonostante i 50 anni trascorsi dal Decreto Interministeriale), si tratta di rispondere ad una tale vastità di problemi, in cui rientrano l’invecchiamento della popolazione, il patrimonio edilizio sovrabbondante, il depopolamento, il rischio sismico, il cambiamento climatico che porta con sé forme imprevedibili, quanto immanenti di rischio ambientale – geologico, idrogeologico etc.

L’impostazione classica dell’urbanistica è stata fallimentare, «in quanto è stata incapace di conoscere quello che avviene… e perché ha creduto che la realtà sociale sia qualcosa di trasferibile in mappature e percentuali e calcolo delle probabilità. […] Fin quando l’urbanistica somiglierà a una disciplina di policies per la città, allora sarà impossibile che assuma orecchie e occhi nuovi e che sia una disciplina anzitutto di ascolto della città. […] Esse sono nient’altro che gente e vanno lette in questa chiave, riprendendo un passo famoso di Shakespeare, What are cities but people?». (F. La Cecla, Contro l’urbanistica, 2014). La città deve tornare ad essere il prodotto di «un’intenzione» specifica, un tipo di approccio che si sottrae ad un’idea di pianificazione dall’alto e invece individua nel fare città una delle più antiche caratteristiche della pratica umana (L.Mumford, 1938).

Citando Scandurra, anche quando era praticata in senso progressista ed equilibratore, l’urbanistica non ha prodotto un panorama del tutto roseo, ma lo sforzo di mediare il conflitto tra istinto predatorio privato ed equità ha dato frutti significativi sino alla fine degli anni ‘70, quando rappresenta un’espressione del welfare e del garantismo universalistico e dello stato sociale (I. Agostini, E. Scandurra, 2018).

Ciò rende il discorso intorno alla città un problema complesso, come la Jacobs sosteneva già all’inizio degli anni ‘60, quando in Vita e morte delle grandi città, paragona le città a organismi biologici. L’urbanistica è stata affrontata nei termini di una complessità disorganica: prendendo spunto dalle scienze fisiche, si sono elaborati dei metodi analitici che tengono conto di migliaia e migliaia di variabili; accidentali e tra loro non connesse. Tutto quanto non rientra in questa complessità attiene a quella che Weaver ha definito «oscura e minacciosa irrazionalità». Ebbene il nostro, nel 1932, si riferiva, in realtà senza saperlo, all’interconnessione esistente tra tutte le grandezze che contemporaneamente interagiscono tra loro all’interno delle città, tali da rendere la città una questione di complessità organica. Sebbene le interrelazioni tra i numerosi fattori in gioco siano complesse, non c’è nulla di casuale o d’irrazionale nei modi in cui tali fattori si influenzano a vicenda.

Tutto quanto avviene nelle città è frutto di processi, che per questa ragione specifica la rendono simile ad un sistema organico: per cui, ad esempio, non si può pensare all’edilizia residenziale in maniera astratta senza tenere in conto che gli alloggi urbani sono edifici particolari, coinvolti continuamente in svariati e specifici processi come la formazione o il risanamento, la formazione della diversità o la sua autodistruzione.

La Jacobs introduce argomenti che sono stati accolti soltanto adesso nelle pratiche di pianificazione, con notevole difficoltà, errori e ritardi, spostando l’attenzione su come le città funzionano nella vita reale, perché è questo «l’unico modo per capire quali principi urbanistici e quali metodi di intervento possono giovare alla vitalità sociale ed economica delle città» attaccando, «gli attuali metodi di pianificazione e di ristrutturazione urbanistica […] e polemizzando contro i principi e le finalità che informano la moderna urbanistica ortodossa».  

Diventa di primaria importanza comprendere come un ampliamento, oltre i limiti del sapere esperto, delle forme della conoscenza collettiva, del dibattito pubblico e della partecipazione siano valori democratici irrinunciabili e acquistino la necessaria efficacia (De Marchi et alii, 2001).

E’ dunque fondamentale la risposta alla domanda di partecipazione della cittadinanza per due ordini di motivi: da una parte agire secondo la logica top-down, del lavoro expertise, secondo le tendenze professionalizzanti, nude, replicabili, asettiche (Bianchetti, 2018) porta a risultati fallimentari, dall’altro risponde al pieno esercizio dei diritti democratici di cittadinanza. D’altronde lo suggeriva anche Giorgio Gaber, quando con una delle sue poesie in musica, diceva che «la libertà è partecipazione». 

Tuttavia nonostante le premesse, in Italia non esiste una legge nazionale che garantisca l’attuazione di questi obiettivi e che obblighi a perseguire uno sviluppo sostenibile delle città.

La necessità di creare una città diversa, a misura d’uomo, che risponda alle esigenze della popolazione, è diventata sempre più importante. Il problema con cui ci si scontra oggi consiste nell’avere città senza cittadini e ambienti senza abitanti: le persone sono scollegate dal luogo in cui vivono. Questo nella logica di rispondere al mercato immobiliare, che costruisce case che non servono a nessuno, centri commerciali immensi ed anonimi, dove per comprare una bottiglia di latte si percorrono chilometri, in cui subiamo pubblicità di ogni altro tipo, essendo l’obiettivo prediletto di un mercato che fa dell’utente un numero su cui investire. Non c’è più la bottega dietro l’angolo. Non c’è più alcun rapporto di vicinato. La partecipazione serve a sentirsi parte di una comunità, di una società di individui, di scegliere per se stessi e per tutti. 

L’apporto dei cittadini è di tipo propositivo: risulta vincolante più dal punto di vista del “patto d’onore” che per obbligo di progetto (D. Venti, 2016). Chi attiva un processo di partecipazione ne deve tenere conto e ne deve tenere conto alle persone che hanno preso parte ai laboratori, workshop etc., e in ogni caso il processo va reso trasparente. E’ necessario che tutto il processo rimanga all’interno di forme di partecipazione che si mettono in campo: forum, workshop allargati, laboratori di partecipazione che prevedono interlocuzione tra soggetto pubblico e privato.

Esiste dunque un’utopia moderna che «non va cercata in un altrove mitico. L’utopia moderna è fatta di buone pratiche quotidiane che già avvengono nella nostra società in mutamento: episodi di solidarietà, nuovi sistemi energetici, partecipazione dei cittadini, pratiche virtuose, nuove forme di finanza, microcredito, monete locali» (P. Bonora, 2018)

«La partecipazione del cittadino alla vita democratica è un principio che discende direttamente dal diritto di sovranità popolare e dal diritto di cittadinanza, riaffermati dalla normativa europea. Perché un percorso partecipativo produca buoni frutti è importante che i promotori e la comunità di riferimento siano sensibilizzati alla cultura della partecipazione e siano affiancati da esperti competenti, che sappiano padroneggiare non solo il repertorio delle tecniche ma anche la complessità delle dinamiche e dei ruoli e il monitoraggio del processo nella sua interezza. È altresì indispensabile che gli esiti dei processi partecipativi siano riconosciuti dalle istituzioni competenti come parti integranti dei procedimenti di formazione delle scelte pubbliche e siano tradotti in provvedimenti normativi e amministrativi o in pratiche di cittadinanza attiva condivise». La Carta della Partecipazione è stata istituita nel dicembre 2014 dall’INU, Istituto Nazionale di Urbanistica.

(http://www.inu.it/la-carta-della-partecipazione/).

2 Replies to “L’utopia moderna «La libertà è partecipazione»”

  1. lupoalberto

    interessante, anche se molto tecnico, soprattutto nella parte che riguarda la vitalità e l’innovazione legata alla partecipazione di chi usufruirebbe nel quotidiano di una nuova visione urbanistica intesa non come evoluzione inorganica imposta dall’alto ma come forza organica generatrice finalizzata alle necessità sociali dell’oggi e del futuro che tenga presenta anche la necessità di un rapporto equlibrato con l’ambiente

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