Librino, la ‘Periferia delle Periferie’

Ho conosciuto l’architetto Giacomo Leone una decina di anni fa: avevo deciso di concludere il mio percorso di studi in architettura, affrontando il tema delle periferie, in particolar modo di Librino e, approfittando dell’incontro di una mia cara amica con l’architetto nel suo studio, sono andata ad incontrarlo, per conoscerlo e conoscere i suoi punti di vista sulla ‘città satellite’, tanto discussa e criticata, di Kenzo Tange.

Ci accolse nel suo studio, un attico in via Reclusorio del Lume, in pieno centro di città, con una visuale che domina Catania su ogni fronte, dal vulcano al mare, a 360°. Indossa i suoi occhiali tondi in celluloide, bretelle e papillon, ne rimango subito colpita.

Il suo studio è pieno zeppo di libri, planimetrie, quadri, carte di tutti i tipi, librerie, tavoli e sedie di design da lui stesso progettate; mi accoglie con un sorriso e incuriosito mi chiede ‘e tu, chi sei?’. Ed è così che cominciò la nostra amicizia.

Quando gli parlai delle mie intenzioni riguardo la tesi, del mio voler affrontare un tema complicato come quello di Librino, del mio non sapere ancora a quale professore poterla chiedere, mi sorrise e iniziò a raccontarmi quello che poi spesso ripeteva parlando del famoso piano di Tange. La definiva “un’acropoli”, perché posizionata su un promontorio che dominava la città, perdendosi sino al mare. Si rammaricava per tutto il potenziale del territorio, poi dispersosi nelle varianti del piano, nel dar priorità alle costruzioni dei palazzoni in cemento, rispetto alle infrastrutture necessarie per la fruizione e la vivibilità degli stessi.

La considerava come la zona a minor rischio sismico di Catania, perché ricca di vuoti urbani e ne elogiava le sperimentazioni dei cosiddetti rapporti di buon vicinato, poiché la costruzione dei cantieri procedeva di pari passo con la formazione di una comunità, il primo mattone posto in opera rappresentava la conoscenza dei futuri vicini di casa. Dopo aver pronunciato questa frase, alzava lo sguardo, e girandosi verso la sua fedele collaboratrice ventennale, gridava: “mariaaaa, dove sono le foto delle feste di carnevale durante i cantieri delle cooperative a librino?”

Così, cominciava a farmi vedere le foto di queste feste, durante le quali i futuri abitanti delle cooperative, i costruttori, i vicini, potevano conoscersi e condividere momenti di divertimento insieme, come in una grande famiglia.

Spesso discutevamo insieme su quelle che avrebbero potuto essere le ipotesi di adeguamento al piano; prima fra tutti una scala dei servizi (il famoso centro direzionale mai realizzato), la sistemazione delle residenze, la realizzazione dell’università (quella di agraria sarebbe stata la più adeguata, per sperimentare in loco, data la vastità di aree destinate a verde urbano, varietà di piante e colture) del teatro e dell’ospedale (era il 2012 e stiamo parlando del famoso San Marco, si domandava: “finirà per il 2013?”).

Altra questione rilevante e delicata al tempo stesso, era il cosiddetto Palazzo di Cemento. Teneva a precisare che non si trattava di un vero e proprio palazzo – in realtà, tipologicamente era costituito da due torri, totalmente isolate l’una dall’altra da porte tagliafuoco nel caso di incendio –  lo definiva esempio di architettura sperimentale, basata sul principio di cohousing, cioè co/residenza, dove gli insediamenti abitativi composti da alloggi privati, risultavano essere corredati da ampi spazi comuni, coperti e scoperti, destinati all’uso collettivo e alla condivisione tra i cohousers, nel caso specifico una soluzione progettuale realizzata dall’architetto era quella di realizzare in alcuni piani dell’edificio delle vetrate colorate, i cui colori rispecchiavano determinati alloggi.

Ho studiato a fondo ogni tipologia di edifici del piano di Tange, sulla carta e sul luogo, tutte le tipologie edilizie del quartiere, sono caratterizzate da flussi distributivi ai quali appartengono diverse destinazioni d’uso: il piano terra per i garage, i primi piani per le attività commerciali e i piani sopraelevati per le residenze; concetti totalmente astrusi dalla nostra natura meridionale del casa e putia: ecco, il Palazzo di Cemento si discostava da questo approccio, prevedendo ai pian terreni le attività commerciali con quelle che l’architetto Leone definiva le botteghe artigiane di colture meridionali.

Ci piaceva discutere su quello che il quartiere avrebbe potuto essere e che invece era diventato.

Ci piaceva immaginarlo come dal suo concepimento, come un segno per il futuro, nella sua posizione strategica di corridoio interregionale del sud, tra le città di Messina e Siracusa, come quell’intervento urbanistico che avrebbe spezzato il sistema monocentrico che caratterizzava Catania, riconfigurandone la gerarchia urbana e riequilibrando verso sud-ovest gli insediamenti che invece tendevano ad espandersi a nord in modo incontrollato, ma che invece risultò divenire l’addizione di una nuova periferia alle tradizionali.

Poco prima della sua morte, venne a trovarmi al Campo San Teodoro, del quale spesso gli parlavo, per vedere la struttura, gli orti, per fermarsi a discutere con la gente del luogo, con quegli ortolani che il piano di Tange l’avevano visto nascere, crescere e morire sulla propria pelle. Ci regalò sedie e tavoli giganteschi per la nostra club house.

Il giorno della sua dipartita è stato un profondo dolore anche per me, una perfetta estranea capitata per caso nella sua vita; la chiesa di Sant’ Euplio (progetto realizzato della sua tesi) era gremita di persone, l’omelia del prete toccante nel ripercorrere gli incontri avvenuti nel tempo con l’Architetto.

Dopo quasi due anni, oggi Architetto voglio salutarti cosi, con un pezzo della nostra storia, qualche foto e con una frase-insegnamento che ripetevi sempre:

“l’urbanistica è come la rivoluzione, permanente”

 

 

 

 

About Rachele Tosto

Rachele Tosto Geometra, Architetto, Fotografa, Grafica, Artigiana del riciclo; nasce a Catania il 23-11-1981, trascorre i primi 13 anni della sua vita a Varese. Frequenta il geometra di Acireale, appassionandosi di edilizia e architettura e iscrivendosi successivamente alla facoltà di Catania con sede a Siracusa; laureatasi in Architettura a Siracusa con votazione di 110/110, si avvicina al mondo del volontariato nel 2009, iniziando con attività di doposcuola presso il Centro Iqbal Masih al viale moncada 5, a Librino, quartiere periferico di Catania; intraprende un lungo percorso che la vede protagonista di eventi, laboratori didattici e di riuso coi più piccoli; si prende cura della grafica di locandine, flyer e loghi promozionali per le attività dell’Iqbal Masih e del Campo San Teodoro e si avvicina alla fotografia, creando reportage fotografici, inerenti il rubgy, l’architettura e l’arte in generale; ad oggi, collabora con una ludoteca, con servizi di post scuola, doposcuola e laboratori manuali di riciclo creativo; cura inoltre una linea di manifattura artigianale di oggetti di design ricavati con il riutilizzo di camere d’aria e cinture di sicurezza.

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