L’indifferenza

articolo di  Luciana Mongiovì

In un’epoca storica in cui le nostre esistenze appaiono fortemente condizionate dagli esiti pandemici, corriamo il rischio che si rinforzi in modo irreversibile l’indifferenza quale tratto distintivo dell’attualità sociale e, ancor prima, psichica.

Per Freud il contrario dell’amore non era l’odio bensì l’indifferenza; l’indifferente è colui che né ama né odia.
L’indifferenza ha a che fare dunque con l’assenza, la cancellazione delle pulsioni che sono l’essenza stessa della vita. L’indifferente disinveste l’oggetto (l’altro da sè) nel senso che lo priva di qualunque valore o riconoscimento. L’altro è tutt’al più mero oggetto, strumento del proprio godimento.
L’impossibilità di un autentico e sincero investimento pulsionale sull’altro o su di un progetto di vita rimanda a una visione dell’indifferenza come passione mortifera.

E’ interessante che sia proprio di questi ultimi mesi il rifacimento cinematografico de Gli indifferenti, capolavoro di Alberto Moravia del 1929, ad opera di Leonardo Guerra Seràgnoli, dopo il primo adattamento del ’64 di Francesco Maselli e la miniserie televisiva dell’88 ad opera di Mario Bolognini.
Nel 1925, appena sedicenne, Moravia iniziò a scrivere un romanzo, crudo e realista, che segnerà “nella nostra letteratura narrativa l’atto definitivo di morte del buon senso borghese” come ebbe a scrivere Edoardo Sanguineti.

L’Autore vi descrive lo sfacelo di un’indolente ex-ricca famiglia borghese, apatica,  annoiata, anetica ma, principalmente, indifferente a tutto e a tutti. Ecco, l’indifferenza che sa di inconsapevolezza e di irresponsabilità verso sé e verso l’altro, di assenza di autentiche passioni, di insensibilità egoistica unita a impotenza, di diniego della verità della vita e dei sui limiti.

L’indifferenza che veicola altresì il senso torbido della perversione umana: relazioni fatte di fragilità e dominio, di bisogno di dipendenza affettiva e disprezzo misto a ostilità, di desiderio incestuoso e possesso manipolativo, tutto al contempo, tutto assieme. Realtà cosciente che sfuma nella realtà onirica. Caos e confusione. La passione viene degradata a mera sessualizzazione e si consolida la consuetudine a mercificare le questioni e le relazioni umane.

Saltano così i tabù edipici, si annullano quei confini che avrebbero dovuto assolvere una funzione di protezione per la mente e per il corpo delle generazioni più giovani, si compromettono irrimediabilmente i bastioni, garanti psichici, di una civiltà.

Con Moravia, nient’affatto ignaro delle scoperte psicoanalitiche sull’inconscio, Gli indifferenti assurge a metafora della umana tragedia, mentre la famiglia allargata, attorno alle cui vicende ruota e si sviluppa il romanzo, scivola in modo stolto, indolente e passivo verso una deriva di marchio nichilista.

Nella trama del romanzo tutti i personaggi subiscono passivamente il male, non oppongono resistenza quando gli si arreca un danno, non reagiscono, e tutto ciò pur di non rinunciare all’illusione (o all’inganno) di essere amati, pur di non contattare la dura e dolorosa realtà della solitudine e della povertà, pur di non crescere e assumersi la responsabilità delle scelte e del lutto (la perdita) insita in ciascuna decisione.

E’ evidente che vi è racchiuso qualcosa di terribilmente umano e universale in questo romanzo! Nuclei oscuri, nascosti, ripugnanti, oltre a una certa spinta a voltarci dall’altra parte, a infantilizzarci, a reinfetarci, a lasciare che sia qualche altro ad assumere il governo, se non il controllo, degli eventi.

Così come nel Lo Straniero di Albert Camus del 1942, cui s’ispirò Luchino Visconti per l’omonimo celebre film del 1967, possiamo rintracciare il medesimo tema dell’indifferenza, intesa come disinvestimento dell’altro, spodestato così di qualunque valore e diritto, financo a vivere. L’indifferenza non è ingenuità, non è incolpevole; l’indifferenza è aggressiva e distruttiva.

E, ancora, nel Soggiorno in una piccola città, racconto di Friedrich Durrenmatt del 1956, un banchiere in fallimento si ritrova per circostanze curiose con una bomba in mano che piazza, al fine di liberarsene, innanzi al torrione del museo di una piccola città, distruggendolo. Egoismo, de-responsabilità, impotenza.
Persino il proprio destino gli è ormai indifferente, eppure quanto più ampio sarebbe potuto essere il suo ventaglio di scelte e opzioni, di sviluppi possibili, se solo lo avesse voluto, se solo lo avesse pensato?

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
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