Abbiamo idea di cosa identifichi il movimento in sé?
in oriente il movimento è come una danza morbida e sensuale che si osserva e sprigiona dall’interno, mentre in occidente l’osservazione è localizzata paradossalmente nell’esteriorità e nella metodica. Questa complicatissima analisi dei due approcci, più che aiutare ad interpretarci in relazione al mondo, ci confonde e costringe a cercare aggiornamenti di rotta, per non crollare nel vortice dell’immobilismo. Quindi palleggiamo neuroni in perpetua lite ed ostinata attesa di pace.

Il movimento da un emisfero cerebrale all’altro determina disordine e sdoppiamento, tecnicamente definito dualismo e influisce nella nostra vita quando ci imponiamo di ricercare la verità sconfinando tra superficie e abissi. Un big ben che sfracella le nostre molecole disperse nello spazio. Gli unici strumenti disponibili sembrano essere prudenza e microscopio per reperire e ricomporre le facce di un diamante che sarebbe la nostra vita nuova e infrangibile. Inizia il lavoro.
Immaginiamo una coda di pesce che si fa largo spostando il peso dell’acqua.

A queste riflessioni ho associato, in senso lato, una storia che racconta l’intersezione tra un giovane giornalista ed un vecchio professore esperto di arte antica; i due si rapportano scambiando opinioni e confidenze e mettendo a confronto i loro mondi, estremamente lontani che come rette parallele un giorno, all’infinito, forse, potrebbero incondizionatamente incontrarsi magari aiutati dall’arte o dalla magia. Questo dualismo genetico sembra scandire un graduale processo rituale, “una specie di iniziazione” per un ricongiungimento con se stessi.

Sto parlando de La sirena di Tomasi di Lampedusa, uno dei racconti più straordinari e sconosciuti della letteratura italiana del ‘900, oggi in crescente divulgazione grazie alla lettura scenica che Luca Zingaretti ne sta offrendo al pubblico dei teatri di tutta Italia. Il racconto fu pubblicato postumo da Feltrinelli nel 1961 e l’altro titolo con cui è anche conosciuto, “Lighea”, dal nome del personaggio mitologico rappresentato, gli fu dato dalla moglie dell’autore.
“Lighea” assume il carattere di un testamento spirituale.
“Questo testo è una fiaba per adulti, sensuale e raffinata, che mi ha stregato”: a parlare è Luca Zingaretti.
Zingaretti porta Lighea che riporta Zingaretti al teatro per scandagliare in profondità un testo tanto prezioso.
“lo lessi e rimasi fulminato. Una bellezza, una sensualità, una ricchezza sintattica e lessicale come è raro ormai leggere. A costo di lavorare giorno e notte –si disse- lo devo fare” .

In una Torino fascista si conoscono un giornalista siciliano, discendente dai Corbera di Salina, e un famoso grecista Rosario La Ciura. Superata la scontrosità, il professore gratifica il giovane della sua confidenza raccontandogli di un incontro con una sirena sfociato in un amore di venti giorni e congedato da una frase profetica “Non dimenticherai”. Per tutta la vita questa promessa e il ricordo della sirena sanciscono il conflitto di La Ciura. Il mito prevale e simboleggia il sovrumano al cospetto della sciattezza dell’esistenza, slanci lirici e descrizioni esaltate talvolta difettano di connotati realistici: il movimento “fermo” di una bella terra “popolata da somari”: nei salotti siciliani “non si sputa perché non ci si vuole nauseare mai di niente”.

Si alterna una polemica antisiciliana ad una Sicilia eterna e immobile che vedo affacciata su un mare dal moto ambiguo: quando il fondale è uniforme le onde sono innocue, non appena il terreno si modifica diventano devastanti. Ma torniamo al suo lirismo.
“il mare di Sicilia è il più colorito, il più romantico di quanti ne abbia visti; sarà la sola cosa che non riuscirete a guastare, fuori delle città, s’intende” … il mare è del colore dei pavoni; e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti, sale l’Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. È uno di quei luoghi nei quali si vede un aspetto eterno di quell’isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole”.

“La Sirena” è un metaracconto, come le storie di ognuno di noi, composto da una cornice realistica volta al “recupero” di una Sicilia verace e bucolica che nasconde quella fastidiosa e volgare della vita quotidiana, con dentro un quadro a tinte surreali dove appunto compare e scompare Lighea, creatura migratoria del mare inteso come transito dal principio alla fine, immagine di voce e di silenzio, di implicazioni psicologiche che meditano sull’amore sperimentale che duri oltre la morte. La sirena insomma è “corrente di vita” ignara di ogni saggezza, sdegnosa di ogni costrizione morale, sorgente di ogni cultura, di ogni sapienza, di ogni etica. Sradica qualsiasi dubbio metafisico e restituisce un incontro di mondi.

Vedo “La Sirena” come perfetto emblema del dualismo, giustificato dalla sua doppia identità di donna-pesce. Nella sua metà femminile è legata alla terra, a sensazioni che sembrano essere quasi umane, nell’altra metà è invece indissolubilmente legata al mare; è sì una dualità inesauribile e insuperabile, condannata nel tempo ad essere un anello fra due regni dell’ora e del dopo. Secondo me rappresenta la soluzione allo stato confusionale, si può convivere con una coda e due braccia, basta sapersi muovere. È dunque una figura che trasloca “pericolosamente” la donna nell’ animale e viceversa, per presentarsi come una perfetta incarnazione di entrambi. Lighea è donna che sprigiona tutta la sua forza, appunto, in quel movimento a cui chiediamo il riscatto.
Dal primo incontro con La Ciura non c’è più limite alle emozioni e non c’è più riflessione, tutto svanisce “nel linguaggio della sirena, in quelle parole greche così suadenti e colme delle spume del mare e difficili da comprendere si nasconde l’ incanto e sparisce l’insormontabilità dei due mondi dei protagonisti.”
Il canto confuso si assopisce e diventa linguaggio comprensibile.
Il dualismo diventa rarefatto finalmente.