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“È il margine che fa la pagina” J. L. Godard – Il caso di Librino

È da questa definizione di Godard che vuole partire la riflessione su tutte le realtà al margine della nostra società, per definire quel recupero che caratterizza quartieri urbani, periferie ‘a margine’, gruppi sociali ghettizzati, oggetti in disuso; recupero inteso, quindi, nelle molteplici sfaccettature del suo significato, come sinonimo di ‘rinvenimento’ nel ritrovamento di qualcosa che era stato perduto o rubato o disperso, come la riduzione di uno svantaggio, come raccolta e riutilizzazione di qualcosa, o anche come reinserimento nella società di persone disabili o socialmente disadattate.

Siamo a Catania, a Librino, quartiere periferico, miscela di ansie e speranze, nato negli anni 70 nel tentativo di dare forma tangibile all’utopia urbanistica della città razionalista di Le Corbusier, ma ridotto in fretta ad emblema del degrado socio-economico della città.

Il più grande quartiere residenziale di iniziativa pubblica del territorio catanese, rappresenta una vera e propria “città satellite”, sorta su vecchi agrumeti e vigneti che facevano parte di alcuni latifondi gestiti a mezzadria e appartenenti a famiglie nobiliari della città etnea come i principi Moncada.

La sua urbanizzazione venne stabilita dal Piano Regolatore Generale elaborato dal prof. L. Piccinato all’inizio degli anni ’60 ed approvato nel ’69.  Il suo piano confermava l’ubicazione dell’area industriale a sud dell’aeroporto e prevedeva la realizzazione di un grande asse viario attrezzato, al fine di garantire un collegamento diretto con il centro della città, che avrebbe contribuito a spezzare il sistema monocentrico che caratterizzava Catania.

È per questo che da subito Librino assunse la denominazione di Città Satellite. L’area doveva essere capace di ospitare più di 60.000 abitanti e Librino si configurava come una città nuova, o meglio come versione italiana di quei grands ensembles che a partire dall’inizio degli anni ’60 si erano realizzati in Francia.

E proprio “new town” è l’espressione utilizzata da Kenzo Tange (uno dei più accreditati e famosi architetti giapponesi dell’epoca), al quale è stato affidato il progetto di sistemazione urbana di Librino nel 1970. Il progetto del quartiere si presentava, almeno sulla carta, estremamente ambizioso, quasi rivoluzionario. Esso, infatti, adattava la struttura del quartiere all’orografia dell’area creando un sistema stradale ad anelli concentrici, costituiti da strade a due carreggiate che circondano i nuclei residenziali; questi ultimi sarebbero stati capaci, ognuno, di ospitare circa 7000 abitanti.

Al sistema stradale veicolare se ne affiancava uno pedonale, posto a un livello diverso e immerso nel verde, costituito da un grande parco centrale e da alcune “lingue” di verde, chiamate “spine”, che avrebbero dovuto ricucire le residenze alle attrezzature pubbliche. Ogni nucleo era caratterizzato da un centro di servizi immediatamente riconoscibile per la presenza di cinque torri residenziali, in cui trovavano spazio negozi ed uffici, che avrebbero consentito l’incrocio tra i percorsi pedonali e quelli veicolari. Il sogno era quello di realizzare una città “autosufficiente”, con residenze, viabilità automobilistica e pedonale distinte ma riconnesse da piastre poste alla base degli edifici, poli di servizio in ogni nucleo ed un grande Centro Urbano con attività di servizio territoriali, posto a “cerniera” dei nuclei in corrispondenza dell’asse attrezzato.

Al centro dell’intero insediamento, il progetto di Kenzo Tange prevedeva grandi strutture d’importanza metropolitana come la facoltà di ingegneria e di agraria, un ospedale, grandi parcheggi, uffici vari, stazione per gli autobus e per la metropolitana.

Ma la realtà si dimostrò presto ben lontana dal sogno: nell’attuazione il piano viene non solo modificato nei contenuti ma anche nelle procedure di attuazione, dando priorità alla realizzazione delle residenze, mentre le opere di urbanizzazione, le attrezzature collettive e gli spazi verdi sono ancora in buona parte da completare.

Il progetto originario non diverrà mai esecutivo: all’inizio per contrasto con l’autorità aeroportuale che richiamava ad un adeguamento dell’altezza di alcune torri incompatibili con l’attiguo scalo di Fontanarossa. In seguito le varianti divennero una prassi a causa della massiccia edificazione abusiva e della cattiva gestione ad opera delle amministrazioni locali; poi per includere una serie di insediamenti abusivi che richiederanno la redazione di una variante nel 1979. Inoltre alcune attrezzature collettive e urbanizzazioni primarie, oltre alla maggior parte degli spazi e del verde pubblico, devono essere ancora attuate o completate e ad un’edilizia densa e banalmente ripetitiva fa da contraltare il senso di vuoto urbano derivante dalla mancata realizzazione del connettivo verde e dei servizi.

Ecco perché Librino oggi può essere considerata la periferia delle periferie, un ghetto, un dormitorio dove gli abitanti ritornano dopo aver svolto altre attività nella città consolidata e rappresenta un esempio emblematico della separazione tra i luoghi del lavoro e dell’abitare.

Librino è percepito come un “luogo di passaggio” in cui gli abitanti non riescono ad instaurare alcun rapporto né di cura né di identificazione e subiscono la scadente qualità della vita. Se l’idea originaria era quella di realizzare la Cité Radieuse rigogliosa di alberi e giardini, la realtà è fatta di terra incolta e di edifici incompiuti che frantumano la possibilità di creare relazioni sociali e danno luogo al temibile “quartiere del disagio”.

Ma quello che più emerge nel contesto di Librino è la mancanza di strutture ricettive e la carenza di luoghi d’incontro dove trascorrere il tempo libero, ad esempio piazze, strade e parchi dove poter passeggiare, cinema, trattorie, pub, teatri e strutture sportive adeguate. Tutte queste inadempienze alimentano il grado di insofferenza e disaffezione degli abitanti nei confronti della propria area di residenza, poiché sono costretti a recarsi al centro della città per accedere a tutti quei servizi che non trovano nel quartiere. Dietro a queste complesse problematiche ci sono le persone che vivono la condizione di periferia e hanno dato vita a pratiche e comportamenti imprevedibili. Il quartiere, non a caso, continua ad occupare un ruolo di rilievo nella cronaca cittadina sia per alcuni episodi isolati, come le tensioni sociali legate all’assegnazione degli alloggi o per le frequenti risposte violente agli interventi da parte delle forze dell’ordine e per l’allarmante tasso di criminalità minorile.

Molti degli abitanti di Librino sembrano affetti dalla “sindrome della sopravvivenza”, soffrono diffusamente la povertà e sono condizionati da quella subcultura che rappresenta un terreno particolarmente fertile per l’attecchimento della mentalità mafiosa. Alcuni gruppi di volontari, tra i primi outsiders di Librino, arrivano in un primo tempo per sviluppare alcuni progetti sociali specifici, poi decidono di continuare a sensibilizzare gli abitanti al tema dei diritti civili.

La costante presenza di questi soggetti si concretizza in attività e servizi utili, quali l’assistenza scolastica o legale e il coinvolgimento degli abitanti in progetti culturali ed artistici, che suppliscono all’assenza delle istituzioni. L’intento dei volontari è quello di mostrare agli abitanti un’alternativa alla quotidianità, troppo spesso incentrata sul soddisfacimento dei bisogni primari e segnata non solo da ingiustizia e crimine ma anche da indifferenza.

Nel tentativo di contrastare la realtà di Librino, quindi nella totale assenza di servizi, interventi e politiche pubbliche necessarie per incidere efficacemente sul territorio si è sviluppata la presenza di associazioni culturali, socio-assistenziali e comunità religiose che promuovono atti di sostegno e integrazione. Il Centro Iqbal Masih nasce il 23 settembre del 1995 quando una decina di volontari recuperano una bottega abbandonata a Librino, in Viale Moncada 5, la periferia delle periferie, uno dei punti più estremi del quartiere dove disoccupazione, lavoro nero, abbandono scolastico, criminalità, devianza minorile e poi ancora frustrazione, percezione dell’isolamento e della distanza dal centro della città sono realtà e sentimenti diffusi tra gli abitanti e, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti di questo zona.

Da questo nasce nel febbraio 2006 l’associazione sportiva “I Briganti di Librino”, che attraverso un nobile sport come quello del rugby, cerca di dar forma alla costruzione di quei valori sociali fondamentali della nostra società; il 25 aprile 2012, I Briganti, insieme ad altre associazioni cittadine, occupano il Campo San Teodoro, costruito per le universiadi del 1996 e successivamente abbandonato, depredato e lasciato al degrado del quartiere; il 26 ottobre del 2014 nasce la Librineria, la biblioteca popolare del quartiere, che attraverso attività ed eventi, tende a regalare alternative valide all’emarginazione sociale e culturale di questo quartiere/dormitorio, ghettizzato, sin dalla nascita, a partire dal suo disegno urbanistico sino ad arrivare alla sua emarginazione sociale, il ‘margine’, che dopo anni di incurie e di abbandono, oggi più che mai ha bisogno di riscattarsi e esprimersi.

 

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